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I maldestri

Language columnParole al Sole
AuthorRosario Coluccia
Date 05 luglio 2015


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Se Attila è il fratello di Dio, speriamo che me la cavo

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Totò, gli strafalcioni e l’idioma: storia di un rapporto difficile

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La distanza nord-sud è stata ricucita, almeno con l’italiano: le perle di sgrammaticatura ora accomunano tutti

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In un episodio di «Toto, Peppino e la Malafemmina» (1956), i due protagonisti meridionali, partiti alla volta di Milano per sottrarre l’ingenuo nipote ai raggiri di una affascinante bionda settentrionale, approdano in piazza Duomo. Per conoscere l’indirizzo della donna, si rivolgono a un vigile con le celebri frasette: «Dunque, excuse me, bitte schon... Noio... volevam... volevan savoir...- l’indiriss... ja»; e, alla risposta del vigile, esclamano compiaciuti «Bravo, parla italiano!», meravigliandosi della capacità linguistica del vigile che li guarda stralunato.

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Quella scenetta ci dice molte cose. Il dialogo ci fa capire quanta distanza separava i due mondi, quello dell’Italia del Nord e quello dell’Italia del Sud, a metà degli anni 50: i due napoletani ritenevano naturale che a Milano si parlasse non l’italiano ma una lingua straniera. Una scenetta del genere oggi sarebbe improponibile, perché lontanissima dalla realtà effettiva della nostra nazione: l’Italia è unita linguisticamente e un italiano fondamentalmente unitario si usa dappertutto. In qualsiasi luogo d’Italia ci rechiamo non abbiamo bisogno di portarci dietro un vocabolario che ci soccorra (come faremmo andando in un paese straniero di cui conosciamo poco la lingua); in ogni angolo d’Italia possiamo usare la lingua di tutti i giorni, sicuri di farci capire.

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Non è stato sempre così. Ancora al raggiungimento dell’unità politica solo una minoranza di persone, al massimo il 10%, era in grado di parlare l’italiano; i restanti, molti di più, usavano abitualmente il dialetto. Lentamente le cose sono cambiate, mentre passavamo dalla società agro-pastorale alla società industriale e terziaria, oggi ampiamente telematica. Ai miei studenti, troppo giovani per aver conosciuto direttamente, dico spesso di guardare i documentari degli anni cinquanta del secolo scorso che a volte passano in televisione: mostrano uomini e donne del sud (sono i nonni e bisnonni dei giovani d’oggi) in partenza con le loro valigie di cartone per raggiungere il lavoro e una vita senza fame nelle città del nord. Interrogati dagli intervistatori quegli uomini e quelle donne rispondevano quasi solo in dialetto, l’italiano era per loro una lingua sconosciuta. Lo testimonia una trasmissione televisiva. Dal 1959 al 1968 il maestro Manzi, un signore affabile e garbato, ha insegnato a leggere e scrivere a oltre un milione di italiani adulti analfabeti: «Non è mai troppo tardi» si intitolava la trasmissione del maestro Manzi, che teneva incollati davanti allo schermo operai rientrati dal lavoro e casalinghe, uniti dal desiderio di saper usare un po’ meglio la lingua nazionale.

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Al momento attuale il quadro è profondamente mutato. Secondo le statistiche, il 94% della popolazione italiana è in condizione di capire e usare l’italiano, ovviamente conservando modi regionali e senza abbandonare il dialetto nativo, prezioso e da conservare con cura. È un fenomeno non solo linguistico, anche politico e sociale: poco alla volta vengono rimossi gli ostacoli alla partecipazione alla vita attiva di tutti i cittadini che la Costituzione (articolo 3) fissa come «compito» comune. Per la prima volta nella nostra storia diventiamo un paese linguisticamente unito, nel quale la lingua rappresenta un fattore portante dell'identità nazionale.

