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La regola grammaticale e l´esempio degli scrittori

Language columnCome stiamo a lingua
AuthorLeo Pestelli
Date 23 novembre 1954


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Umori di filologi: il terribile Fanfani e Fornaciari ottimista
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Niente faceva inquietare di più il Fanfani che il ricorso ai classici per dare addosso alla Grammatica; che il combattere con gli esempii di quelli le regole di questa.
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Diceva, e anche scrisse nei Diporti filologici, che «se pochi esempii bastassero a buttar giù e infirmare una regola, non è sproposito che non si potesse far buono a forza esempii; e si potrebbe fare un falò e buttar su* un fico tutte le grammatiche dell´universo mondo».
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Ricordava che quegli scrittori i quali avevano preso lo strano assunto di difendere per via esempii ogni maniera guasta (il sommo Bartoli, il Gherardini), eran riusciti; ma che intanto eran ben guardati, loro, dal non ne usare neppur una: predicando male, avevano razzolato bene.
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Ma poi chiedeva, il terribile pistolese, che innanzi che fossero menati buoni quegli esempii, lo certificassero: che lo scrittore dell´esempio avesse scritto veramente a quel modo e non ci fosse guasto di copiatore; che il manoscritto (essendo esempio antico) fosse stato letto bene; e che autore dell´esempio avrebbe proprio scritto a quel modo, anche sapendo che era la regola contraria.
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Pareva agli avversari che fosse un chieder troppo, o come dicevano in lor favella, volere il pegno in mano e uomo in carcere.
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Ma era appunto la specialità del Fanfani nelle polemiche di lingua preoccupare i siti forti, in modo da avere sempre il di sopra.
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Anche a questa avevano dato esca le particelle, eterne commettimale.
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Qui, Quivi.
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La differenza, secondo grammatica, è netta.
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Qui vale In questo luogo qui; Quivi, In quel luogo .
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E soltanto ignoranza della lingua combinata con affettazione può condurre alla falsa eleganza e vero sproposito di usare Quivi per Qui.
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Come comparisce bene tale differenza nel seguente esempio del Nardi: «Vogli più tosto restare spaventato ora qui (hic), che quivi (illic) sul fatto rimanere vinto»!
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Ma e tutti quegli altri esempii di autori antichi, si domandava al Fanfani, dove pare che Qui stia per Quivi?
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Un momento: si desse un tuffo nei codici, a sincerarsi come fosse veramente scritto quel Qui.
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Non era per avventura un tagliettino traverso alla gamba della q?
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E una q traversata così importa essa solo, paleograficamente.
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Qui, al quale se si aggiunge la vi, che fa seguito alla q, viene a dir Quivi bello e lampante.
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Ma pochi sono i copisti che badano al taglio, onde tanti Quivi gabellati per Qui.
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In quasi tutti i Danti, gli era fatto osservare, si legge: Qui è Alessandro e Dionisio fero.
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Ed il Fanfani, andando a nozze, a dimostrare ch´era un altro errore di copia, essendo stato il Quive dei codici balordamente mutato in Quiv´è.
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Insomma sulla questione dei Qui e Quivi, voleva egli aver ragione in tutti i modi (e in fatto aveva); e non portava rispetto nemmeno a Firenze, di cui sbertava la lapide murata in via Calzaioli, che spropositamente dice: «Quivi furono le case degli Adimari», dove ci voleva Qui, perché appunto in quel luogo esse erano.
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E anche più cattivo si rivoltava contro coloro che usano indifferentemente le altre particelle locali Ci e VI; più cattivo, perché essendo più piccole, le si possono difendere anche meno di Qui e Quivi, alle quali perfettamente corrispondono.
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(In quanto a Qui scritto coll´accento, Qui, il caso, oggi purtroppo tanto frequente, ai tempo suoi e per fortuna della sua salute, non si dava.)
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Il Fanfani, a vistarlo oggi, in tanto lassismo linguistico, fa paura; no così Luigi Fornaciari, ch´era tutt´altra pasta alieno da polemiche e corbellature, e che anche nelle cose di lingua non vedeva che il bello e il buono.
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Linguista e letterato, e per vivere, giudice criminale nella sua Lucca, quando poteva raccogliere dalle labbra degli stessi malfattori una parola, un modo bello, onesta vita gli si rischiarava.
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Per le grosse provvisioni di lingua girava le campagne e qualche volta si spingeva sino alla capitale.
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«E qui mi ricorda che, tempo fa, mi condussi un giorno sotto il portico degli Uffizi per comperare un paio di guanti ad una mia bambina, e non trovandone che ben le dicessero, una di quelle merciaiuole diede questa ragione: ha le dittina cicciosine. Non mi fermerò a notare la grazia di questi due diminutivi Non dirò pure che grasse, pingui, grosse, ne altra simile parola, i diminutivi ancora di queste o di altre parole simili avrebberono convenientemente e quasi carezzevolmente spiegato la graziosa pienezza di quelle piccole dita.» (Dal capitolo delle Prose. «Del soverchio rigore dei grammatici».)
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Posta.
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Il lettore A.
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N. di Padova ci chiede se si debba dire: Si sono spese 10.
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000 lire, ovvero Si è speso ec.
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una e altra forma di questo riflessivo-passivo, suono buone; e la seconda, impersonale, odora più di toscano.
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(Rammenti il caso estremo dei famosi Noi si fa, Noi era detto ec., fiorentinissimi, ma ripresi dai grammatici.)
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abbonata M.
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C. di Biella vuole un parere sull´aggettivo Mefistofelico.
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Brava!
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Non è di buona lana.
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O almeno, così lungo, così dotto e libresco, non è nel calendario dei puristi.
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Esso raccomandando, invece che Riso o ghigno mefistofelico.
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Riso sardonico, Ghigno beffardo o diabolico, e il Ridere in pelle in pelle o tra pelle e pelle.
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Per chi non abbia fretta, è poi il riso del Tassinari, che bollava sempre e non coceva mai.
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(Ma chi fosse questo Tassinari?).
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Leo Pestelli

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