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Umori di filologi: il terribile Fanfani e Fornaciari l´ottimista
Niente faceva inquietare di più il Fanfani che il ricorso ai classici per dare addosso alla Grammatica; che il combattere con gli esempii di quelli le regole di questa. Diceva, e anche scrisse nei Diporti filologici, che «se pochi esempii bastassero a buttar giù e infirmare una regola, non c´è sproposito che non si potesse far buono a forza d´esempii; e si potrebbe fare un falò e buttar su* un fico tutte le grammatiche dell´universo mondo». Ricordava che quegli scrittori i quali avevano preso lo strano assunto di difendere per via d´esempii ogni maniera guasta (il sommo Bartoli, il Gherardini), c´eran sì riusciti; ma che intanto s´eran ben guardati, loro, dal non ne usare neppur una: predicando male, avevano razzolato bene.
Ma poi chiedeva, il terribile pistolese, che innanzi che fossero menati buoni quegli esempii, lo certificassero: che lo scrittore dell´esempio avesse scritto veramente a quel modo e non ci fosse guasto di copiatore; che il manoscritto (essendo l´esempio antico) fosse stato letto bene; e che l´autore dell´esempio avrebbe proprio scritto a quel modo, anche sapendo che c´era la regola contraria.
Pareva agli avversari che fosse un chieder troppo, o come dicevano in lor favella, volere il pegno in mano e l´uomo in carcere. Ma era appunto la specialità del Fanfani nelle polemiche di lingua preoccupare i siti forti, in modo da avere sempre il di sopra.
Anche a questa avevano dato esca le particelle, eterne commettimale.
Qui, Quivi. La differenza, secondo grammatica, è netta. Qui vale In questo luogo qui; Quivi, In quel luogo lì. E soltanto l´ignoranza della lingua combinata con l´affettazione può condurre alla falsa eleganza e vero sproposito di usare Quivi per Qui. Come comparisce bene tale differenza nel seguente esempio del Nardi: «Vogli più tosto restare spaventato ora qui (hic), che quivi (illic) sul fatto rimanere vinto»! Ma e tutti quegli altri esempii di autori antichi, si domandava al Fanfani, dove pare che Qui stia per Quivi? Un momento: si desse un tuffo nei codici, a sincerarsi come fosse veramente scritto quel Qui. Non c´era per avventura un tagliettino traverso alla gamba della q? E una q traversata così importa essa solo, paleograficamente. Qui, al quale se si aggiunge la vi, che fa seguito alla q, viene a dir Quivi bello e lampante. Ma pochi sono i copisti che badano al taglio, onde tanti Quivi gabellati per Qui.
In quasi tutti i Danti, gli era fatto osservare, si legge: Qui v´è Alessandro e Dionisio fero. Ed il Fanfani, andando a nozze, a dimostrare ch´era un altro errore di copia, essendo stato il Quive dei codici balordamente mutato in Quiv´è. Insomma sulla questione dei Qui e Quivi, voleva egli aver ragione in tutti i modi (e in fatto l´aveva); e non portava rispetto nemmeno a Firenze, di cui sbertava la lapide murata in via Calzaioli, che spropositamente dice: «Quivi furono le case degli Adimari», dove ci voleva Qui, perché appunto in quel luogo esse erano. E anche più cattivo si rivoltava contro coloro che usano indifferentemente le altre particelle locali Ci e VI; più cattivo, perché essendo più piccole, le si possono difendere anche meno di Qui e Quivi, alle quali perfettamente corrispondono. (In quanto a Qui scritto coll´accento, Qui, il caso, oggi purtroppo tanto frequente, ai tempo suoi e per fortuna della sua salute, non si dava.)
Il Fanfani, a vistarlo oggi, in tanto lassismo linguistico, fa paura; no così Luigi Fornaciari, ch´era tutt´altra pasta alieno da polemiche e corbellature, e che anche nelle cose di lingua non vedeva che il bello e il buono. Linguista e letterato, e per vivere, giudice criminale nella sua Lucca, quando poteva raccogliere dalle labbra degli stessi malfattori una parola, un modo bello, l´onesta vita gli si rischiarava.
Per le grosse provvisioni di lingua girava le campagne e qualche volta si spingeva sino alla capitale. «…E qui mi ricorda che, tempo fa, mi condussi un giorno sotto il portico degli Uffizi per comperare un paio di guanti ad una mia bambina, e non trovandone che ben le dicessero, una di quelle merciaiuole diede questa ragione: L´ha le dittina cicciosine. Non mi fermerò a notare la grazia di questi due diminutivi… Non dirò pure che né grasse, né pingui, né grosse, ne altra simile parola, né i diminutivi ancora di queste o di altre parole simili avrebberono sì convenientemente e quasi carezzevolmente spiegato la graziosa pienezza di quelle piccole dita.» (Dal capitolo delle Prose. «Del soverchio rigore dei grammatici».)
Posta.
Il lettore A. N. di Padova ci chiede se si debba dire: Si sono spese 10. 000 lire, ovvero Si è speso ec. L´una e l´altra forma di questo riflessivo-passivo, suono buone; e la seconda, impersonale, odora più di toscano. (Rammenti il caso estremo dei famosi Noi si fa, Noi s´era detto ec., fiorentinissimi, ma ripresi dai grammatici.)
L´abbonata M. C. di Biella vuole un parere sull´aggettivo Mefistofelico. Brava! Non è di buona lana. O almeno, così lungo, così dotto e libresco, non è nel calendario dei puristi. Esso raccomandando, invece che Riso o ghigno mefistofelico. Riso sardonico, Ghigno beffardo o diabolico, e il Ridere in pelle in pelle o tra pelle e pelle. Per chi non abbia fretta, c´è poi il riso del Tassinari, che bollava sempre e non coceva mai. (Ma chi fosse questo Tassinari?).
Leo Pestelli
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