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Il sessismo linguistico: un contributo collettivo al dibattito

Language columnIl linguista
AuthorMassimo Arcangeli
Date 08 giugno 2009


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Mi è appena pervenuta una lettera firmata da diverse lettrici e lettori, che mi pare meriti di essere pubblicata qui, in tutta evidenza, e non nell'area riservata ai commenti. Si aggiunge al commento di un'altra lettrice (Ivana Palomba) al mio precedente intervento e contribuisce al dibattito sul sessismo linguistico che in quell'intervento mi auguravo potesse avviarsi e al quale, spero, saranno ancora molte e molti a partecipare.

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Massimo Arcangeli

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Alle redattrici, ai redattori, alle lettrici e ai lettori di Repubblica

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Vogliamo invitarvi a riflettere su un argomento a proposito del quale i mezzi di informazione possono avere una grande influenza. Negli ultimi giorni, in due importanti inserti su questo giornale, sono apparse espressioni poco rispettose della parità di genere. Il primo è il blog del professor Arcangeli, che, interpellato da una professionista su come usare i titoli professionali al femminile, consiglia espressioni come la ministro; il secondo, ancora più incredibilmente, è l’appello delle donne Per una Repubblica che ci rispetti, le cui firmatarie, cittadine illustri di questo Paese, si definiscono: sindaco, deputato, commendatore, e sono tutte donne.

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Ora, la grammatica italiana è molto chiara: i nomi in –o formano il femminile in –a. Ragazzo/ragazza, maestro/maestra. Direste mai il maestra? O il casalinga? O l’uomo infermiera? E quindi: ministra, avvocata, sindaca, deputata. Se a qualcuno suona male’, vuol dire che c’è un pregiudizio, uno stereotipo che sta facendo capolino. Non è il vocabolo ad essere strano, è il suo significato. La grammatica parla chiaro, quindi il problema non è la forma, ma ciò a cui essa rimanda. Non siamo abituati a queste parole al femminile perché le donne non hanno mai ricoperto quelle posizioni. Ora che le ministre, le avvocate e le architette ci sono, usiamo le parole giuste, perché l’eccezione del vocabolo (un nome maschile con un articolo femminile) richiama l’eccezionalità del significato: finché useremo espressioni anomale per indicare le donne, la loro presenza in posizioni di prestigio sarà sempre percepita e perpetuata come un’anomalia.

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E non basta: sappiamo bene che se la sindaca suona male, le sindache suona malissimo, ma ciò non vuol dire che sia sbagliato; anzi, è la conferma di quanto appena detto: se la sindaca è rara e si fa fatica a trovarne una al singolare, figuratevi quante possibilità ci sono di usare questo nome al plurale! E meno si usa, più suona strano. Quindi, coraggio: cominciamo ad usarlo!

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La scelta delle parole è importante perché la lingua in cui ci esprimiamo veicola il nostro pensiero. Non siamo razzisti, e le nostre parole sono coerenti col nostro pensiero. Non siamo nemmeno sessisti: e non dovranno esserlo nemmeno le nostre parole!

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Chiamereste mai negro un vostro conoscente di colore? E la persona che vi pulisce casa, la chiamereste serva/o? E il netturbino, che tutte le mattine si sobbarca l’ingrato compito di pulire le strade della città, lo chiamereste monnezzaro? È chiaro che no, perché abbiamo sviluppato la consapevolezza che questi vocaboli sono portatori di pregiudizi e li abbiamo coscientemente, volutamente sostituiti con altri più rispettosi, grazie anche all’aiuto delle istituzioni e dei mezzi di informazione, tra cui la stampa, appunto.

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Da oltre due decenni studiose e studiosi italiani affrontano il problema del sessismo linguistico e concludo con le parole di una di loro, Alma Sabatini: Quando ci si vergognerà altrettanto di essere considerati sessisti molti cambiamenti qui auspicati diventeranno realtà normale.

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I cambiamento possono essere incoraggiati, se si crede in essi: questa lettera è il nostro piccolo contributo.

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Post scriptum: per i dubbi linguistici relativi al femminile, esiste un ottimo strumento: Il genere femminile nell’Italiano di oggi: la norma e l’uso, realizzato da Cecilia Robustelli, docente di Linguistica Italiana all’Università di Modena e Reggio Emilia, su incarico della Direzione Generale per la Traduzione della Commissione Europea nel 2007.

