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Alla fine dell Trecento l’attuale vocabolario è formato per oltre l’80 per cento
Storia di una lingua che evolve (piano)
Di mestiere faccio il linguista. Sono fortunato, studio una realtà affascinante e in movimento, le lingue mutano di continuo, come tutti gli organismi viventi. Quando non mutano, se restano sempre uguali a sé stesse, se non vengono rinnovate ogni giorno da comunità più o meno ampie di individui, di quelle lingue si dice che sono morte. Questa sorte è toccata al latino, un tempo parlato da milioni di persone, in tutto il vastissimo impero romano, e oggi solo studiato sui libri, raccolto in vocabolari identici da decenni (tutti gli studenti conoscono il Georges-Calonghi, viene ristampato sempre uguale).
Attenzione: lingua morta non vuol dire lingua da cancellare, studiare il latino è importantissimo, serve a capire il nostro passato e allena la mente al ragionamento.
Con la lingua italiana è diverso, essa è in continuo mutamento. Percepiamo la variazione soprattutto attraverso le parole: nell’italiano entrano parole nuove (i cosiddetti neologismi), altre parole si usano sempre meno e poco alla volta scompaiono (i cosiddetti arcaismi). Cambiano la consistenza e la composizione del lessico, ma non cambiano le strutture di fondo della lingua: noi siamo in condizione di capire gran parte della lingua antica, leggiamo i testi del passato senza difficolta particolari, non è necessario aver studiato linguistica all’università. Qualsiasi italiano di media cultura comprende il significato di una frase come «Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura che la diritta via era smarrita». Magari non riconosciamo che si tratta dell’inizio della Divina Commedia, il testo cardine della nostra cultura, magari non abbiamo letto neppure un rigo di Dante, ma capiamo cosa quelle parole voglian dire. Constatando una verità che è sotto gli occhi di tutti, ce lo ricordano studiosi eccellenti. Scelgo quasi a caso, uno tra tanti: «alla fine del Trecento l’attuale vocabolario fondamentale italiano è configurato e completo all’81,5%. Ben poco è stato aggiunto nei secoli seguenti. Tutte le volte che ci è dato di parlare con le parole del vocabolario fondamentale, e accade quando riusciamo ad essere assai chiari, non è enfasi retorica dire che parliamo la lingua di Dante. È un fatto» (Tullio De Mauro, 2003).
Diamo un’interpretazione corretta alle parole di De Mauro, teniamo conto dell’aggettivo due volte ripetuto, fondamentale. Vuol dire che per le necessità primarie della comunicazione il nostro vocabolario coincide in gran parte con quello di Dante. Nella sola Divina Commedia ci sono oltre 5.500 parole: di queste moltissime si continuano fino a noi, sono anche nostre. Naturalmente non possono essere dantesche le parole legate alle nuove tecnologie, alle nuove idee, alle nuove condizioni sociali, ai nuovi fenomeni politici ecc. Ne gli apporti che dopo il trecento hanno dato alla nostra molte lingue straniere: nel cinque e seicento lo spagnolo, nel sette e ottocento il francese, nel novecento e ai nostri giorni l’inglese. Né le parole che nel corso dei secoli dai vari dialetti si sono travasate nell’italiano. Per capirci: Dante non possedeva termini come astronauta, Computer, illuminismo, marxismo, mozzarella, piadina e tantissime altri della vita odierna, è ovvio. Ma le sue parole di base, quelle fondamentali, sono anche nostre, le usiamo correntemente.
Il lessico di una lingua si riflette nei vocabolari. Un vocabolario della lingua italiana contiene un numero elevato di lemmi, tra 140 e 180 mila. Per comunicare e per vivere ne usiamo molti di meno, di moltissimi ignoriamo addirittura l’esistenza. Qualche anno fa due bravi linguisti che sono anche autori di vocabolari, Valeria Della Valle e Giuseppe Patota, hanno deciso di eliminare dalla loro opera una sessantina di parole che un tempo venivano usate e oggi nessuno più conosce. Eccone alcune: «necare ‘uccidere’, orbita ‘cecità’ ‘privazione’, ostelliere ‘oste’ ‘albergatore’, pendevole ‘pendente’, pluvia ‘pioggia’, propago ‘stirpe’ ‘discendenza’, sbricco ‘furfante’ ‘briccone’, svenevolaggine ‘svenevolezza’». Queste parole sono dei veri e propri archeologismi lessicali, pezzi di lingua appartenenti al passato, ne va registrata la memoria ma non sono più in uso, come capita ai monumenti di epoca greca o romana che l’archeologia studia come memoria di fasi scomparse.
