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Passato

Language columnParole al Sole
AuthorRosario Coluccia
Date 24 agosto 2015


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La storia siamo noi
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Basta saperla conservare
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Il turismo culturale è una vera risorsa per il Salento
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La scarsa attenzione al patrimonio artistico e culturale ha procurato ferite al territorio
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Occorre cambiare verso
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Nel 1448 il galatinese Nicolò di Ingegne, «cavaliero et medico», componeva un «Librecto di pestilencia», un trattato sulla peste, che dedicava al principe di Lecce e Taranto, Giovanni Antonio Orsini del Balzo, lo stesso al quale si deve l’edificio leccese che tutti conoscono come Torre del Parco.
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Quel manoscritto si trova a Parigi, nella Bibliotheque Nationale de France.
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Negli anni ottanta del secolo XV Angilberto del Balzo, conte di Ugento e duca di Nardò, signoreggiava un piccolo feudo collocato nell’estrema periferia meridionale d’Italia; li aveva radunato una discreta collezione libraria, manoscritti e stampe in parte confezionati in loco e in parte di provenienza esterna.
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In un inventario coevo si legge: «Jtem lo libro del rescripto del Theseo».
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Dietro quella etichetta si cela un commento di un anonimo salentino al Teseida di Boccaccio: anche questo manoscritto (come l’opera di Nicolo di Ingegne) è conservato nella stessa biblioteca parigina.
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, a Parigi, ci sono altri libri di provenienza salentina: una trentina, piccola parte residua di un numero assai più grande, più di un centinaio, volumi distrutti o dispersi chissà dove.
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Rimaste a lungo ignorate o trascurate, queste opere (il trattato sulla peste, il commento a Boccaccio) sono oggi pubblicate da due bravi giovani studiosi di Unisalento (V.L. Castrignanò, M. Maggiore), con commenti linguistici di prim’ordine che bene ci informano sulla lingua antica della regione.
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Come sono finiti a Parigi i manoscritti salentini?
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Il re di Napoli confiscò quei beni (insieme a molti altri) ai feudatari che considerava, a ragione o a torto, a lui infedeli.
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Trasferiti a Napoli, i libri furono poi spostati in Francia alla fine del secolo XV da Carlo VIII, sceso in Italia nella speranza d’impadronirsi del regno di Napoli ma dopo un po’ costretto a ritornarsene in patria, portando via con quanto aveva potuto arraffare.
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Dal Salento a Napoli, da Napoli a Parigi, così va la storia.
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Eppure molto si scriveva, in quei secoli.
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In una fascia ampia del territorio salentino, da Otranto fino a Gallipoli passando per Galatina, si usava il greco (la lingua continua in pochi centri della «Grecia salentina», la sentiamo nei canti della «pizzica»).
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L’abbazia di Casole, vicino Otranto (purtroppo distrutta, è rimasto in piedi solo un muro), costituì per secoli uno dei tramiti più importanti di trasmissione all’intero occidente della cultura greca e bizantina.
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L’assalto dei turchi del 1480-81 e le successive devastazioni distrussero quel centro, nel quale i monaci ricopiavano con meticolosità e attenzione opere della classicità greca e della cultura bizantina.
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Quelle preziose testimonianze della nostra storia sono oggi conservate nella Apostolica Vaticana, nella Ambrosiana di Milano, nella Laurenziana e nella Nazionale di Firenze, in altre biblioteche sparse per il mondo.
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Lo sappiamo da studi importanti, apparsi in sedi internazionali.
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Fiorentissima era anche la cultura ebraica: gruppi molto attivi si sono stanziati per secoli nella nostra terra, fino alla diaspora che tra Quattro e Cinquecento scaccio quella etnia verso terre più lontane, in Grecia e oltre.
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Tracce della loro presenza conservano edifici e toponomastica leccesi: la sinagoga, il ghetto, via Abramo Balmes, ecc.
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A Lecce, a Nardò, in altri centri furono scritti centinaia di codici in lingua ebraica, di argomento scientifico, medico, filosofico, letterario: nulla e rimasto in sede, la maggior parte di quei codici sono all’estero, molti negli Stati Uniti.
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Bisogna chiedersi: come è successo tutto questo, perché quasi nulla di quanto questa terra ha prodotto nel passato vi è rimasto, per essere conosciuto, studiato, ammirato?
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Ci sono stati, certo, spoliazioni e furti.
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Ma hanno pesato, ancor più, incuria e disinteresse da parte delle popolazioni locali: avrei mille episodi da raccontare, se ci fosse il tempo.
