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Charm english

Language columnParole al Sole
AuthorRosario Coluccia
Date 24 luglio 2016
NewspaperIl Nuovo Quotidiano di Puglia
Publication placeLecce
Publication countryItalia
Page10
Column1-6


[1]
L’esterofilia salta in bocca
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L’invasione degli anglicismi: da quelli necessari a quelli del tutto superflui
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Così l’idioma perde la sua specificità
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Di mestiere faccio il linguista.
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Il sito www.funzionepubblica.gov.it rende note le iniziative del Governo italiano, Ministero per la Semplificazione e la Pubblica Amministrazione.
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Vi leggo: «Abbiamo mantenuto la promessa. Il Foia è legge - ha sottolineato il ministro per la Semplificazione e la pubblica amministrazione Marianna Madia» e per un momento rimango sconcertato.
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Non mi colpisce tanto l’uso del maschile «ministro» riferito a Marianna Madia, ci siamo abituati.
[8]
Abbiamo visto già nella scorsa puntata che resistenze ad usare le parole che sottolineano l’avvento di donne in nuove professioni o in importanti funzioni pubbliche («ministra», «sin- daca», «magistrata», ecc.) persistono anche nell’universo femminile; incomprensibilmente, perché le donne dovrebbero essere disponibili alle innovazioni lessicali che testimoniano questi importanti mutamenti sociali.
[9]
No, resto perplesso di fronte alla parola «Foia» di cui ignoro il significato (si tratta, evidentemente, di una legge ma non so su cosa).
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Continuo a leggere e finalmente capisco: «Con il decreto attuativo della riforma della pubblica amministrazione, approvato definitivamente, l’Italia adotta una legislazione sul modello del Freedom of Information Act. I cittadini hanno ora diritto di conoscere dati e documenti in possesso della pubblica amministrazione, anche senza un interesse diretto [...] Il FOIA [tutto maiuscolo, adesso va meglio, si tratta di una sigla] può garantire la massima trasparenza della PA e la più ampia partecipazione dei cittadini, che possono esercitare un controllo democratico sulle politiche e le risorse pubbliche. L’impegno sulla trasparenza - ha concluso Marianna Madia - non finisce qui. A breve, con un metodo che sin qui ha funzionato, coinvolgeremo le realtà della società civile sull’open government [accidenti, perché l’inglese? per un momento vacillo!] e apriremo un percorso di confronto e lavoro comune».
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Sono testardo, voglio saperne di più, mi metto a cercare, trovo.
[12]
Il «Freedom of Information Act (FOIA)» atto per la libertà di informazione’ è una legge emanata negli Stati Uniti il 4 luglio 1966 durante il mandato del presidente Lyndon B.
[13]
Johnson.
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Quindi: in Italia, nel 2016, abbiamo varato un provvedimento che favorisce una nuova forma di accesso civico ai dati e ai documenti pubblici (provvedimento senza dubbio positivo nelle intenzioni e nelle finalità, la trasparenza è un bene) e l’abbiamo etichettato con una vetusta denominazione anglosassone, Freedom of information act o (ancor meno comprensibile) Foia.
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Alla faccia della semplificazione, verrebbe di commentare.
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A scanso di equivoci.
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Non sto facendo polemica antigovernativa (il provvedimento è ottimo nelle intenzioni e nelle finalità, anche se per valutare bisognerà aspettare i fatti); ma è mio dovere, per il mestiere che faccio, rendere evidenti i difetti di comunicazione che implicano certe scelte linguistiche.
[18]
Usare nomi o sigle inglesi per definire fatti o concetti italiani è sbagliato: i parlanti, almeno in parte, correranno il rischio di non capire, di conseguenza non potranno giudicare e decidere con la propria testa.
[19]
Vien meno la trasparenza, ne risulta compromessa la democrazia reale.
[20]
Ho voluto fare una verifica, ho provato a chiedere ai miei studenti se conoscevano il significato preciso di Jobs Act.
[21]
Molti erano completamente all’oscuro; qualcuno ha parlato di riforma per il lavoro’, interpretando la -s finale come plurale della parola inglese job lavoro’; nessuno sapeva che si tratta di una sigla per «Jumpstart Our Business Startups», iniziativa americana mirante a favorire creazione di posti di lavoro e crescita economica con il ricorso a forme di capitale pubblico.
[22]
Gli anglicismi dannosi e oscuri sono numerosi, nessuna parte politica ne è esente.
[23]
Dopo che a lungo si è parlato di spending review (meglio «revisione della spesa pubblica») negli ultimi mesi il parlamento ha discusso di stepchild adoption: in una coppia di omosessuali il figlio naturale di uno (/una) dei (/delle) due componenti viene adottato dall’altro (/dall’altra).
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In quest’ultimo caso non sono stati i politici a coniare l’espressione quasi incomprensibile, per primi l’hanno adottata i giudici del tribunale dei minorenni di Roma.
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Ma non sarebbe stato più chiaro «adozione del figlio del partner»? non avremmo tutti capito meglio?
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E al pervasivo spread non potremmo sostituire efficacemente differenza?
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E infine: quanti tra noi conoscono il significato di bail-in di cui si parla oggi per le crisi delle banche e per i rischi che corrono coloro che in banca mettono i loro risparmi, anche modesti e modestissimi?
