Powered by <TEI:TOK>Maarten Janssen, 2014-
Parole che vanno e vengono, come oggetti di moda che durano una stagione. Sta tramontando per fortuna l'«attimino»: cioè poco più di un nulla temporale. Chiedi alla tua ragazza se è pronta a uscire. «Un attimino e scendo», ti risponde. In teoria dovrebbe essere già lì con te e invece aspetti una mezz'ora. Capisci allora che quell'improprio diminutivo era solo una trappola per addolcire la tua lunga attesa. Non basta. «Un attimino» diventa qualche volta anche avverbio. «Paolo oggi è un attimino nervoso», cioè Paolo oggi ha impercettibili momenti di nervosismo: e invece capisci presto che è in una giornata in cui spaccherebbe tutto. Se l'«attimino» se ne sta andando impera invece un ambiguo «piuttosto che», soprattutto nel parlare dei milanesi. «Anna mangia carne piuttosto che pesce» spesso viene detto per significare che Anna gradisce l'una e l'altro. L'uso può creare guai se invece si vuol dire -più correttamente- che Anna preferisce la carne al pesce. Anna rischia di andare a cena da un amico e saltare il pasto. È più sicuro non essere alla moda e dire chiaramente «mangio carne o pesce» oppure «preferisco la carne al pesce». Perché crearsi problemi per un «piuttosto che» da interpretare?
Text view