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Il parlar fischiando dell´isola di Gomera

Language columnCome stiamo a lingua
AuthorLeo Pestelli
Date 27 marzo 1954
NewspaperLa Nuova Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column2-4


[1]
Lui, lei, loro è una questione antica - Un professore esordì: - Elleno adunque - E fu risata generale - Quando istinto e grammatica vanno accordo - Farebbe piacere prendere Dante in castagna
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Grave tasto tocca dalla bella San Remo un lettore: uso, che più sempre va estendendo, di lui lei loro nei casi retti; vecchio pruno nell´occhio del grammatico.
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E anche ci manda ritagli di novelle e di articoli dove si possono vedere quei poveri pronomi personali oggettivi di terza persona, pervicacemente usati come soggetto.
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una questione con tanto di barba (si riattacca infatti alle polemiche manzoniane), sulla quale i partitanti della Grammatica e quelli dell´Uso si sono lungamente accapigliati.
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Racconta Bruno Cicognani nell´Età favolosa, che alle alunne dell´Istituto Nencioni di Firenze, si presentò una mattina un giovanissimo professore mai più visto; il quale attaccò così: Elleno adunque
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Quelle, guardando una altra, cominciano a squittire dalla risa; e il professore, fissando la più allegra: Lo so che ella avrebbe detto «Sicchè loro», ma è bene intendersi subito: qui si conviene aver rispetto alla grammatica, qui non si parla la lingua delle ciane.
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Così il Carducci giovane dava ultimo ossigeno alle forme plurali eglino ed elleno (formate per attrazione con la desidenza -no della terza persona plurale dei verbi), che uso moderno (e non si potrebbe dargli torto) ha definitivamente sbandito, sostituendole coi dimostrativi coloro essi esse.
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Ma il punto di giusta lagnanza è che non ci si sia fermati qui; è nell´abuso, veramente un po´ cianesco, che anche fuori del linguaggio famigliare, si fa di lui per egli, di lei per ella, di loro per essi; oltrechè, quando pur usino le seconde forme, nella sempre meno osservata distinzione tra egli ella, che vanno alle persone, ed esso essa, che vanno alle cose e agli animali.
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I grammatici moderni, che hanno un cavicchio per ogni buco, spiegano che la forma ella suona ormai ai nostri orecchi un po´ troppo letteraria e solenne; e osservano che nella coscienza di chi parla, le forme lui lei loro hanno acquistato un valore più intensivo, più dimostrativo, delle corrispondenti forme soggettive.
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Certo, sentendo venire il marito, donna che abbia da buttare la pasta o da nascondere amante, dice:  lui (desso, forma anche più intensiva, significando proprio lui, oggi non userebbe che per celia o per rima); e qui istinto, il sangue, vanno accordo con la regola, giacche, sempre che il soggetto si posposto al verbo, è da usare la forma oggettiva.
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(Anzi, in quella stretta, può bastare un semplice: Lui!).
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Allo stesso modo; dopo come, quanto, anche, neanche, pure, neppure, nemmeno, o quando entrano in funzione di predicato, o nelle esclamazioni elittiche (Beati loro!), lui lei e loro sono obbligo.
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Ma fuori di questi casi, o quando non ci sia motivo di dare un rilievo speciale alla persona di cui si parla (Se Adamo fu nobile, tutti siamo nobile, se lui fu vile, tutti siamo vili), sarà bene ridare un po´ di posto ai disgraziatissimi egli ella essi, i quali, prima che ci venissero i manzoniani, ebbero sempre «in esclusiva» ufficio di soggetto.
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Coi sospetti lui lei loro di cui sopra, non sono da confondere, come avvertì il Fornaciari vecchio, quei lui lei loro che precedono al relativo; perché in tal caso valgono colui colei coloro, e si possono tranquillamente adoperare nel caso retto.
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«Ma perchè lei che e notta fila, non gli avea tratta ancora la conocchia».
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A chi non piacerebbe prendere Dante in castagna?
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Ma per la ragione detta, quel suo lei ha le carte in regola.
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La rivista mensile Vie et langage notizia, mediante un interessante articolo di Alberto Menarini, che nell´isola di Gomera (una delle minori dell´arcipelago atlantico delle Canarie) usasi dai suoi trentamila abitanti un «linguaggio fischiato».
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Del quale ha fatto argomento di studio René Pierre Verneau, noto antropologo e etnologo francese, ordinatore del museo etnografico del Trocadero.
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Il «linguaggio fischiato» della Gomera è ricchissimo di suoni e consente agli isolani di scambiarsi, anche da considerevoli distanze, ogni maniera di idee.
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Tanto che, afferma lo studioso, si potrebbe colà fare ormai benissimo di meno della parola umana.
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E se ancora qua e si parla more nostro, ciò è perché i vecchi, i quali hanno poco fiato, hanno interesse che antica usanza non si perda del tutto.
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Ma le nuove generazioni sono tutte per il fischiare.
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Notisi che a Gomera le canzoni si possono fischiare due volte: nelle arie e nelle parole; che espressione «fammi un fischio» ci ha ben altro valore che da noi, e finalmente che le commedie, quanto più sono fischiate, tanto più piacciono.
[26]
Leo Pestelli

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