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“Flétri„ in rima con “Alighierí„

Language columnCome stiamo a lingua
AuthorLeo Pestelli
Date 31 luglio 1954


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Il che, diceva Carducci, pur devotissimo a Victor Hugo, pare un «chicchirichí» - Varia indole dei linguaggi e loro capacità di estendere i significati dei vocaboli - Traduzione dei cognomi: il carducciano «Demulen» e i francesi «Pétrarque», «Machiavel», «Guichardin»

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Nella chiesa di S. Maria Maggiore in Firenze, leggesi la bella lapide trecentesca: «Qui diace Salvino di Armato degli Armati di Firenze inventor degli occhiali. Dio gli perdoni le peccata». Questo, e il verso di Dante «Vecchia fama nel mondo li chiama orbi», diè vanto, presso alcuni, ai Fiorentini, aver trovato utilissimo strumento; che già Francesco Redi e poi Isidoro del Lungo attribuirono invece, con più ragione, al frate pisano Alessandro della Spina, e Albertotti, con più ragione ancora, a ignoto veneziano del Duecento. Comunque sia, è certo che invenzione degli occhiali (di cui Ruggero Bacone può essere tutt´al più considerato il precursore) fu fatta in Italia, e che tra i più illustri che per primi se ne giovassero fu il Petrarca degli anni maturi. Ora chi direbbe che proprio ottica, gloria nazionale, è un punto debole della nostra lingua? che serve esempio a quanti le vogliono mettere innanzi, per ricchezza di vocaboli, la lingua francese?

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un fatto che coloro che ci vedono poco sono meglio serviti di che di qua dal Cenisio. Chi parla italianamente chiama lenti tanto quelle che si fermano sul naso (in francese, pince-nez) quanto quelle che si avvicinano con le mani agli occhi (lorgnon); mentre ancora lente dicesi quella che si ferma tra il sopracciglio e lo zigomo, e occhiali finalmente, quelli forniti di suste, che, passando sopra le orecchie, servono a tenerli fissi dinanzi agli occhi. Se ne raccoglie che dove i Francesi hanno tre termini assai distinti e particolari quelle lunette, prince-nez e lorgnon, noi abbiamo i soli occhiali e lenti, uno appropriato a un solo strumento, altro a tre strumenti diversi tra loro; e che a non vedere la cosa, chi ci dicesse che il tale guardava con le lenti, non capiremmo se guardava con le lenti fisse sul naso (col prince-nez), oppure con le lenti a mano (col lorgnon). Sta bene che da taluni quest´ultime si dicono occhialetti, e che per la lente da incastrare nell´orbita dell´occhio, sono stati trovati i neologismi caramella e monocolo; ma sono impiastri che piuttosto coprono che non guariscano la piaga e ad ogni modo il rigoroso della lingua li disdegna.

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il Rigutini, chiamato a consulto, potè altro che dichiarare: «Ogni lingua tende naturalmente, condottavi dalle ragioni logiche del pensiero, ad estendere i significati dei suoi vocaboli; ma la lingua nostra sembra farlo a preferenza di qualunque altra; onde non poche voci gravide di moltissimi significati». Tali, che stancano la levatrice, sono appunto lente di cui abbiamo visto estensione, ferro, che va dall´armeria ai lavori di maglia, e per tacere di moltissime altre, fanciulla, che se nell´uso moderno va castigatamente ristretta, presso gli scrittori dei buoni secoli aveva moltissimi e spesso opposti significati, compreso quello di balia lattante che le nella sua cronaca, Donato Velluti. Onde il motto di quell´inglese, che dopo esser dimorato qualche tempo in Toscana, mandava a dire ai suoi, che imparate le tre parole cosa, coso e cosare, era belle imparata tutta la lingua di Dante.

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Sconfitti sul fronte degli occhiali ci possiamo rifare con alcune belle voci nostrane che non hanno corrispondente nel francese (ad esempio il bellissimo disinvolto), e anche rammentandoci della vitaccia, che a differenza del nostro amare, i francesi fanno fare al loro aimer, esteso agli oggetti più disparati.

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Del resto la questione della superiorità una lingua su un´altra non ha sovente altro fondo che la boria nazionalistica. Vecchio vizio nostro, anche nelle cose linguistiche, è di abbassarci troppo; opposto fanno i nostri vicini. Di avere scritto, per maggior evidenza di rima, Demulen, nella lirica Avanti! Avanti!, il Carducci sentì il bisogno di lungamente giustificarsi col critico della «Revue des deux mondes» Luigi Étienne, il quale aveva osservato: «On sourit quan´on voit Camille Desmoulins devenu Demulèn». E Giosue, rispetto ma fermo: «Sorridere? e perchè?... Noi italiani leggiamo i nomi del Petrarca, del Machiavelli e del Giuicciardini divenuti nella prosa francese Pétrarque, Machiavel, Guichardin, e non sorridiamo. Non sorridiamo meno quando, avvenendoci nei versi un grande poeta al nome dell´Alighieri fatto rimare con flétri, ci tocca leggerlo Alighieri con tanto di accento acuto che pare un chicchirichi» (v. Hugo, Chàtiments, I. IX). Non si sa se ci fu risposta.

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Vero è che or sono poche settimane, discorrendo nel Figaro Littéraire a proposito delle forme Michel-Ange e Mikel-Angelo, Charles Bruneau tacciava quest´ultima di «infamant» per la buona ragione che «il pittore universalmente conosciuto verrebbe allora a essere considerato come un qualunque pittore italiano». E meglio si spiegava mandando questo razzo: «Ce fut e est encore une gloire, pour un étranger, de posséder un nom français».

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Leo Pestelli


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