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Sottoscritto da un gruppo di lettrici e lettori diversamente impegnati nei campi dell’insegnamento scolastico e universitario, della ricerca scientifica, della cultura e della comunicazione:

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Raffaella Anconetani, Docente di italiano e latino presso il Liceo Scientifico di Roma

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Rossana Annacondia , Docente di materie letterarie, latino e greco Liceo Virgilio di Roma

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Maria Antonietta Berardi, Dirigente T. A. presso il CNR-IBF

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Francesca Brezzi, Professoressa di Filosofia morale, Roma Tre

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Marcella Corsi, Sapienza Università di Roma

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Livia De Pietro, Prof.ssa di Lettere e critica letteraria

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Aureliana Di Rollo, Prof.ra Liceo Foscolo di Albano L.

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Maria Pia Ercolini, Docente di Geografia, IIS Falcone di Roma

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Renata Grieco Nobile, Professoressa, Scuola Media di Riano

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Alessandro Gentilini, Professore a contratto all’Università Sapienza di Roma

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Simona Luciani, Prof.ra, Liceo J.F.Kennedy di Roma

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Nadia Mansueto, Docente di Italiano e Latino al Liceo Classico Socrate di Bari

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Rosanna Oliva, Presidente di Aspettare stanca

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Maria Nocentini, Docente di Italiano e Latino al Liceo Joyce di Ariccia (Roma)

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Cristina Sanna, Giornalista di RomaGiovani e Com. Pari Opportunità dell’Università Tor Vergata

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Maria Serena Sapegno, Prof. di letteratura italiana 'Sapienza' Università di Roma

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Ilaria Tanga, Radiologa, Ospedale Civile Paolo Colombo di Velletri

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Maria Cristina Zerbino, Docente di materie letterarie, latino e greco, Liceo Montale di Roma

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Scritto lunedì, 8 giugno 2009 alle 19:30 nella categoria Senza categoria. Puoi seguire i commenti a questo post attraverso il feed RSS 2.0. I commenti e i pings sono disabilitati.

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Commenti

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carluigi scrive:

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9 giugno 2009 alle 23:50

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Allora che dovremmo dire dell'autistA maschio, la grammatica non dice forse che i nomi terminanti in -a sono femminili, sdoganiamo l'autistO per ripicca e per affermare una ancor più patetica parità dei sessi linguistica a 360 gradi?

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Il Ministro è una carica che cosa c'entra il sesso della persona (o persono visto che vogliamo la parità) che la ricopre. Che il maschile in italiano abbia una posizione di predominanza non è un fatto di maschilismo linguistico, ma storico e grammaticale, visto che il maschile svolge anche il ruolo del neutro; o tra un po' dovremmo anche contestare la regola che vuole che ci si riferisca a un collettivo misto di maschi e femmine al maschile? non so, prima faremo la conta e poi useremo il genere di predominanza. La critica mossa con "negro" e "servo" non è pertinente, perché quei due termini hanno un connotato prevalentemente dispregiativo e offensivo, ciò che di certo non si può dire per una carica o un uso grammaticale.

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Io continuo e continuerò sempre ad usare le parole ministro, sindaco, deputato ecc. sempre e solo al maschile anche se l'incarico sarà ricoperto da una donna, in quanto no sarà certamente il cambio di una desinenza a togliere di stima o a eliminare un pregiudizio

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Cecilia Robustelli scrive:

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10 giugno 2009 alle 18:01

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Entro in punta di piedi per salutare il collega Arcangeli e ringraziare le lettrici e i lettori "diversamente impegnati nei campi dell’insegnamento scolastico e universitario, della ricerca scientifica, della cultura e della comunicazione" che hanno accolto le mie proposte (nate sulla scia di quelle di Alma Sabatini) per l'uso del femminile nella lingua italiana.

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Cecilia Robustelli

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crobustelli@unimore.it

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Rosa scrive:

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11 giugno 2009 alle 01:30

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Grazie di cuore per questa bellissima lettera!

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E' una riflessione che non vedo l'ora di condividere con i miei ragazzi a settembre.

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Alessandro scrive:

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12 giugno 2009 alle 01:36

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Carluigi,condivido pienamente. La tua risposta è impeccabile . Non si può replicare .

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Mi stupisco ,che dedicando la vita allo studio e all'insegnamento, si possa arrivare a queste considerazioni.

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Alessandro scrive:

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12 giugno 2009 alle 01:37

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scusate l'errore grammaticale

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angelo frascarolo scrive:

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13 giugno 2009 alle 12:26

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L'italiano, come tutte le lingue del mondo, è una lingua viva, in continua evoluzione.

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Ora, la coscienza sociale sta arrivando, lentamente, alla comprensione di un concetto, idealmente, molto semplice da capire, e cioè il fatto che tutti gli esseri umani sono portatori di uguali diritti e uguali dignità, per cui anche le donne hanno il diritto di non essere discriminate.

