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Diceva Daudet che «l' aggettivo deve essere l' amante del sostantivo e non già la moglie legittima», perché «tra le parole ci vogliono legami passeggeri e non matrimoni eterni». È una espressione suggestiva, tipica di uno scrittore del tardo Ottocento, ma esprime una convinzione che non è sempre vera. L' uso dell' aggettivo (quello qualificativo) spesso finisce infatti con il definire il modo in cui scriviamo: cioè dà la misura della qualità della nostra scrittura e della nostra personalità culturale. Nessuno potrà accusare con saccenteria chi facesse uso di pochi aggettivi di povertà di linguaggio, se il suo modo di adoperarli fosse appropriato ed essenziale. Così non si potrà bollare con arroganza chi usasse molti aggettivi, se questi aggettivi, l' uno dietro l' altro, sapessero conservare una loro coerenza espressiva. Questo è un problema alto. Scendiamo un po' più in terra. Dove si deve mettere l' aggettivo? Prima o dopo il nome a cui si riferisce? In italiano, l' aggettivo qualificativo può essere posto, indistintamente, prima o dopo il sostantivo. Ma se spesso dunque la posizione dipende solo da un gusto personale, qualche volta la collocazione prima o dopo il nome dà diversità di significato oppure conferisce una particolare sfumatura all' espressione. Se dico «vecchi alberi» o «alberi vecchi» esprimo un concetto identico nella sostanza. Se invece parlo di un «pover' uomo» intendo dire di un uomo di poco spirito, quando non addirittura meschino, se al contrario dico un «uomo povero» voglio indicare che l' uomo è tutt' altro che ricco. Ci sono casi poi in cui la posizione dell' aggettivo può esprimere significati completamente differenti. Prendiamo una coppia di frasi: «Le occasioni della vita sono diverse da individuo a individuo»; «Si è comportato molto male in diverse occasioni». Nella prima frase diverso significa «differente», nella seconda vuol dire «vario».
De Rienzo Giorgio
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