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Parole all´aria aperta

Language columnCome stiamo a lingua
AuthorLeo Pestelli
Date 29 maggio 1954
NewspaperLa Nuova Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column2-4


[1]
Nella campagna toscana - Disse una contadina: Ratto ratto, che il babbo non ti pigli; ed era un verso di Dante - Il ragguaglio stradale - Da bene un bimbo farà benezza; e farà benissimo
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Per la maggior parte dei linguisti del secolo scorso, non ci poteva esser dubbio circa il luogo di villeggiatura: piacesse o no alle mogli, ai ragazzi, che forse anche allora avrebbero preferito altro, doveva essere la campagna toscana.
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quei dotti si mettevano a scuola di contadini spesso analfabeti, e con non poco pregiudizio dei lavori campestri, li facevano parlare, empiendone via via quaderni di che poi vivevano tutto inverno.
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Nel bel libro per bambini Le novelle della nonna di Emma Perodi, è rappresentato un professore di lettere, che venuto estate in Casentino per allentare arco, ci trova tali e tanti fiori di lingua, che la carta non gli basta e la salute stessa gli pericola.
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Lo studio della lingua all´aria aperta, per aie e greppi, fu uno dei «pallini» del purismo; e si sa il profitto anche artistico che ne levarono Imbriani, il Giuliani, Il Nieri più di tutti, e tanti altri.
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Nelle sue Ricreazioni il Giuliani mise insieme tante native bellezze di quei parlari contadineschi da disperare chiunque crede essere la lingua una cosa da impararsi per i libri.
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Come!
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Si sarà spesa la vita su Dante, e una semplice contadina di Capriglia (Pietrasanta), che lo avrà e no sentito nominare, dicendo al figliuolo: Ratto ratto, che il babbo non ti pigli, lo rifà nel verso «Ratto ratto, che il tempo non si perda»?
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Del resto Autore osserva che «endecasillabo sottentra continuo nel discorso del volgo, specialmente disperso per le montagne»; in paesucoli dove oggi nessuno si potrebbe in villeggiatura, franchi da tassa di soggiorno.
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Ammutolire, detto del grano e delle viti che patiscono, sta nella Crusca: e una servuccia del contado di Siena, elegantemente estendendo: «Oh sta a vedere che mi è ammutolito il fuoco!».
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Nessuno più noioso del vecchio che descrive i propri acciacchi; ma ecco un pastore casentinese: «Un di per me dice tre: calo fuor di maniera. La vista, ancor non è notte che mi si abbuja; de´ giorni, mi tocca andare a tastoni; tanto, tanto mi reggo diritto sulle gambe, ma se il piede mi va in un sasso, addio, mi trovo in terra bello e franto».
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E quale suocera di città saprebbe dire come questa vecchia del Volterrano: «La mai nuora ha una lingua che spazzerebbe sette forni; le cose le piglia di punta e non cede, le vuole di , cascasse il mondo; prima ch´entrasse in questa casa parea una mammamia; ora poi che gli è spuntata la cresta, noi poveri vecchi ci ha piantati in un canto, e non abbiam neppure tanta balla da fiatare», e tante altre bellezze che non si riportano, e alle quali la nuora, entrando poche righe sotto, risponde degnamente per le rime?
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Ma il forte di questi contadini (lasciando le descrizioni di piene, carestie e altre calamità, che restano le lor cose di maggior impegno e nelle quali forse anche si ascoltavano un po´), sono il pronostico del tempo e indicazione stradale, due cose di cui i puristi campestri non si sarebbero mai stancati, e pur di fargliele dire giravano senz´ombrello e si fingevano smarriti.
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Bello questo parere meteorologico di un villano del Pian di Pisa: «Non è disegno di piovere; son nebbia che si risolvono in nulla; quand´è per venir acqua, me la sento addosso»; ma più memorabile la risposta che al Fucini, incerto fra due strade, diede una capraia dodicenne dell´Appennino pistolese: «Tutt´e due menano a Piteglio. Si confrontano fra loro per circa un miglio, poi s´accordano e fanno capo insieme sulla via maestra».
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Semplice, naturale, e scelto al tempo stesso.
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(Il ragguaglio stradale, per bocca, è un piccolo componimento estemporaneo che riesce assai male a noialtri moderni. Su dieci cittadini interrogati dal viandante, otto gli rispondono lungamente e confusamente con le braccia; da che la quasi impossibilità di sapere la strada da colui che porta pacchi).
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Viene da domandarsi se dalla bocca dei contadini toscani oggidì, coli tuttavia quest´oro; se il cinematografo e il rotocalco non abbiano adulterato, e fino a che punto.
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La risposta non è facile e dovrebbe venire dopo un lungo e faticoso studio condotto sui luoghi.
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Qui si voleva soltanto rilevare grazia, franchezza e fantasia del linguaggio campagnolo, e toglierne qualche avvertimento utile per il nostro.
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A noi pare di essere grandi inventori di parole, a motivo dei tanti neologismi che continuamente coniamo per comodo della vita moderna; ma in realtà non facciamo che appiccicare insieme parole o pezzi di parole fatte, nostrane e forestiere; e di propriamente inventare abbiamo paura.
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Lo fanno talvolta i bambini, ma fra i sorrisi scoraggianti, o quel che è peggio, fra le riprovazioni degli adulti.
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Da bene un bambino farà benezza; gli dànno sulla voce; e benezza registra il Giuliani nel suo dizionarietto del volgare contadinesco, insieme con bellore, seccore, disperamento e tante altre parole che a noi paiono strambe e nuove, e che pur fanno al bisogno e già le usarono i Trecentisti.
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Occhio dunque ai villici, ai garzoncelli, e in genere ai parlatori ingenui; perchè, senza aver punto studiato, sono spesso in comunicazione molto più di noi, con autore del Novellino, col Cavalca, con Guittone e altri patriarchi della lingua.
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Leo Pestelli

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