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Astratto e concreto

Language columnIl linguista
AuthorFausto Raso
Date 28 luglio 2009


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Ai tempi della scuola abbiamo appreso che la differenza tra il concreto e l’astratto sta nel fatto che nel primo caso si dice di ciò che può essere verificato direttamente con i sensi, quindi è percettibile, vero, che si può toccare con mano; nel secondo caso, invece, di ciò che pur esistendo non può essere percettibile in quanto è semplicemente una nozione comune come, ad esempio, la virtù o la benevolenza. Non è sempre facile, dunque, distinguere il concreto dall’astratto soprattutto dal punto di vista grammaticale perché il fatto non attiene alla fonetica alla morfologia alla sintassi.

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È interessante vedere, quindi ripercorrendo l’ evoluzione della lingua , come alcuni vocaboli che in origine indicavano esclusivamente nozioni materiali oggi siano atti ad esprimere i concetti più astratti. Analizziamo il verbo pensare: questo non è altro che il verbo latino che voleva dire pesare’; da una cosa concreta è passato ad indicare una cosa astratta; non diciamo, del resto, pesare il pro e il contro di una determinata faccenda? E che cosa significa comprendere se non accogliere in noi un pensiero? Scrutando il verbo capire (dal latino capere, prendere, contenere, accogliere’) si vede bene il passaggio dal significato concreto a quello astratto: accogliere nella nostra mente un concetto, quindi capirlo. Originariamente il suddetto verbo indicava solamente una cosa concreta, tant’è che ancora oggi si parla di capienza di un locale; poi anche in latino ha finito con l’acquistare l’accezione di intendere’. L’ambivalenza concreto-astratto si nota meglio esaminando un altro termine, figlio di capire: capace. Diciamo, infatti, che un recipiente è molto capace e che un ragazzo è capace di risolvere un problema; nel primo caso abbiamo capace nel significato concreto di contenere’, nel secondo in quello astratto di avere attitudini’. Ancora. Il verbo riflettere palesa ancora più facilmente la sua antica origine: non significa altro che riflettere, vale a dire piegarsi su stesso’. Chi riflette, dunque, ripiega la mente su stesso’, ovverosia rivolge l’attenzione sui fatti interni della vita psichica (i contenuti del pensiero). Il passaggio dal valore concreto a quello astratto anche in questo caso si riscontra con maggiore evidenza nelle espressioni concentrarsi nei propri pensieri, raccogliersi in meditazioni.

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Con queste modeste noterelle tentiamo di mettere in evidenza, insomma, il fatto che nel parlare e nello scrivere adoperiamo termini che i nostri antenati Latini usavano con accezioni diverse da quelle odierne e solo un’attenta analisi ci rimanda al significato originario che da astratto è diventato concreto e viceversa. Una riprova? Molte fra le parole più astratte di quelle che esprimono concetti matematici, ad un attento esame, rivelano i loro significati originari che erano, per l’appunto, concreti. Vediamo.

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Il punto, quando è nato, non era altro che il segno lasciato da una puntura (d’insetto, ad esempio); la linea, presa come simbolo della figura geometrica, è il femminile dell’aggettivo derivato da lino, che è, propriamente, filo di lino’. Vogliamo dire, insomma, che il confine tra astratto e concreto è quanto mai labile (e i sacri testi grammaticali per quanto ne sappiamo non ne fanno cenno). Si pensi, a questo proposito, all’aggettivo amaro: un caffè amaro e un ricordo amaro; o al verbo inghiottire: si può inghiottire un cibo come una calunnia.

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Potremmo continuare ma non vogliamo tediarvi oltre misura. Concludiamo consigliando a coloro che amano il bel parlare e il bello scrivere di adoperare il su citato verbo nella forma non incoativa (cioè senza l’inserimento dell’infisso -isc- tra il tema e la desinenza) allorché assume un significato metaforico: non hai paura che il buio ti inghiotta? Si dirà, invece, che Mario inghiottisce qualunque cosa gli capiti sotto i denti.