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Non è che dicendo bail-in ci vogliono fregare, non capiamo di cosa si tratti e così stiamo tranquilli fino al disastro?
[29]
Per fortuna crescono le manifestazioni di insofferenza per questi abusi, insulti all’italiano e alla nostra intelligenza.
[30]
Un giornalista come Beppe Severgnini, che ama la cultura anglo-americana e frequenta costantemente Stati Uniti e Regno Unito (compresi esclusivi circoli londinesi, lo dice lui stesso), cosi scrive efficacemente (ce lo ricorda Luca Serianni, che insegna a Roma-La Sapienza): «Ogni tanto penso che, in Italia, ci siamo cotti il cervello. Poiché sappiamo cucinare, resta saporito: ma non basta. Una società che affida a una lingua straniera le tre principali novità economiche e finanziarie, qualche problema ce l’ha. Avevamo accettato (sorridendo) spending review, preferito - chissà perché - a «revisione della spesa». Stavamo di- gerendo Jobs act, che e poi una legge sul lavoro. Ora Quantitative easing per dire «immissione di liquidita». E poiché non era abbastanza criptico, usiamo la sigla Qe, fino a ieri una nave da crociera (Queen Elisabeth, Canard Lines). Chiedete sul tram, al mattino presto, cosa pensano del chiu i (si pronuncia così. Se vi schiaffeggiano, avranno una riduzione della pena».
[31]
Un morbus anglicus si è insinuato nella nostra lingua, lo affermo anni fa un famoso storico della lingua, Arrigo Castellani.
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E non accade solo in politica o in economia.
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Anche l’università (che dovrebbe valorizzare la nostra storia e la nostra cultura) non si sottrae al morbo: moltissimi atenei si muniscono di student service, attraverso un customer service misurano la customer satisfaction (come se gli studenti fossero dei clienti!); per le più svariate esigenze chiedono che gli studenti (ma anche i professori e il personale amministrativo) compilino correttamente un format (invece che un modulo).
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Nella comunità scientifica si usa impropriamente call per indicare un invito a partecipare a un congresso’ e i professori quando fanno la relazione distribuiscono un hand-out (potrebbero dire fotocopia o riassunto) o proiettano delle slide (potrebbero dire diapositive o immagini).
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Non va meglio nella vita quotidiana.
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Il nostro italiano, parlato e scritto, è segnato dalla presenza eccessiva dell’inglese.
[37]
Senza accorgercene usiamo parole inglesi quando avremmo a disposi- zione forme italiane perfettamente funzionali e anche più comprensibili.
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Abusiamo di parole come body-guard (invece di guardia del corpo), e-commerce (invece di commercio elettronico), food e drink (come se in italiano non esistessero cibo e bevanda), selfie (invece di autoscatto; selfie si fanno gli imbecilli davanti alla Promenade des Anglais della strage di Nizza!), sono onnipresenti e insopportabili location (invece di collocazione, sistemazione) e mission (invece di missione, scopo).
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Perfino sul nostro giornale, solitamente attento all’uso della lingua, trovo street control (invece di controllo stradale), ma si tratta del modo di esprimersi di un intervistato.
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Intendiamoci: nessuno propone l’autarchia lessicale, come si tento nel periodo fascista, sappiamo bene che non esistono lingue pure, le lingue sono tutte strutturalmente mescolate; si vuole praticare la strada della xenofobia indiscriminata, eliminando dall’italiano le parole di origine straniera che vi vivono da secoli.
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Sarebbe stupido, oltre che impossibile.
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Decine, anzi centinaia di parole inglesi (o anglo-americane) sono diventate patrimonio usato dagli italiani nelle comunicazioni abituali e fanno parte della nostra lingua.
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Chi vorrebbe rinunziare a parole come computer, jazz, baby-sitter, laser, mail, spot e tante altre di tutti i giorni?
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La questione è un’altra.
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Non tutti gli anglicismi che usiamo correntemente sono davvero necessari; non è cosi, la lingua italiana possiede in se le risorse necessarie a comunicare nelle diverse situazioni della vita.
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Usiamo troppi anglicismi, spesso inutili e poco comprensibili: segno di scarsa sensibilità linguistica e anche di scarso amore per la nostra lingua.
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Del resto siamo abituati a sottovalutarci: ci sentiamo italiani quando (a ragione) apprezziamo le imprese sportive della nostra nazionale di calcio ma troppo spesso ignoriamo i meriti della nostra cultura e della nostra storia (che tanti invece all’estero ammirano).
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Non va bene essere iattanti ma neppure va bene flagellarci a torto.
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Per fortuna ci sono segni di reazione.
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Li vedremo nella prossima puntata.
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Nessuno vuole l’autarchia lessicale ma un po’ più di amore verso la propria lingua. E verso se stessi
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Dal Jobs Act alla spending review: ecco tutto quello di cui potremmo fare tranquillamente a meno

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