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Dialetti

Language columnParole al Sole
AuthorRosario Coluccia
Date 02 agosto 2015


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Se una frisa può bastare per smentire Pavese

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Dal dopoguerra ad oggi superato lo scetticismo dello scrittore

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Da sottostoria a ricchezza lessicale e culturale: le parlate locali diventano patrimonio vivo che alla fine plasma la lingua nazionale

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Il dialetto è sottostoria. Bisogna invece correre il rischio e scrivere in lingua, cioè entrare nella storia, cioè elaborare e scegliere un gusto, uno stile, una retorica, un pericolo». Sono parole di Pavese, uno dei grandi scrittori italiani del Novecento. Spesso rifletto su queste frasi che non condivido, mi sforzo di capirle. Pavese si riferiva alla letteratura, che può essere in dialetto o in lingua, e dichiarava una scelta precisa; ma, quasi per contrappasso, in opere sue famose come Paesi tuoi o Il compagno troviamo parole dialettali piemontesi come tampa e piola, che significano entrambe osteria’.

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Forse nella valutazione di Pavese avrà pesato il fatto che egli scriveva poco dopo la fine della seconda guerra mondiale, quando una parte ancora troppo scarsa della popolazione riusciva a comunicare in italiano; di conseguenza alla maggioranza veniva precluso non solo l’accesso alla letteratura ma veniva anche negata la possibilità di una vita socialmente attiva e soddisfacente (l’abbiamo spiegato nella prima puntata di questa rubrica). Oggi la situazione è cambiata, l’italianizzazione è progressivamente cresciuta; ma i dialetti non hanno smarrito vitalità e funzione, rappresentano un residuo del passato, da guardare con la nostalgia che a volte riserviamo ai fossili e alle memorie di altri tempi. I dialetti sono importanti, nella odierna società telematica e digitale come in passato.

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Dalle parlate locali sono passati all’italiano termini dialettali che noi usiamo correntemente, ignorandone la provenienza. Limitandoci al campo alimentare, e scegliendo una piccola parte, dalla Liguria vengono pesto, trenette, vernaccia; dal Piemonte barbera, barolo, agnolotti, fontina, grissini; dalla Lombardia risotto, ossobuco, brasato, gorgonzola; dall’Emilia-Romagna tagliatelle, tortellini, cotechino, culatello, zampone e da ultimo piadina; dalla Toscana panforte, ricciarelli, cacciucco; dal Lazio (Roma soprattutto) stracciatella, spaghetti all’amatriciana, bucatini, rigatoni; dalla Campania (Napoli soprattutto) pizza, calzone, panzerotto, mozzarella; dalla Puglia cozza e recentemente frisa (un locale di Roma si pubblicizza come «pizzeria, piadineria, friseria»); dalla Sicilia cannolo, cassata, zibibbo. Non poche di queste parole sono ormai internazionali, le abbiamo trasmesse ad altre lingue (ne abbiamo parlato nella terza puntata). Tanta varietà è bellissima e, insieme ad altre motivazioni, rende opportuna la scelta di dedicare al cibo l’EXPO milanese.

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I dialetti non danno alla lingua solo termini dell’alimentazione, trasmettono anche forme che direttamente si collegano alla cultura locale e poi nazionale: questore, questura, brogliaccio (Piemonte), fedina, scartoffia, guardia, secondino (Lombardia), benzinaro, palazzinaro, pataccaro, bustarella (Roma), camorra, camorrista, basista, palo (Napoli), ndrangheta (Calabria), mafia, picciotto, intrallazzo, pizzo, pizzino (Sicilia).

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Non intristiamoci pensando ai costumi e alle pratiche sociali a cui rinviano molti meridionalismi entrati nell’italiano. La lingua non è immutabile. Spetta a noi, ai nostri comportamenti e alla nostra volontà, trasmettere alla lingua nazionale termini positivi e di più alto contenuto civile. I popoli liberi possono scegliere in autonomia i valori di riferimento.

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Tra gli effetti più cospicui della crescente italianizzazione della società c’è la desuetudine o la scomparsa di molte parole dialettali. Chi oggi allude al proprio padre usando termini come «sire» o «tata»? Chi usa (o almeno conosce il significato di) «chiezzu» o «uttisciana»? O individua la genesi remota di «zinzulusa»? Alla raccolta di forme dialettali arcaiche o cadute in disuso si dedicano con merito molti volenterosi. Un invito alla prudenza: se non vogliono scadere nel dilettantismo, questi lavori debbono poggiare su solide fondamenta scientifiche. Abbiamo un punto di riferimento importante: il Vocabolario dei dialetti salentini, che il tedesco G. Rohlfs ha dedicato alla nostra terra ormai quasi sessant’anni fa, è ancora uno dei monumenti della lessicografia dialettale in Italia, nonostante i segni del tempo.