In altri casi le parole ci appaiono un po’ indebolite, quasi bisognose di soccorso, come se chiedessero il nostro aiuto per continuare a vivere. Per tutelare quella parte di italiano che rischia di scomparire, la «Società Dante Alighieri» (benemerita, insieme all’«Accademia della Crusca»), in accordo con «Corriere della Sera» e con «Io Donna», ha lanciato già da qualche anno la campagna «Adotta una parola». In collaborazione con quattro dizionari d’italiano (Devoto Oli, Garzanti, Sabatini Coletti e Zingarelli) si selezionano parole della nostra lingua che sembrano a rischio, «in via d’estinzione» (co- me alcune specie animali e vegetali). Eccone alcune: aggetti- vi come ardito, arduo, astrale, avventato, basito, bisunto, face- to, fatuo, frusto...; sostantivi co- me azzardo, corruccio, diatriba, dileggio...; verbi come accigliarsi, arringare, berciare, biascicare, elargire... Chiunque può fare esperimenti con sé stesso, misurare la propria competenza linguistica. Scorriamo le liste precedenti e rispondiamo, parola per parola: 1. la uso; 2. non la uso ma ne conosco il significato; 3. non la uso e non ne conosco il significato. «Adotta una parola» è anche un gioco da fare in rete. Sul sito dell’iniziativa chiunque ami il nostro idioma può scegliere una parola, adottarla e diventarne il custode per un anno, impegnandosi a promuoverne l’utilizzo, a segnalarne usi scorretti o maldestri, a registrare significati nuovi o impropri: quasi una forma di adozione a vantaggio di soggetti (linguistici) un po’ deboli.
Alcuni uffici scolastici regionali (non quello pugliese, se non ho visto male) in maniera intelligente lanciano concorsi nelle scuole. Divertendosi, gli studenti incrementano le competenze linguistiche in lingua italiana usando correttamente parole poco note o desuete: si impegnano in testi scritti (racconti, saggi brevi, articoli di giornale) da cui emergano la piena comprensione dei significati delle parole stesse, la coerenza logica e la capacità di inserire i vocaboli in una cornice di originalità e di creatività. Si divertono, imparano, vengono premiati (premi modesti, s’intende, non si concorre per arricchire). Così la scuola funziona bene.
Parole declinano o scompaiono, parole nuove entrano nella lingua. Nulla di strano, la società cambia, la lingua ne rispecchia i mutamenti e i vocabolari registrano quello che succede nella società. Lo sviluppo di nuove conoscenze e l’affermarsi di nuovi contesti tecnologici e sociali - l’informatica, le telecomunicazioni, l’economia, la politica, i cambiamenti mondiali - determinano un’elevata mobilità lessicale e una notevole creatività linguistica. Nella comunicazione quotidiana entrano continuamente nuove parole: all’inizio risultano estranee ma poco alla volta, se i parlanti le accettano, diventano di tutti. Le parole nuove registrate nei vocabolari pubblicati nel 2016 vanno dalle 300 alle 500.
I mezzi di comunicazione, più o meno recenti (radio, televisione, giornali, rete), svolgono un ruolo decisivo nella diffusione dei neologismi. La banca dati dell’Osservatorio neologico della lingua italiana (http://www.iliesi.cnr.it/) registra le novità presenti nei principali quotidiani nazionali e anche in molti a diffusione locale: possiamo cosi verificare il continuo arricchimento e l’evoluzione del lessico italiano dagli anni novanta del XX secolo a oggi. Enormi sono la diffusione e l’influenza esercitate dai quotidiani sulla lingua d’uso.
Un esempio per tutti. Nel linguaggio giornalistico degli anni novanta, lo scandalo delle tangenti legate alla pubblica amministrazione fu definito tangentopoli (all’inizio riferito alla sola città [-poli, < gr. polis ‘citta’] di Milano). Abbiamo constatato poi che il fenomeno della corruzione non riguarda solo Milano e di tangentopoli abbiamo parlato in tantissime altre occasioni (purtroppo!). E il malaffare non riguarda solo la politica, ma tanti altri campi. Dimenticando l'etimologia, quel suffisso -poli è diventato sinonimo di corruzione, applicato ai campi più disparati: affittopoli, calciopoli, parentopoli, viaggiopoli, ecc. Oggi la parola tangentopoli è nota a tutti, non è più un neologismo.
Chi stabilisce se una parola può essere accettata, chi detta le regole? Non esistono regole, l'uso decide: la lingua e democratica, siamo noi (tutti noi insieme) che abbiamo il potere di stabilire se una parola entra o esce dalla lingua, se vive o scompare. Non decidiamo votando, lo decidiamo parlando e scrivendo, l'uso collettivo decide.
Ce lo ricorda un dialogo famoso tra Alice, la bambina del «Paese delle meraviglie», e Humpty Dumpty, un buffo personaggio a forma di uovo, saccente e un po' strano. Questi dichiara: «Quando io uso una parola, questa significa esattamente quello che dico io, né più né meno». «Bisogna vedere - dice Alice - se Lei può dare tanti significati diversi alle parole». «Bisogna vedere - risponde Humpty Dumpty - chi è che comanda; è tutto qua».
È così, nella lingua comandiamo tutti noi, siamo noi che decidiamo in qual modo usare il nostro bellissimo idioma: sta a noi mostrarci capaci e responsabili, le sorti dell'italiano sono affidate agli italiani stessi. Noi siamo le parole che usiamo. Di tutto questo tratteremo nelle prossime puntate di questa serie.
“I lemmi dell’italiano vanno da 140 a 180mila. Ma per comunicare ne usiamo molti di meno”
“La lingua è democratica: siamo noi a stabilire cosa salvare e cosa no. E noi siamo le parole che usiamo”
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