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Fausto Raso

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Scritto martedì, 28 luglio 2009 alle 20:18 nella categoria Senza categoria. Puoi seguire i commenti a questo post attraverso il feed RSS 2.0. I commenti e i pings sono disabilitati.

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giovanni scrive:

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3 agosto 2009 alle 06:00

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Ed il verbo intendere? Come si iscrive nella costruzione di cui sopra? E così pure, come può sostenersi la vicinanza tra astratto e concreto quando si parla, ad es., di infinito, un concetto che è il paradigma dell'astrazione?

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Grazie!

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linguista scrive:

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3 agosto 2009 alle 06:15

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Il verbo intendere si può considerare astratto quando ha l’accezione di 'capire il significato', 'comprendere con la mente': "Filippo ha inteso subito, senza problemi, il pensiero dell’autore"; concreto allorché si fa riferimento esplicito all’udito, alla percezione sensoriale, quando significa, insomma, 'sentire', 'udire': "Durante tutta la notte ha inteso dei rumori sospetti". Per quanto attiene all’ambivalenza astratto-concreto di infinito le cose si complicano. Si può ritenere concreto nella forma aggettivale e nell’accezione di 'svariato', 'innumerevole' e simili (sull’argomento sono stati pubblicati "infiniti" testi), astratto in tutti gli altri casi.

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Fausto Raso

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Riccardo scrive:

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17 gennaio 2010 alle 07:27

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il sostantivo "buio" è concreto o astratto ?

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Grazie per l'attenzione

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linguista scrive:

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17 gennaio 2010 alle 08:40

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Il buio propriamente non lo vediamo, ma si tratta evidentemente di una realtà concreta, che attiene alla nostra sfera sensoriale: la cosa è evidente quando diciamo "Qui c'è buio". Se si volesse rendere il buio un'astrazione si potrebbe coniare il termine "buietà" ("buietudine", invece, esprimerebbe la condizione di chi vive nel buio).

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Massimo Arcangeli

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Salvatore Zingale scrive:

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18 gennaio 2010 alle 19:02

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Mi viene da dire che tutto "è concreto", ma alcune cose "diventano astratte", proprio nel senso etimologico, da "abstrahere": distaccare da. L'astratto è evoluzione del concreto. E la spiegazione di sopra lo dimostra.

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Saluti

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federico scrive:

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9 giugno 2010 alle 21:02

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sperando di trovare qualcuno di voi disponibile, chiedo se è corretto dire/scrivere "...ho bisogno di saperti vivo/in vita".

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tralasciando la bellezza dell'epressione, credo si possa usare. secondo voi???

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linguista scrive:

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9 giugno 2010 alle 22:19

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L'espressione è correttissima.

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Massimo Arcangeli

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Laura scrive:

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17 giugno 2010 alle 13:55

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Gentile Linguista, insegno italiano all'estero. Ho un testo (Contatti 1 -Freeth/Checketts- p. 149) in cui trovo questa frase: 'Pero' qualche volta guardo [...] un telefilm per rilasciarmi'. Chiedo: e' corretto scrivere 'rilasciarmi'? Non l'avevo mai letto o sentito prima. Ho sempre usato in una situazione simile: 'rilassarmi'.

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Vi ringrazio per l'aiuto. Saluti.

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linguista scrive:

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17 giugno 2010 alle 14:15

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Per il transitivo "rilasciare" è effettivamente attestato anche il significato di "rilassare" (cfr., per es., "rilasciare i muscoli"). Per "rilasciarsi", invece, il significato attestato è unicamente "allentarsi", "perdere tono". Sconsiglierei decisamente, dunque, di insegnare l'uso di "rilasciarsi" nel senso di "rilassarsi".

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Yahis Martari

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OLA scrive:

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31 luglio 2010 alle 00:01

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Salve, mi chiedevo se il termine NOVELLA sia astratto o concreto. La ringrazio anticipatamente per la visione :)

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linguista scrive:

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31 luglio 2010 alle 11:58

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Se per "novella" intendiamo l'oggetto rappresentato da un breve racconto, come quelli, notissimi, di un Verga o un Pirandello, allora il termine è concreto. Se intediamo invece parlare di una 'notizia', senza alcun aggancio a un'entità concreta, allora il termine è astratto.

