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L’immigrato copy editor

Language columnOpinioni
AuthorGiulia Zoli
Date 02 ottobre 2012


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Jose Antonio Vargas è un giornalista statunitense nato nelle Filippine.
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A giugno del 2011, in un articolo uscito sul New York Times Magazine e poi pubblicato da Internazionale (n. 912), ha confessato di essere un immigrato irregolare e di aver falsificato i suoi documenti.
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E ora ha lanciato una campagna contro l’uso dell’espressione illegal immigrant, immigrato illegale.
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È una definizione che disumanizza ed emargina le persone, ha spiegato durante una conferenza a San Francisco.
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Vargas propone di sostituirla con
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undocumented worker, lavoratore senza documenti.
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Il New York Times e l’agenzia di stampa Associated Press, i due bersagli dichiarati della campagna di Vargas, hanno risposto che l’espressione illegal immigrant è corretta e neutra: si limita a rispecchiare una condizione di fatto.
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Ma si può dire che una persona è fuorilegge solo perché è entrata in un paese senza documenti?
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Potrebbe essere un rifugiato o la vittima di una tratta o avere i requisiti per fare richiesta di asilo.
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Per questo a Internazionale ci sforziamo di evitare termini come clandestino, ormai diventato quasi sinonimo di immigrato, e illegale.
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Semmai preferiamo parlare di immigrati irregolari.
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Anche perché, come ha detto Vargas, illegali sono le azioni, non le persone, mai.
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