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Torniamo all’inizio di quest’articolo: sono frequenti, persino nell’opinione comune, le constatazioni sull’uso maldestro o inefficace della nostra lingua, spesso accompagnate da toni di deprecazione per l’imbarbarimento a cui la stessa sarebbe oggi sottoposta. La scuola non fa eccezione. Manifestazioni estreme e un po’ bizzarre attraggono l'interesse del grande pubblico, che spesso con intelligenza sorride più che indignarsi. Alcuni anni fa (1990) un bravo maestro di scuola elementare, Marcello D’Orta, raccolse in un libro che intitolo «Io speriamo che me la cavo» sessanta temi dei suoi scolari napoletani; la regista Lina Wertmüller ne trasse un film (1992). Libro e film ebbero successo grandissimo. Ecco alcune frasi di quei temi, riprodotte anche negli errori: «Mio padre non so quanti hanni ha, però non è troppo vecchio: un poco è anche giovane!»; «Al Nord il maltempo è sempre cattivo, piove e nevica sempre, le persone si svegliano umide». Oggi il processo si è intensificato: recentemente ragazzi di scuola media scrivono nei loro temi del famoso pittore «Scarafaggio» (non «Caravaggio»), della regnante «Costanza d'Aragosta» (non «Aragona»), del terribile «Attila fratello (non flagello) di Dio».

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L’uso maldestro dell’italiano non è limitato alla scuola. Temi d'interesse linguistico con frequenza vengono dibattuti su quotidiani e periodici di grande diffusione. Alcuni lamentano l'uso di «parte più posteriore» e «parte più anteriore» (come se «anteriore» e «posteriore» non fossero già comparativi); di «maggior prevalenza» (come se ci potesse essere una prevalenza minore); di strutture con ne pleonastico del tipo «di queste cose ne abbiamo già discusso». Colpisce la presenza, nelle pagine di un quotidiano nazionale (non nel bollettino di un circolo di quartiere), di frasi come «il cane, con un balzo felino», o «non piove da due mesi e la Brianza è con l’acqua alla gola», o infine «i tre, benché calabresi, erano incensurati». Per non parlare della lingua usata in molte trasmissioni televisive, anche di grande successo.

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Vi sono reazioni, a volte in forme immaginifiche o ingenue. In rete si trova un video postato (così pare sia opportuno scrivere in buon italiano) dal «Fronte di Liberazione dal Piuttosto Che (F.L.P.C.)», nel quale si dichiara illegale il piuttosto che disgiuntivo. Nel 2013 in una scuola di Gela (presso Ragusa) è nata l’associazione «Salviamo il Congiuntivo», allo scopo di salvare le tristi sorti del congiuntivo compromesso dalle abitudini di studenti (e non solo) che utilizzano il congiuntivo a sproposito.

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Si registrano anche impegni meno effimeri. Istituzioni importanti come l’Accademia della Crusca, l’Accademia dei Lincei, la Società Dante Alighieri, associazioni scientifiche come l’Associazione per la Storia della Lingua Italiana offrono servizi di consulenza linguistica, danno vita a rubriche televisive di successo (valga per tutte il settimanale «soccorso linguistico» offerto da Francesco Sabatini, presidente onorario dell’Accademia della Crusca, la domenica mattina su RAI 1), gestiscono blog, promuovono seminari di aggiornamento.

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In questa situazione la scuola e l’università sono chiamate a un ruolo centrale, perché saper parlare e scrivere bene, capire a fondo quello che si legge, rende il cittadino consapevole e capace di scegliere liberamente. A una lingua ricca, leggera, funzionale auspicava la parte migliore della nostra storia, questo desideravano Foscolo, Cattaneo, Manzoni e tanti altri quando vagheggiavano la lingua comune degli italiani, che ai loro tempi ancora non c’era. Su questo tema si gioca il futuro culturale del paese. L’aveva capito perfettamente un pensatore che anni fa molti citavano e oggi quasi nessuno più ricorda. Imprigionato nel carcere di Turi, Antonio Gramsci così scriveva. «Ogni volta che affiora, in un modo o in altro, la questione della lingua significa che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allarga- mento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale».


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