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Una passeggiata fra neologismi del Terzo Millennio

Language columnIl linguista
AuthorDebora De Fazio
Date 19 ottobre 2009


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[1]
Sono persuaso che questo fenomeno rappresenti una nuova tendenza, ancora non ben delineata, nelle dinamiche acquisitive del nostro lessico, in cui le parole in w- erano poche e, se non nuovissime, almeno "moderne" (whisky, western, windsurf).
[2]
Sfogliando un recente dizionario dei neologismi ("Duemilasei parole nuove" di Adamo-Della Valle) mi è parso di capire che la lettera W- abbia ormai superato quantitativamente (in numero di entrate) una lettera autoctona come la Z-.
[3]
Mi chiedo quante fossero (se davvero ce ne fossero) le parole in W- presenti in un dizionario ottocentesco (magari in qualcuno di quelli da voi citati).
[4]
A mio parere, questa nuova tendenza rappresenta un arricchimento del nostro patrimonio lessicale, piuttosto che un impoverimento come qualcuno ritiene (Marco, Tigiano fra gli altri).
[5]
So bene che, malgrado l'apparente differenza, le parole in w- (+Voc) rispettano la fonetica italiana e non sono poi diverse da parole come "uomo" o "uovo".
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Rimane il fatto che questo fenomeno innesca dei nuovi meccanismi nella morfologia della nostra lingua (io dico ad es. "l'uomo", ma "il whisky").
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Mi chiedo se questo fenomeno, che dimostra l'osmosi lessicale fra la nostra lingua e le lingue straniere, non sia in nuce la dimostrazione di quanto l'italiano stia cambiando, a prescindere da ogni tentativo di ridefinizione politica e coercitiva dei rapporti di forza fra le lingue.
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Davanti a questa e altre tendenze (perché altre se ne potrebbero citare), di matrice "poco autoctona", che senso avrebbe allora impugnare l'arma del nazionalismo linguistico, di matrice puristica o neopuristica, contro ogni forma di esotismo e di novità?
[9]
Non dovremmo forse accettare nel nostro lessico nessuna parola iniziante per w-?
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linguista scrive:
[11]
9 novembre 2009 alle 10:54
[12]
Son d'accordo con lei che, in generale, non ha nessun senso impugnare l'arma del nazionalismo linguistico e, personalmente, di nessun nazionalismo.
[13]
Si tratta, infatti, per la maggior parte di parole che appartengono a vocabolari settoriali (linguaggio dell'informatica soprattutto) e che hanno una frequenza d'uso limitata e circoscritta ai settori di riferimento.
[14]
Un modo efficace per difendere la lingua è far che diventi patrimonio di tutti; quindi non importa quanti anglicismi verranno accolti nel nostro vocabolario, ma quanto vocabolario un parlante medio sia in grado di usare e comprendere.
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Marco Gargiulo
[16]
Remo Modica scrive:
[17]
18 gennaio 2010 alle 18:27
[18]
Spesso si usa indifferentemente l'espressione
[19]
"al contrario" oppure "all'incontrario".
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Un mio
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amico toscano sostiene che quest'ultima versione è un piemontesismo che non dovrebbe essere usato in italiano.
[22]
E' vero?
[23]
linguista scrive:
[24]
18 gennaio 2010 alle 18:33
[25]
Entrambe sono attestate in italiano.
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Tuttavia la seconda è di sapore colloquiale/familiare: e quindi le si dovrebbe preferire la prima in contesti - scritti e parlati - (più) formali.
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Alessandro Aresti
[28]
giulia scrive:
[29]
5 ottobre 2010 alle 10:36
[30]
Vorrei sapere come cambia l'accezione di "popolo" nei secoli XVIII, XIX e XX.
[31]
Grazie Giulia
[32]
linguista scrive:
[33]
5 ottobre 2010 alle 17:45
[34]
Impossibile rispondere in poche righe.
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Diciamo che, a partire dal '700, il concetto di popolo si lega fortemente a quello, inteso però nel senso più moderno possibile, di democrazia (già nel Duecento, comunque, "popolo" è sinonimo di "regime democratico"). Nel XX secolo la parola indicherà spesso il proletariato, in quanto componente economico-sociale contrapposta alla borghesia industriale.
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Massimo Arcangeli
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Riccardo scrive:
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18 novembre 2010 alle 16:58
[39]
Buongiorno.
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Da tempo pensavo di chiedervi una spiegazione sull'uso dell'espressione: "Vede", utilizzata sovente da molti politici, ma leggendola nell'ultimo libro di Umberto Eco a proposito di personaggi che dialogano nel suo racconto come nello stralcio seguente: " Vede che lavoro debbo fare? Le avranno detto che sono uomo di lettere." la curiosità, come dicevo, si è materializzata nella richiesta di chiarimento che vi ho sottoposto.
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Ringrazio il docente che gentilmentemi risponderà.
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linguista scrive:
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18 novembre 2010 alle 17:07
[44]
In un esempio come " Vede che lavoro debbo fare?" il verbo "vedere" conserva praticamente intatto il suo significato primario (qualcuno è chiamato a verificare con i suoi occhi quale lavoro sta facendo - e in genere fa - il parlante).
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Se dico invece "Vede, la questione è un'altra" lo stesso verbo, adoperato con un significato prossimo a 'considerare, valutare e sim'., ha quasi valore di segnale discorsivo (che qualcuno definirebbe "valore testuale").
[46]
Massimo Arcangeli

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