Powered by <TEI:TOK>Maarten Janssen, 2014-
Due parole difficili: omografi e omofoni. Vengono tutte e due dal greco, dove homòs vuol dire uguale, graphé sta per scrittura e phoné per suono. Dunque siamo di fronte a parole che suonano allo stesso modo. Naturalmente (se no che divertimento ci sarebbe), pur essendo all' apparenza uguali hanno significati molto diversi. Problema semplice. «Perdono», con gli stessi segni, può essere la terza persona del verbo perdere, se viene letto - sdrucciolo - con l'accento sulla «e»; oppure diventa un gesto di cristiana magnanimità, se lo si pronuncia - piano - con l' accento sulla prima «o». Siamo di fronte a due omografi: stessa grafia, diverso suono. Per chi volesse sbizzarrirsi con un gioco di parole potrebbe lanciare anatemi contro «coloro che pèrdono la gioia del perdóno». Problema appena più complicato: «canto» che si scrive e pronuncia nello stesso modo, ma che può significare tre cose. «Canto una canzone», «il canto di un cor», «nel canto della piazza». Siamo di fronte a tre omografi omofoni: appunto stessa scrittura e stesso suono. Niente paura. Scarsissime sono le possibilità di confusione. E' ben difficile che il contesto della frase non metta in chiaro se ci troviamo di fronte a un verbo oppure a un nome: anche se i sostantivi sono in realtà due ben distinti, con etimologia diversa. Il primo («intono un canto») deriva infatti dal latino classico cantum, mentre il secondo («sto nel canto della strada») viene dal tardo latino canthum, che continua il greco kanthòs. Dunque potreste anche scrivere una frase capricciosa come questa: «Canto un lieto canto nel canto più ridente della piazza». Non commetterete, per la lingua, nessun errore e magari con un pizzico di fortuna potreste mettere in tasca qualche euro. A patto di essere ben intonati, beninteso.
De Rienzo Giorgio
Text view