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Una definizione scherzosa ma efficace proclama che «il dialetto è una lingua che non ha un esercito», cioè occupa una posizione soggiacente rispetto a varietà di statuto più alto. Possiamo considerare il dialetto tipico del mondo intimo e profondo, mezzo per comunicare in famiglia e nella comunità primaria; ma per comunicare fuori dai contesti familiare e amicale per diffondere cultura e scienza non esistono scorciatoie alternative alla lingua. Neanche nei sogni di un municipalista ad oltranza si possono considerare lingue l’emiliano-romagnolo o il napoletano; vanno perciò respinte le posizioni di alcuni politici del nord che pretendono di elevare a lingua le parlate locali (lingua piemontese, lingua lombarda, lingua bergamasca, lingua padana, ecc.), estirpando dall’etichetta, non casualmente, il termine dialetto.

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Come detto prima, i dialetti non corrono inesorabilmente verso l’estinzione; vi sono invece segni di una loro buona vivacità, pur se si tratta di dialetti più o meno italianizzati nella fono-morfologia e nel lessico e se l’uso del dialetto è più forte in alcune regioni: al nord, in Valle d'Aosta e nel Triveneto; al sud, in Sicilia e in Campania. In maniera socialmente trasversale il dialetto, quando è posseduto contemporaneamente alla lingua, non è più sentito come marchio di inferiorità ma offre al parlante una consapevole opzione in grado di soddisfare varie esigenze comunicative e espressive della società attuale. Si aprono oggi nuovi spazi e ambiti d’impiego al dialetto, presente persino nei grandi mezzi di comunicazione: presenza e usi del dialetto (in misura variabile e per finalità differenti) registriamo in giornali, radio, tele- visione, cinema, fino alle forme più recenti, informatiche e telematiche, della comunicazione.

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Il ricorso ai dialetti segna una parte non irrilevante della produzione cinematografica: fenomeni interessanti si verificano anche in zone tradizionalmente non abituate a guardare al proprio dialetto con atteggiamento di particolare orgoglio, come è il caso della Puglia. Ma le cose cambiano sotto i nostri occhi. Si pensi all’assunzione del dialetto e dell’italiano regionale in registi quali Cristina Comencini, Piva, Rubini (non capisco perché faccia parlare personaggi salentini con il dialetto apulo-barese), Winspeare e altri; alcune loro opere sono corredate da sottotitoli in italiano, quasi a segnalare l’incomprensibilità da parte del pubblico non locale della varietà parlata sul schermo. In queste realizzazioni cinematografiche il dialetto assume talvolta la funzione di rappresentare icasticamente una realtà quotidiana difficile ma vera, abbandonando forse in via definitiva il connotato di veicolo dell’umorismo di basso conio che caratterizzava il filone un po’ grassoccio di film degli anni Ottanta come «La liceale seduce i professori», «L’infermiera nella corsia dei militari» e altri non meno memorabili (il mondo aspetta la prossima rivalutazione di Quentin Tarantino...).

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I processi di ristrutturazione comunicativa in atto nella società contemporanea si riflettono ampiamente nella canzone. Alla pizzica, musica accompagnata da danza e canto (in dialetto salentino e in grico), tradizionale del Salento, arride gran successo fuori dai circuiti locali (ce lo confermano in questi giorni le cronache delle principesche nozze Casiraghi-Borromeo). La pizzica e la «Notte della taranta» non bastano, dice qualcuno. Non so, forse; chiedo: ha senso affossare quanto esiste e funziona? Preciso, chiaro e forte: non intendo inserirmi in polemiche, passate e recenti, non sono interessato. Una proposta mi sento di fare, operativa. Istituzioni, politici di varia appartenenza, cittadini si mostrino capaci di progettare manifestazioni di dimensione internazionale e di forte impatto popolare, diano vita a iniziative all’altezza della meravigliosa storia di questa terra; sagre , ma anche altro. Non sto facendo politica, parlo di progetti culturali. Lecce, capitale della cultura, merita questo impegno: scendano in campo le idee.

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Il dialetto non è sottostoria, Pavese sbagliava. Chi lo pratica, chi vuole tenerlo in vita, chi lo studia, deve trattarlo in forme appropriate, con rispetto.


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