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Dalla teoria alla prassi: norma e uso

Language columnIl linguista
AuthorYahis Martari
Date 26 giugno 2009
NewspaperRepubblica Online
Publication place-
Publication countryItalia
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Column-


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Abbiamo spesso parlato con i lettori di norma, oppure di purismo, senza avere però lo spazio per definire precisamente questi concetti.
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Proponiamo perciò, qui di seguito, un quadro di brevi definizioni teoriche utili allo scopo.
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Norma e normazione
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Che cos’è la norma linguistica?
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La risposta non è semplice.
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Il latino norma indica uno strumento di precisa misurazione geometrica, con cui stabilire se un angolo è retto oppure non lo è.
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Allora si può forse definire la norma linguistica come uno strumento con il quale individuare ciò che è linguisticamente accettabile.
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E con il quale, addirittura, stabilire una gradualità: quanto e come è accettabile una certa forma?
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La norma ce lo dice.
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E ci dice anche che cos’è un errore.
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La normazione, di conseguenza, è l’azione di chi induce ad adottare la norma stessa, e quindi a condividere l’uso di tale strumento di misurazione.
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Grammatica e regole
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La grammatica è l’insieme delle regole condivise e accettate per il buon uso della lingua.
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In altre parole, è il repertorio di certezze sul quale si esercita la norma.
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Ognuna delle regole della grammatica è il risultato di processi storici d’uso indipendenti dalla volontà dei singoli parlanti, e di ordinamenti intenzionali messi in atto da grammatici e politici.
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Le regole di una lingua, perciò, cambiano insieme alla storia e alle decisioni politiche.
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Le certezze della grammatica, dunque, non sono date una volta per tutte, ma, al contrario, sono mutabili.
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Usi e "appendici"
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La mutabilità della grammatica e delle sue regole, come si è detto, ha anche ragioni non intenzionali.
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Quando parlano e scrivono le persone usano semplicemente la lingua.
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E quasi sempre costituiscono delle piccole comunità in cui vigono regole non comprese nella grammatica e non riconosciute quindi dalla norma.
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Talvolta questi usi linguistici producono forme così fortunate che arrivano a concorrere con la norma.
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In alcuni casi le nuove forme entrano a fare parte della norma, modificandola.
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In altri casi restano in appendice per un po’ e poi scompaiono.
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In altri ancora affiancano per secoli le forme grammaticali ma sempre senza essere accettate dalla norma.
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Purismo e non-purismo
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Ogni parlante, e non solo grammatici e scrittori, può scegliere di essere più o meno purista; a seconda che sia più propenso a respingere le nuove forme dettate dall’uso (purista), oppure ad accettarle (non-purista).
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Più i parlanti si rendono conto della complessità dei fenomeni linguistici, più sono consapevoli della difficoltà di distinguere nettamente ciò che è accettabile da ciò che non lo è.
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Diverso è il caso dei grammatici, che adottano consapevolmente l’uno o l’altro atteggiamento in base a una tradizione più o meno fedele ai modelli letterari canonici.
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Riguardo agli scrittori, solo chi padroneggia la norma può scegliere consapevolmente di ignorarla.
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Ad esempio, Carlo Emilio Gadda o Aldo Nove sono linguisticamente innovativi proprio perché reinventano (conoscendole bene) alcune regole dell’italiano.
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Yahis Martari
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Scritto venerdì, 26 giugno 2009 alle 09:05 nella categoria Senza categoria.
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0.
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Fausto Raso scrive:
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30 giugno 2009 alle 12:48
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I profani, coloro che non sono addetti ai lavori come usa dire ritengono che grammatico sia sinonimo di linguista e viceversa.
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In linea generale non hanno torto, anche se come vedremo c’è una piccola sfumatura nel significato dei due termini.
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I vocabolari che abbiamo consultato non aiutano a capire questa sfumatura; alle voci in oggetto recitano: grammatico, studioso di grammatica; linguista, studioso di lingua (o linguistica).
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Al lemma grammatica leggiamo: l’insieme delle norme che regolano la lingua.
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A questo punto è piú che legittimo ritenere che grammatico e linguista siano termini concatenati tra loro e, quindi, sinonimi.
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Le cose, però, non sono cosí semplici.
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Per carpire la notevole’ differenza tra il grammatico e il linguista occorre considerare la lingua, di volta in volta, da due punti di vista diversi.
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Ora da quello normativo’ è bene scrivere cosí Paolo Bianchi e non Bianchi Paolo; ora da quello storico-comparativo’, seguendo i vari mutamenti che nel corso dei secoli hanno subito alcuni gruppi di parole e cercando di spiegarne i motivi storici, appunto.
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Il primo punto, il normativo, è quello che di regola si prefiggono i grammatici e i compilatori dei vocabolari: raccomandare certe forme e certi costrutti a preferenza di altri.
