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Il paradosso degli errori

Language columnOpinioni
AuthorGiulia Zoli
Date 01 marzo 2012


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Quando si scambiano l’Osce con l’Ocse e il nipote di Gandhi con il pronipote, quando si recensisce un dvd senza citare il titolo, quando per tre settimane si pubblicano numeri sbagliati e la casella di posta delle Correzioni si riempie di segnalazioni inviate dai lettori, allora può capitare di scoraggiarsi.
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A che serve riflettere sui nostri errori?
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Per fortuna possiamo consolarci con i grandi punti di riferimento del giornalismo mondiale.
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Nel 2011 abbiamo pubblicato 3.500 correzioni nell’edizione cartacea e 3.500 online, ha scritto la settimana scorsa Arthur S.
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Brisbane, il garante dei lettori del New York Times.
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Probabilmente è solo la punta dell’iceberg.
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Uno studio del 2005 condotto su 14 giornali statunitensi (ma non sul New York Times) ha rilevato che il 60 per cento degli articoli contiene errori perché non è abbastanza fedele alle fonti.
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E solo una fonte su dieci li contesta.
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Greg Brock, che dal 2006 si occupa delle correzioni al New York Times, calcola che il giornale riceve 14mila segnalazioni di errori all’anno.
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Non tutti sono facili da correggere, osserva Brisbane: Spesso stabilire se un errore è veramente un errore è più difficile che scrivere senza errori.
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L’importante è continuare a sforzarsi.
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Paradossalmente, più correzioni ci sono e meglio è.
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