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Missione compiuta

Language columnOpinioni
AuthorGiulia Zoli
Date 18 luglio 2013


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Trentotto anni fa, il 17 luglio 1975, una navicella spaziale statunitense con a bordo tre astronauti, l’Apollo, e una sovietica con a bordo due astronauti, la Sojuz, si agganciarono nello spazio.
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Fu la prima missione spaziale nata dalla collaborazione tra Stati Uniti e Unione Sovietica.
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Richiese anni di preparativi, durante i quali, tra le altre cose, gli astronauti statunitensi dovettero imparare il russo, e i russi l’inglese.
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Le comunicazioni tra le due navicelle dovevano essere il più possibile chiare e immediate, così fu stabilito che l’equipaggio statunitense avrebbe parlato sempre russo, e quello russo sempre inglese.
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Chi parla una lingua straniera, infatti, ha il vantaggio di sapere cosa sta per dire: deve solo fare un lavoro di traduzione.
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Chi l’ascolta, invece, deve prima tradurre e poi assorbire le informazioni.
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È un principio che vale anche nella comunicazione tra persone che parlano la stessa lingua, e che noi giornalisti, quando scriviamo, dovremmo tenere a mente:
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noi conosciamo l’argomento di cui stiamo parlando, quindi noi dobbiamo rendere il messaggio comprensibile per chi ci legge, senza dare nulla per scontato.
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Solo se ci sforzeremo di scrivere nella lingua dei nostri lettori, forse alla fine dell’articolo potremo dire: missione compiuta.
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