Powered by <TEI:TOK>Maarten Janssen, 2014-
Il povero «mica», sono molti che lo hanno sulla corna, eppure affatto inutile non è - «Zonzo» e «ufo» stridono Il Tommaseo sentiva nella prima voce il volo di zanzare e vespe e Panzini propose il verbo «zonzare»
Questo mica che è? domanda il lettore torinese Marco B., invocando tra le righe lo spazzaturaio per questa paroletta, a suo avviso, inutile e brutta. Povero mica; sono molti che l´hanno sulla corna: eppure si trova ab antiquo nel nostro idioma, e affatto inutile non è. Dal latino mica (briciola, grano), viene a dire piccolissima particella di checchessia, e nel linguaggio famigliare fa da particella riempitiva che aggiunge efficacia alla negazione. Dire dietro a una donna: «non è bella»; e dire «non è mica bella», sostanzialmente è la stessa cosa, piacere non le fate; eppure chi scrive queste note, avendo voluto andare a fondo, ha interrogato dieci signore, otto delle quali (le rimanenti due hanno respinto il quesito in blocco), d´istinto, senza pensarci troppo, hanno concordemente dichiarato la prima forma riuscire loro un tantinello meno odiosa della seconda. E questo sta a provare che l´avverbio mica, non fosse che per il peso rafforzativo di un capello, non ci è per inutile nel nostro parla…
Il grammatico lo ha sempre rispettato, e in misura ragionevole anche lo raccomanda; sempre però che si accompagni col non e non presuma di negare da sè solo, come nelle forme dialettali e specialmente lombarde: mica lo so; mica l´ho detto, e l´usitatissimo mica male (fr. pas mal); nei quali casi codesto avverbio, perdendo la sua prima qualità, che è la modestia, anche perde il suo posticino al sole, nella lingua italiana.
Mica è affine a punto, un´altro avverbio di negazione che molti non vedono di buon occhio. Non però i Toscani, i quali non solamente l´usano come avverbio (e talvolta, con buona pace del Rigutini, anche senza il non, come nelle forme elittiche o proverbiali; a me punto; punto è troppo poco e sim.), ma come aggettivo (non ho punta fame; paga paga, è restato senza punti, sott. quattrini); da che quel famoso, stringatissimo dialogo tra compratore e venditore di chiodi: «Punte punte! - Punte»; e la non meno famosa barzelletta di quel settentrionale di poca memoria che volendolo riportare agli amici, lo fece così: «Bullette bullette! - Bullette», riscuotendo un mediocrissimo successo.
Ma tra le parole il cui uso è rigorosamente condizionato da regole precise, due ce ne sono che pur risonando assai famigliari all´orecchio, stridono sotto così duri patti da aver quasi perso dignità di parola; bloccate in modi avverbiali come festuche nel ghiaccio, non conoscono la gioia dell´articolo, ma sempre e soltanto l´umiliazione della preposizione a. Son esse zonzo e ufo, imbalsamate nelle forme a zonzo e a ufo.
Sulla prima di fermò con curiosità caritatevole Alfredo Panzini, cercandone anzitutto l´etimologia. La meno incerta sembra sia quella già accennata dal Tommaseo, secondo cui questa voce verrebbe dal ronzio che zanzare, vespe, pecchie e simili, fanno nel volare da un luogo all´altro. Un esempio del Segneri, dove si parla di «api che vanno a zonzo» conforta a credere che la formazione di questa voce sia onomatopeica. Al Panzini piaceva, e tra il serio e il faceto, propose il verbo zonzare, e come bel titolo per libro da ragazzi, Zonzolino. Ma l´uso non li ha raccolti, e la servitù di zonzo, nell´unica forma «a zonzo», continua crudele.
In quanto a ufo, mummificato nel modo «a ufo», che vale a macca, senza spese, c´è chi lo fa derivare dall´interiezione uf! con cui si suole esprimere la noia e lo sforzo, ma anche il senso di liberazione che segue a una fatica. Sarà e non sarà: «l´etimologia è assai spesso, diceva il Croce, scienza più incerta della meteorologia».
Ma a noi qui importava soltanto ricordare la lagrimevole sorte di due paroline languenti in ceppi, che quasi tutti pronunziamo con beata indifferenza; anzi, le più volte, con intonazione giocosa.
Leo Pestelli
Text view