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Ordinando il buon uso i grammatici sono con le dovute eccezioni molto conservatori: le parole nuove sono, in genere, snobbate e biasimate esplicitamente.
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Particolarmente rigorosi, potremmo dire morbosamente attaccati alle norme, sono stati due secoli fa i cosí detti puristi.
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La loro morbosità, il loro attaccamento alle norme, procurò a quei valentuomini l’epiteto, ora scherzoso ora dispregiativo, di linguaioli.
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Il secondo punto, il comparativo, è di pertinenza esclusiva della linguistica (o glottologia, i due termini hanno press’a poco lo stesso significato).
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La glottologia si rifà ai metodi maturati due secoli or sono nello studio scientifico delle lingue, vale a dire il metodo comparativo e la concezione storica.
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Il glottologo (o linguista), insomma, osserva un particolare fenomeno linguistico (e lo compara con altre lingue): che l’aggettivo pronominale o possessivo, per esempio, di terza persona loro è invariabile.
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Una volta stabilito questo dato di fatto, cerca di darsene una spiegazione prendendo a confronto le forme piú antiche, le voci dialettali, comparandole con le forme di altre lingue sorelle o affini.
[55]
Il metodo storico ci permette di vedere come alcune forme etimologicamente errate si siano saldamente radicate nell’uso e siano da considerare, quindi, perfettamente in regola con la legge della lingua.
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Il metodo storico, insomma, ragione ai portabandiera del detto l’uso fa la lingua.
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Un esempio?
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Quando nel latino parlato durante il periodo di transizione dalla lingua classica a quella volgare per formare il participio passato di debere (dovere) i parlanti hanno cominciato a dire debutum (donde l’italiano dovuto’), invece della forma corretta debitum, hanno imposto l’uso scorretto che è diventato corretto.
[59]
Hanno fatto un po’ come i bambini che dicono, per esempio, romputo e non rotto.
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Mentre oggi, però, in casi come questi, i genitori e la scuola correggono l’errore, negli ultimi secoli dell’Impero, ma soprattutto nel Medio Evo, questa reazione non c’è stata, o per lo meno non abbastanza vigorosa, e il latino ha dato luogo alle lingue neolatine e alle forme scorrette convalidate dall’uso.
[61]
Abituati, per tanto, a esaminare fenomeni di questo tipo, i glottologi (o linguisti) hanno finito con l’assumere un atteggiamento d’indifferenza nei confronti della lingua: a considerare, per l’appunto, semplici cambiamenti quelli che i grammatici (in special modo i puristi) considerano delle vere e proprie corruzioni linguistiche.
[62]
I grammatici, insomma, sono essenzialmente conservatori; i linguisti, invece, stanno alla finestra: indifferenti che l’uso antico prevalga sul nuovo o viceversa.
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Per concludere, è giusta questa distinzione di ruoli, questa separazione netta fra i due punti di vista?
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Non crediamo, perché come insegna il vecchio adagio latino in medio stat virtus.
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Il rigore assoluto dei grammatici va temperato dalla giusta considerazione che tutte le lingue con il mutare delle generazioni cambiano anch’esse.
[66]
Viceversa non bisogna prendere alla lettera il punto di vista storico, vale a dire l’indifferente storicismo che la linguistica, e con questa i glottologi, potrebbe incoraggiare.
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Anche per i linguisti e i grammatici dovrebbe esserci per il bene della lingua un incontro sulla via di Damasco.
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Angela scrive:
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7 luglio 2009 alle 13:33
[70]
Semplificando, potremmo dire che i grammatici hanno obbiettivi "prescrittivi", i linguisti "descrittivi": è corretto?
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linguista scrive:
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7 luglio 2009 alle 14:00
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Semplificando molto (troppo) .
[74]
Se animata da intenti prescrittivi, si dovrebbe parlare non di grammatica tout court ma di grammatica normativa, più specificamente finalizzata all'esposizione e all'insegnamento delle norme che regolano l'uso di una lingua.
[75]
Per contro la grammatica descrittiva si propone di descrivere lo stato di una lingua in un determinato momento storico.
[76]
Possiamo dire, grosso modo, che i linguisti appartengono più alla categoria dei "descrittivi" che a quella dei "prescrittivi".
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Alessandro Aresti
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matteo scrive:
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4 agosto 2009 alle 22:11
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Devo dire che le tesi del signor Fausto Raso mi convincono assai poco.
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Non so in che dizionario lei abbia cercato le due parole in questione, io mi limito a riportare le due voci presenti nel Dizionario Italiano di Tullio De Mauro.
[82]
LINGUISTA: s.m. e f.
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1.
[84]
CO TS sc.uman. studioso, esperto di linguistica.
[85]
2.
[86]
OB purista
[87]
Sinonimi: linguaiolo.
[88]
3.
[89]
OB poliglotta
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4.
[91]
BU volg., persona esperta in cunnilingio e fellatio.
[92]
GRAMMATICO: agg., s.m.
[93]
1. agg.
[94]
BU grammaticale;
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2. s.m.
[96]
CO esperto, studioso di grammatica | estens., spreg., critico o letterato pedante che bada solo alla forma e al rispetto delle norme grammaticali.
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Come vede per De Mauro solo "linguista" è sinonimo di "linguaiolo" nel senso di 'purista', cosa che non si potrebbe dire invece per "grammatico".
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Se è vero che fra le due parole esiste una certa sfumatura semantica (tanto che per De Mauro non si tratta di due sinonimi), questa non è da riportarsi a ciò che lei scrive.
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Mi sembra alquanto riduttivo ricondurre il lavoro dei linguistici alla sola storia della lingua: Noam Chomsky o Roman Jakobson non dovrebbero quindi farne parte?
[100]
La verità è che «la linguistica», ha scritto Tullio De Mauro, «come il giardino di Armida, ha cento porte», (e purtoppo, aggiungo io, non sempre queste porte sono comunicanti).

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