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È avvenuto con i manoscritti, con i monumenti (per fortuna le pietre resistono più della carta, ma possono essere distrutte come è capitato a Càsole; e come sta succedendo con l’abbazia di San Mauro, dove in questi giorni con soldi pubblici si costruiscono i cosiddetti percorsi turistici a ridosso dell’abbazia, per arrivarci in auto, per non fare pochi passi!) e con i dipinti.
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La riscoperta della straordinaria pala d'altare dei Santi Giacomo e Filippo, eseguita per Lecce da uno dei geni della pittura italiana del Cinquecento, Paolo Veronese, entrata alla fine dell'Ottocento nella National Gallery of Ireland a Dublino, è il frutto più clamoroso di una capillare campagna di ricerca sulla pittura veneta in Puglia che da anni vede impegnato, sotto la guida di Marco Tanzi (ordinario di storia dell’arte), un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Beni Culturali di Unisalento.
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Il dipinto, nato per una committenza leccese, non è più in sede; come accade a molte opere d'arte che per varie ragioni vengono allontanate dalle ubicazioni originarie.
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All'inizio dell’età moderna numerosi artisti settentrionali e di grande fama (Pordenone, Savoldo, Alessandro Fracanzano, Artemisia Gentileschi, per non citarne che alcuni) si trasferiscono a lavorare in Puglia o in Puglia inviano opere importanti, influendo in maniera decisiva sullo sviluppo dell'arte nell'intera penisola.
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Nello stesso tempo importanti opere vengono prodotte da artisti pugliesi - in parte noti e in molti casi da riscoprire quasi per intero - attivi tra il territorio regionale e il Nord.
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Con queste ricerche si ridisegna una parte importante della storia dell’arte moderna.
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Manoscritti e tele dispersi non rientreranno mai fisicamente in Salento: per capirci, rientreranno mai in Egitto le mummie del museo torinese? e in Grecia i fregi del Partenone?
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Ma qualcosa si può fare.
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Oggi la tecnologia, mediante la digitalizzazione di manoscritti e dipinti, consente la ricomposizione virtuale di quell’importantissimo patrimonio, attualmente disperso e quasi ignorato.
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Le opere possono essere riprodotte e descritte, corredate di schede informative e di bibliografia, messe a disposizione di studiosi e di semplici interessati: potrebbero così, almeno virtualmente, rientrare nella terra dove furono prodotte molti secoli fa.
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Il patrimonio del passato può essere ricomposto e riconsegnato alla comunità, in forma virtuale.
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Lo si fa con i manoscritti (vi si impegnano giovani ricercatori di Unisalento: A. Montinaro, A. Capone, L. Rizzo), lo si fa con le opere d’arte (gruppo di Beni Culturali).
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Le istituzioni, per fortuna consapevoli, sono chiamate a collaborare.
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Lavori importanti sono apparsi, altri se ne annunziano, molte iniziative sono in corso.
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Il guanto è lanciato, la sfida è in pieno svolgimento.
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Occorre il lavoro degli specialisti, occorre la consapevolezza delle istituzioni e della popolazione.
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Le testimonianze del passato non interessano solo pochi, sono la nostra vita e vanno custodite.
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Vale per la cultura come vale per l’ambiente: e invece di- struggiamo coste, inquiniamo, disseminiamo le città e le campagne di rifiuti.
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Percorrendo la superstrada Lecce-Brindisi si vedono cumuli di spazzatura nelle piazzole di sosta.
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Mi chiedo: quale perversità ottenebra la mente di chi carica in macchina sacchetti di rifiuti e magari oggetti ingombranti, imbocca la superstrada e nelle piazzole scarica le immondizie?
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Non sarebbe più comodo usare i cassonetti appositi?
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Chi nasce in una terra dove campanili, facciate, balconi educano al bello come può comportarsi in maniera così vigliacca?
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Scuola e università non si stanchino di raccomandare comportamenti giusti!
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Un Salento virtuoso e orgoglioso del passato sarebbe una risorsa anche economica.
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Non solo mare e sole, nei due mesi estivi.
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Turismo culturale, con pubblico in parte diverso (meno variopinto e tiratardi), quasi tutto l’anno, con l’aiuto del clima favorevole e di una storia meravigliosa.
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Me lo fece notare, anni fa, un carissimo amico tedesco che d’inverno si fermava a lungo da noi e apprezzava questa terra più di molti salentini.
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La cultura e la storia, conosciute e valorizzate, possono diventare risorsa economica: non sono un politico un imprenditore ma, se dovessi decidere, su questo punterei.

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