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“Sciolto„ il dubbio del marito qualcosa ci rimane tuttavia

Language columnCome stiamo a lingua
AuthorLeo Pestelli
Date 24 ottobre 1953


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Perplessi sul plurale di nomi pur famigliari - Il filologo Arlia e amico suo Fanfani - Distinzioni, improprietà, francesismi Di chi va sotto il tram, diciamo che «si uccide» - Ma ha fatto apposta, il poveraccio?
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- Attenti, dunque, a come si parla.
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Se la grammatica ci fosse di casa, non diciamo come il catechismo, ma soltanto come il settimanale illustrato, non avverrebbe che uscita al plurale di certi nomi pur familiarissimi, ci tenesse così perplessi da doverne interrogare il primo che passa, o peggio, una cattedra come questa nostra.
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E ancora questi scrupolosi sono un piccolo numero rispetto ai moltissimi che ignari del problema lo risolvono pazzamente da .
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aver tempo fa, rinfrescato la regola circa il plurale dei nomi terminanti in cia e gia, ha messo allo scoperto altri sprovveduti, che ora ci chiedono di fare il medesimo con i nomi che finiscono in ca o ga, in co, in go, e in io.
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Dei primi è presto detto, formano il plurale in chi o ghi (monarchi, colleghi), levatone i nomi di nazione: belga, belgi.
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Ma i nomi in co, escono al plurale talvolta in ci, tal´altra in chi; e qui comincia a volerci occhio.
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Hanno il plurale in ci gli aggettivi e alcuni sostantivi finiti in -ico senz´accento: arcadici, laici; medici, cantici (ma strascico, e non ci domandate perchè, strascichi); lo hanno in chi gli altri aggettivi e sostantivi (bicchi, stomachi, ecc.).
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Fanno razza a parte: i monaci, gli austriaci, gli equivoci, i porci e i greci (grechi essendo soltanto i loro vini).
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Il plurale dei nomi in go è ghi: chirurghi, maghi (ma quelli della storia: Magi), demagoghi; eccettuati alcuni vocaboli di più che due sillabe e specialmente i nomi greci in -ologo, come antropofagi e teologi (scusate accozzo).
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Ma dove si fa più naufragio è tra gli scogli del plurale dei nomi in io, essendoci chi scrive vari e chi varii, chi studi e chi studii, e in quest´anarchia desinando poi gli uni e gli altri, così i gusti come i peccatori, con lo stesso appetito.
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I grammatici moderni se ne spicciano così: se il singolare termina in io con i accentato, il plurale esce in due i, da farsi ben sentire la pronunzia: oblii, rammarichii, piacciaddii; se il singolare termino in io con i atona, il plurale esce in un´i sola: occhi, premi, rimedi.
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Se però potesse nascere equivoco, due i: giudicio, giudicii (per distinguerlo da giudici, plurale di giudice), adulterii (per distinguerlo da adulteri, plurale di adultero), principii (per non confonderlo con principi, plurale di principe).
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E a chi non gradisse la doppia i, soccorrono altri tre mezzi: o il circonflesso sull´i finale, o accento sulla sillaba accentata, o i lungo a denotare la contrazione dei due i.
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Principii, principì, princìpi, principj.
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Ma i vecchi grammatici stavano più a lungo su questo argomento, e anche ne pigliavano occasione per eleganti scaramucce tra loro.
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Se ne ricorda una tra il filologo Arlia e amico suo Fanfani appunto a proposito dell´i lungo in fondo al plurale dei nomi in io.
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Per il primo la lettera j era soltanto consonante (ghi) e però non poteva stare a quel modo in fin di parola, e fare «come il pipistrello della favola, il quale ora era topo e ora uccello»; per il secondo la j, non come consonante, ma come segno convenzionale di rinforzo, era almeno tollerabile.
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Il filologo pistolese non rispose in proprio, ma introdusse la j a far le sue difese: unico monologo, anche se non divertente come quelli di Gandolin, che si abbia la letteratura grammaticale.
