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Il terrore semantico

Language columnOpinioni
AuthorGiulia Zoli
Date 05 luglio 2012


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Ogni giorno, soprattutto da cent’anni a questa parte, per un processo ormai automatico, centinaia di migliaia di nostri concittadini traducono mentalmente con la velocità di macchine elettroniche la lingua italiana in un’antilingua inesistente. Avvocati e funzionari, gabinetti ministeriali e consigli d’amministrazione, redazioni di giornali e di telegiornali scrivono parlano pensano nell’antilingua.
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Caratteristica principale dell’antilingua è quello che definirei il terrore semantico’, cioè la fuga davanti a ogni vocabolo che abbia di per se stesso un significato, come se fiasco’ stufa’ carbone’ fossero parole oscene, come se andare’ trovare’ sapere’ indicassero azioni turpi.
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Nell’antilingua i significati sono costantemente allontanati, relegati in fondo a una prospettiva di vocaboli che di per se stessi non vogliono dire niente o vogliono dire qualcosa di vago e sfuggente (...).
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La motivazione psicologica dell’antilingua è la mancanza d’un vero rapporto con la vita, ossia in fondo l’odio per se stessi.
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La lingua invece vive solo d’un rapporto con la vita che diventa comunicazione, d’una pienezza esistenziale che diventa espressione.
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Perciò dove trionfa l’antilingua - l’italiano di chi non sa dire ho fatto’ ma deve dire ho effettuato’ - la lingua viene uccisa.
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Italo Calvino, L’antilingua, 1965.
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