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Massimo Arcangeli

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Giuseppe scrive:

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2 ottobre 2010 alle 15:50

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Tutti coloro che sarebbero arrivati a Roma dovevano rimanere estasiati......

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Tuti coloro che fossero arrivati a Roma dovevano rimanere estasiati....

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Quale delle 2 opzioni è corretta?

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Grazie.

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linguista scrive:

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2 ottobre 2010 alle 17:13

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Sono giuste entrambe le soluzioni; dipende dal quel che vogliamo far intendere in termini di svolgimento degli eventi. Sappiamo (ne abbiamo scritto più volte) che il condizionale può esprimere il futuro nel passato: se diciamo "Tutti quelli che sarebbero arrivati a Roma dovevano rimanere estasiati" immaginiamo perciò l'arrivo a Roma delle persone di cui parliamo come un evento futuro rispetto a un altro evento.

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Massimo Arcangeli

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federico scrive:

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19 ottobre 2010 alle 22:08

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è vero che "i quali" nelle relative non può essere utilizzato come complemento oggetto, e deve'essere sostituito con "che"?

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linguista scrive:

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19 ottobre 2010 alle 23:29

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"Il quale" (e "la quale", ecc.), se ci limitiamo all'uso italiano corrente e prescindiamo da particolari intenti stilistici, non è effettivamente adoperato come oggetto diretto. Non si dica e non si scriva perciò "Maria, la quale ho incontrato ieri a Roma, vive ora a Genova" bensì "Maria, che ho incontrato ieri a Roma, vive ora a Genova".

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Massimo Arcangeli

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federico scrive:

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26 ottobre 2010 alle 14:47

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salve, il pronome "" può essere usato nella seguente frase: "avendo questi fra edifici differenti..."?

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scrivere e come scrivere se stesso (almeno credo), quindi può essere usato anche riferito a sostantivi al plurale??

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linguista scrive:

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26 ottobre 2010 alle 15:16

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Il riflessivo rappresenta la forma tonica del pronome personale di terza persona singolare e plurale, usata nei complementi retti da preposizione, solo in riferimento al soggetto: (singolare) il padre ha portato con i figli, (plurale) i genitori hanno portato con i figli; il pronome inoltre è spesso rafforzato da stesso o da medesimo: (singolare) al ragazzo non manca la fiducia in stesso, (plurale) ai ragazzi non manca la fiducia in stessi.

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Sebbene non abbia ben compreso il contesto a cui lei si riferisce (avendo questi fra edifici differenti, a chi si riferisce "questi"?), la risposta alla sua domanda è quindi , il pronome può essere usato anche in riferimento a sostantivi plurali.

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Rocco Luigi Nichil

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federico scrive:

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27 ottobre 2010 alle 14:36

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grazie.

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federico scrive:

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30 ottobre 2010 alle 21:24

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devo assillarvi con altre due quesiti: si può mettere la virgola prima della congiunzione "e"? E' corrette dire "siccome che"?

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Esempio:

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Roberto ha comprato il latte, E, oltre ad essere passato dal panettiere, è andato dal medico.

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linguista scrive:

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30 ottobre 2010 alle 21:59

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Nell'esempio in questione la virgola dopo "e", naturalmente, ci sta tutta (la proposizione che segue è una incidentale). Quanto a "siccome che" - la mia è una sentita raccomandazione -: non lo usi.

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Massimo Arcangeli

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federico scrive:

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31 ottobre 2010 alle 19:07

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grazie per la raccomandazione, ma "siccome che", l'ho solo sentito dire. devo tuttavia dedurre che, nonostante sia brutto, si possa comunque usare?

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linguista scrive:

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31 ottobre 2010 alle 22:15

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Non lo scriva e non lo pronunci.

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Massimo Arcangeli

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Matteo scrive:

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7 novembre 2010 alle 11:13

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Ho un quesito circa la distinzione tra astratto e concreto. Dove si colloca la parola "parola"?

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Grazie

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linguista scrive:


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