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Ma tornando al punto, quei vecchi leoni distinguevano quando la parola terminava in io stretto, e quando terminava in o preceduta da i; e nel primo caso prescrivevano il plurale con un´i sola, nel secondo con due: vaglio, vagli; luglio, lugli; veggio, veggi; e studio, studii; premio, premii; tempio, tempii (facendo appena appena sentire le due i).
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Non volevano, quei galantuomini, che si rubasse nulla alla parola; e in effetto ruba una sillaba chi scrive lunari per lunarii; il che si fa anche più chiaro attendendo ai femminili finienti in a preceduta da una i: ordinaria, diaria, luminaria, che nel plurale escono in ordinarie, diarie e luminarie.
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Ma ecco risolto questo problema affacciarsene un altro, dalla lettera un lettore, appunto intorno ai problemi: che cosa sia più proprio, se soluzione o risoluzione degli stessi.
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Sciogliere e risolvere si possono in molti casi usare promiscuamente: i dizionari tacciono al riguardo, il Tommaseo tocca della loro differenza nei suoi Sinonimi.
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Sottilizzando si può dire che il secondo è più radicale del primo.
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Marito che rimproveri la moglie esser rincasata tardi, questa che alleghi essere stata trattenuta dalla sarta, il dubbio del primo viene a essere sciolto: ma qualcosa rimane sempre.
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Solo una telefonata alla sarta potrà veramente risolvere (sempre che non sia stata comprata).
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Si scioglie un solido in un liquido: quello si liquefà ma non è distrutto, si può sempre recuperare con la evaporazione.
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Si risolve invece una sciarada, un problema: effetto è definitivo non è più altro da dire.
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Giuridicamente si risolve un contratto, quando non ne rimane più niente (quasi niente si fosse fatto); in armonia si risolvono le dissonanze (rimane nell´orecchio impressione dell´accordo consonante).
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Impropriamente risolviamo oggi anche le situazioni, quando il più delle volte non si è fatto che imbrogliarle.
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E impropriamente, di chi muore per disgrazia sotto un tram o altro veicolo, diciamo che si uccide, quasi fosse uscito apposta di casa con quella intenzione; e di un regista, che è innocuo, dove idea del nuocere non ha che fare con chi, invece che un´opera di arte, ci lavori scialbi, acqua tinta: crudele traslato che fa il paio con quello di mordente, usato non come participio canino o termine di tintoria, ma come sostantivo applicato a cose arte, in luogo di forza, vivacità, presa e simili.
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Articolo per oggetto, consumazione per bibita, sono entrati nell´uso che, brutti come sono, se li tieni cari; e così la francese risorsa per, secondo i casi, ripresa, provento, rincalzo, espediente, artifizio, trappola; voce che sembra ripararsi dietro lo scudo del Carducci (per le sue famose «Risorse di San Miniato»), ma che in effetto quel grande usò con le debite avvertenze e fra virgolette.
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Esploatare (exploiter) fu registrato da un gran cacciatore di neologismi, ma nessun ha mai usato altro che per celia, così come soaré, per serata, si trova appena negli «scapigliati».
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Ma espletare (compire, menare a termine, esaurire, finire), se vive purtroppo!
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Quasi quanto compulsare (esaminare, consultare, sfogliare, scartabellare, ecc.).
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Ma lasciando ogni speranza di riuscire a bandire queste voci, basterebbe alla nostra soddisfazione di potere estirpare della lingua, tra mille forestieraggini, soltanto la Cina (fr. Chine) e di vedere, prima di chiudere gli occhi, la riscossa della China, che sempre così, dal Bartoli al Giusti, si chiamò nella nostra lingua quell´immenso paese.
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Per ora ci dobbiamo accontentare dell´inchiostro, che tutti quanti diciamo, secondo si deve, di China.
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Leo Pestelli

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