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I bambini ci guardano anche in grammatica

Language columnCome stiamo a lingua
AuthorLeo Pestelli
Date 1 maggio 1954


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Regola sfortunata è quella dei raddoppiamenti - Perchè trovar da dire a soprattutto?
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- A sopralluogo poi, con due elle, nessuno crede
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Habent sua fata anche le regole grammaticali.
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Tali che sono piuttosto ubbie che regole, signoreggiano persino gli ignoranti; altre, ben fondate, logicamente dedotte, non si fanno accettare nemmeno dai dotti.
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Tra queste regole sfortunate, dal morso di pecora, è quella dei raddoppiamenti; contro la quale la resistenza si conserva tenace, e furioso, dai tetti della patria letteratura, il «cecchinaggio».
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Dopo una dozzina di rassicuranti soprattutto, ecco uscire da penna autorevole un sopratutto, che sembra rimettere in discussione la corretta grafia di questo usitatissimo avverbio.
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Diciamo «sembra» perchè, quantunque fioca, la regola canta chiaro: il prefisso sopra fa sempre raddoppiare la consonante iniziale della voce a cui viene premesso.
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Fu osservato che incertezza tra le due forme «nasce dal fatto che comunemente si pensa, nello scrivere e nel pronunziare questa parola, alle due parti di cui essa pare essere composta, sopra e tutto; in realtà la sua base etimologica consta, non di due, ma di tre elementi, fusisi poi nell’esito italiano in una sola voce. Si tratta cioè non semplicemente di un supra-totum, ma -di un supra-ad-totum; in questi casi regolarmente l’ad, fondenosi con iniziale della parola che segue, origina in italiano il raddoppiamento».
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(Bertoni e Ugolini, Prontuario di pronunzia e di ortografia).
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Se vanno lisci, nell´uso, soprassoldo, soprannumero, soprattassa, soprannaturale e molti altri composti di sopra, perché trovar da dire a soprattutto?
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Anche soprannome ha dei nemici; ma ciò è niente in confronto di un´altra parola con quello stesso prefisso, nella quale quasi tutti si rifiutano di fare il raddoppiamento, e qualcuno anche minaccia, ove ci venisse costretto, di cambiare nazionalità e lingua: sopralluogo.
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Ammesso che sia qualcosa di ostico in questa grafia, basterebbe adottassimo tutti perché di qui a domattina riuscisse facile e naturale.
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Del resto nessuno illuda: la regola di sopra che raddoppia la consonante seguente, non fa eccezione neppure per questa parola; la potete stacciare in mille pezzi, da ciascuno vi ripete: sopralluogo sopralluogo sopralluogo
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poi da notare che detta ribellione va di conserva con abuso che oggi si fa della voce sopralluogo con forza di sostantivo, dove in buona lingua questa sta solamente come avverbio, nel senso di sul luogo, per appunto (le stime si fanno sopralluogo); abuso che dal linguaggio giuridico (il Pretore ordina un sopralluogo) è passato in quello comune, dove di effettuare sopralluoghi son ormai capaci persino le moglie sospettose.
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Come sopra, così raddoppia contra (contraddittorio), ma non già contro (controbattere).
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Raddoppiano le voci che escono con vocale accentata (cosiddetto, tressette, Gesummio), fatta eccezione per trecento.
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Maria raddoppia dopo Ave; fra raddoppia sempre, tra soltanto in trattenere.
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E raddoppiano e (evviva), se (sennonché), o, da e .
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Non raddoppia un corno, qui uso si lascia sopraffare, di in dinanzi.
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Non piacciono questi appiccicaticci?
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Si può allora adottare, in molti casi, la grafia staccata (sopra tutto, così detto, da poco, se non che ecc.), la quale è di rigore in se mai (non semmai) e chi sa (non chissà).
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Quest’ultimo è duro da estirpare.
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Con quel suo garbo raziocinante, così Ferdinando Martini ne scriveva a Dino Provenzal: «Mi dica perché anche Lei scrive chissà tutt´attaccato, e di un pronome e di un verbo fa una parola che non si sa a quale delle parti del discorso appartenga? I lettori non fanno la analisi grammaticale la logica; ma gli alunni ; e quando imbattono in questa parola, come diavolo si caveranno impaccio, o come faranno a svolgere il periodo?» Che è un´applicazione del principio, salutare in grammatica non meno che in morale: «i bambini ci guardano».
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A un’altra questione grafica ci richiama il lettore torinese L.
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G., di professione bancario.
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Avendo egli ben ferma in mente la regola del plurale delle parole in cia e gia (di cui toccammo anche noi in queste colonne), le moltissime volte ch´egli ha da scrivere alla Cassa di risparmio delle Province lombarde di Milano, scrive appunto province senza la i, a filo di essa regola.
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La cosa dispiace al suo «superiore diretto», che richiamandosene alla grammatica del Panzini e, longo intervallo, all´intestazione delle lettere di quella Cassa di risparmio, sostiene essere provincie il plurale esatto.
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Un altro (sapete come è il mondo) si sarebbe precipitato a scrivere provinciiie pur di piacere; ma non il nostro lettore, che continua, e dice che continuerà sempre, in quella sua grafia.
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altra parte il superiore, che è un fior di galantuomo, non lo vuole forzare: attende e spera.
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Ma intanto si è fatto tra i due un po’ di amarume; che il bancario, che oltra a carattere, ha anche famiglia, oggi scrive a noi.
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E noi modestamente gli diamo ragione: province.
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vero che i Classici, cominciando da Dante («non donna di provincie, ma bordello»), usano quasi tutti altra grafia; ma si può dire quel che il conte Attilio degli antichi Romani: «gente che, in queste cose, era indietro, indietro», cioè latineggiavano.
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uso moderno si tiene alla regola che il nostro lettore dimostra di sapere così bene: i nel plurale si perde, quando il c e il g sono preceduti da consonante o raddoppiati.
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Sappia anzi che una «corrente oltranzista» vorrebbe sbandita la i anche dal plurale ciliegie, valigie e sim.
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(per mantenerla solamente nei casi in cui la sua mancanza potrebbe generare confusione con altre parole: audacie, camicie e altre pochissime); e questo con la bella scusa, sotto cui rovinerebbe mezza grammatica, che è una cosa inutile.
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Leo Pestelli

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