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Vietato vietare

Language columnOpinioni
AuthorGiulia Zoli
Date 03 maggio 2012


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Dal 1976 la Lake Superior state university, una piccola università del Michigan, stila una lista annuale delle parole da mettere al bando perché usate male, troppo usate o inutili.
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Sul sito dell’Independent, il giornalista e commentatore politico John Rentoul aggiorna regolarmente la sua Banned list, la lista degli stereotipi linguistici e dei neologismi che non sopporta.
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La settimana scorsa Ben Greenman, il responsabile dell’agenda culturale del New Yorker, ha chiesto ai lettori del settimanale di segnalare via Twitter una parola che vorrebbero eliminare dalla lingua inglese per i motivi più vari: uso eccessivo, confusione etimologica, bruttezza.
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In poche ore ha ricevuto migliaia di proposte: Se eliminassimo tutte le parole indicate dai nostri lettori, non ci sarebbero più parole, ha osservato.
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Quando la febbre del divieto attecchisce, può essere difficile contrastarla, ha commentato lo scrittore ed editor irlandese Stan Carey sul suo blog.
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E il rischio è che degeneri in compiaciuta pedanteria.
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Lo sa bene l’Economist, che nella sua guida di stile distingue tra luoghi comuni, parole orrende e parole del gergo giornalistico.
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Ma prima di tutto invita a diffidare dei divieti.
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