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Bene, se siamo d'accordo su questo, anche il fatto di correggere il proprio modo di esprimersi, anche solo per una questione di garbo, diventa un'esigenza cui non possiamo sottrarci.

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Pertanto, mi sembrano inutilmente rigide le dispute sulla correttezza grammaticale del femminile delle parole che terminano con "-o", oppure del maschile delle parole che terminano in "-a": anche l'Accademia della Crusca spesso modifica il proprio orientamento sulla corretta forma grammaticale di alcune espressioni che, nel tempo, vengono introdotte o modificate all'interno della lingua italiana.

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E visto che, a volte, la forma è anche sostanza, ben venga l'invito a usare maggiormente la forma femminile delle parole che designano alcune cariche pubbliche e professioni: sarà l'uso popolare a decretarne la formalizzazione, soprattutto se gli specialisti della lingua ci aiuteranno a trovare le modalità più eleganti per "cambiare passo".

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linguista scrive:

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13 giugno 2009 alle 13:41

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Sono d’accordo con lei su molte cose. Il fatto che tutte le lingue parlate siano in continua evoluzione lo dimostrano i fatti. Chi abbia avuto modo di visitare recentemente Parigi si sarà forse accorto come, nel francese parlato, l’avverbio affermativo sia ormai pronunciato [] in luogo del tradizionale [] (oui), a cui siamo abituati. È certo solo un esempio dei tanti che se ne potrebbero fare. Circa il fatto che tutti gli esseri umani sono portatori di uguali diritti e uguali dignità, come lei scrive, vorrei aggiungere che uno dei più illustri linguisti viventi, Noam Adam Chomsky, è stato più volte candidato al premio Nobel per la pace non solo per la sua attività pubblicistica ma anche per le sue teorie sull’origine del linguaggio umano, che mostravano, al di di differenze circostanziali, come tutte le lingue (africane, europee, asiatiche, ecc.) partano dalle stesse premesse mentali. Il che vale a dire che tutti gli uomini sono uguali, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali (tanto per citare la nostra Costituzione). Inoltre le suggerisco, qualora volesse approfondire l’argomento, un libro di Alma Sabatini di qualche anno fa: "Il sessismo nella lingua italiana", Roma, Ist. Pol. Zecca dello Stato, 1987, opera da cui hanno forse preso le mosse coloro che hanno inteso ridisegnare in modo politicamente corretto il sistema dei generi nell’italiano contemporaneo.

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Date queste premesse, vorrei aggiungere tuttavia una considerazione tutta personale. Io credo che la democratizzazione della lingua non passi attraverso le forche caudine tracciate dai linguisti ma dipenda piuttosto dalle scelte personali di tutti i parlanti, che proprio per questo dovrebbero essere maggiormente consapevoli del proprio modo di esprimersi. La norma non è stabilita dalle grammatiche, ma dall’uso. Non c’è un torto o un diritto del non si può (parafrasando un libro secentesco), ma ogni scelta, anche quando presuppone un’evasione dalla norma, deve essere consapevole e voluta. Un’ultima cosa. Ha presente "Alice nel Paese delle Meraviglie" di Lewis Carroll? C’è un passo nel libro in cui Alice parla con un personaggio (Humpty Dumpty) che si esprime in modo bizzarro; sa cosa risponde Humpty Dumpty ad Alice, che si lamenta dello strano modo di parlare del suo interlocutore? Dice quando io uso una parola [...] essa significa esattamente ciò che io voglio che significhi.

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E non è lo stesso per tutti noi?

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Rocco Luigi Nichil

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Paola scrive:

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13 giugno 2009 alle 15:30

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Dirigo un Istituto e odio essere definita "direttrice", ho quindi optato per "Direttore". Stessa cosa fa Concita de Gregorio all'Unita'e non mi sembra possa essere accusata di maschilismo.

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Mi spiace dirlo ma dire "la Ministra", che mi sembra suoni malissimo, come il mancato uso del congiuntivo, non risolve ne' aiuta a risolvere i nostri problemi. Mi spiace, sinceramente, che l'attenzione delle studiose, autrici della lettera, si appunti su particolari di tale insignificanza.

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Basta leggere i giornali per rendersi conto del numero crescente di donne maltrattate, stuprate uccise. Da donna preferisco occuparmi di questo.

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angelo frascarolo scrive:

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16 giugno 2009 alle 17:17

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A me pare che anche il disagio provato dalla Sig.ra Paola nell'essere definita "direttrice" sia un segno della connotazione negativa assegnata al termine espresso al femminile, quasi a sancire il suo minor valore!

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Da una parte la capisco, perché a nessuno piace che venga messo in dubbio il proprio ruolo, ma credo sarebbe più coraggioso e anche più etico accettare e promuovere l'uso del femminile per i termini in questione: bisogna che tutti combattano ogni atteggiamento che sminuisca il valore della donna.

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Sul fatto, poi, che esistano ben altri problemi, mi consenta di dissentire: non si tratta di occuparsi del problema della violenza (senz'altro più grave) in ALTERNATIVA a questo problemino grammaticale, ma, invece, penso sia opportuno rimuovere ogni ostacolo che possa contribuire a impedire, di fatto, la totale emancipazione della donna.

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Occorre anche che venga messa in luce l'ingiustizia di fondo che accomuna gli atteggiamenti verbali e i comportamenti violenti, allo scopo di scuotere le coscienze e di scrollarsi, una buona volta, tutti i retaggi del passato (ahimè) maschilista della cultura e della società.

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In altre parole, non bisogna perdere occasione di stigmatizzare tutto ciò che è sbagliato, anche solo formalmente, perché è dal substrato di convinzioni personali che, a volte, trae alimento una specie di "autogiustificazione" verso i comportamenti violenti che alcuni esseri umani di genere maschile hanno nei confronti di altri esseri umani, ma di genere femminile.

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Sofia Corradi scrive:

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18 giugno 2009 alle 17:18

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la ministra, la sindaca, la architetta: ci sembra forme strane solo perché non siamo abituati a sentirle, ma dobbiamo insistere, la lingua influenza il pensiero, non solo il contrario

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Giuliana Giusti scrive:

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23 giugno 2009 alle 14:49

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Sono in disaccordo con la sig.ra Paola per molti versi, ma credo che la signora (che vorrei chiamare direttrice, ma senza offenderla) sia la prova vivente della cultura italiana contemporanea che non ha tra le proprie priorità la promozione della parità di opportunità tra i generi lo studio e la riflessione sul mezzo di comunicazione più efficace e quindi più pervasivo a disposizione della specie umana: il linguaggio.

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E' significativo che la persona che dirige un istituto si firmi con il nome proprio e non con il titolo di studio e il cognome. E' anche significativo che in Italia questioni di linguaggio siano considerate insignificanti da persone anche colte, forse laureate, sicuramente con ruoli dirigenziali.

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Se nei giornali possiamo leggere di donne maltrattate, stuprate, e uccise, non farà mai notizia invece di come il linguaggio metta le donne sempre "al loro posto", eterne bambine (da chiamare con un nome proprio), madri, mogli, o uomini mancati.

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Silvia scrive:

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23 giugno 2009 alle 19:15

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>> E il netturbino, che tutte le mattine si sobbarca

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>> l’ingrato compito di pulire le strade della città, >> lo chiamereste monnezzaro?

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"Monnezzaro"??? Scusate la mia ignoranza, ma il termine "monnezzaro" nel dizionario della lingua italiana non l'ho trovato... al limite "spazzino"...

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linguista scrive:

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23 giugno 2009 alle 19:36

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Non è poi così importante che un termine sia presente in un dizionario per stabilire se è corretto o se può essere tranquillamente usato. Il problema posto dai firmatari del documento è in realtà un altro. Talvolta un termine dialettale - qual è appunto "monnezzaro" - si carica di tutta una serie di sfumature negative legate ai soliti pregiudizi che talora si hanno nei confronti delle tante varietà locali presenti sulla nostra penisola. Insomma: se già "spazzino", rispetto a "netturbino" (o, ancor più, a "operatore ecologico"), sembra non riconoscere la giusta dignità a chi svolge questo importante mestiere, "monnezzaro", nella percezione dei parlanti, rincara la dose.

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Massimo Arcangeli

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liana verney scrive:

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9 luglio 2009 alle 23:45

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Vivo in Brasile, e qui non si è mai presentato questo problema. Anche qui adesso abbiamo ispettrici, ministre, presidentesse della Corte Costituzionale ecc, tutte la cariche messe nella forma femminile. Ossia, si segueno le regole grammaticali della lingua portoghese, mettendo i nomi nella loro forma femminile, senza conivolgimento con eventuali pregiudizi sessisti. È difficile spiegare qui, a chi impara la lingua italiana, perché usare i nomi di alcune professioni al maschile. Anche perché come posso spiegare una cosa che non ho capito? Questo desiderio di utilizzarli al maschile mi sembra sia solo italiano. Sembra che ci vogliamo nascondere dietro la forma al maschile. Se no, quale altro motivo ci sarebbe? Se sono una direttrice, perché dire che sono un direttore? Qual'è la differenza che motiva questa eliminazione del femminile? Liana Verney PsicologA

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Tiziana Bartolini scrive:

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12 luglio 2009 alle 00:47


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