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Il «babàu» non atterrisce più

Language columnCome stiamo a lingua
AuthorLeo Pestelli
Date 22 maggio 1954
NewspaperLa Nuova Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column5-6


[1]
Strane storie di parole - «Le furie, le versiere, i befanoni, orco e il bau»
[2]
Si domanda da una lettrice, che certo è mamma, donde venga la parola babàu.
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Di solito queste curiosità si hanno quando le parole incominciano a suonare strane e non ci rendono più il servizio una volta.
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Si può infatti osservare che i bambini oggi, anche piccolissimi, quando sentono nominare il babàu, non si spaventano neanche la metà di quel che facevamo noi e i nostri babbi.
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E come ciò possa essere, che un bambino nasca col callo fatto a certe parole, è un mistero; e non rimane che pigliarsela con éra atomica.
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Ad ogni modo quell´etimologia è facile, sebbene non certa.
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Dalla voce onomatopeica bau! bau!, per abbaiare, si sarebbe fatto, per comodo delle famiglie, il sostantivo indeclinabile babàu, spiegato dai moderni vocabolaristi come «mostro immaginario per spaurire i bambini».
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Ma al tempo della sua maggior fortuna, nell´uso materno, questa parola veniva talvolta presa anche a significare uomo di carne e ossa che il bambino non doveva dire al babbo di aver visto per casa o a passeggio: estensione illecita che avrà contribuito alla sua odierna snervatezza.
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Coi bambini più tetragoni al babau, si potrebbe provare il semplice bau, ospitato dal Tommaseo come «voce usata per far paura ai bambini, quasi significhi una cosa terribile».
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Se ne hanno buoni esempi e tra gli altri questo del Panciatichi: «Le furie, le versiere, i befanoni, orco e il bau».
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Più fortunata invece la parola che designa il babàu delle persone adulte: incubo.
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Per il materialista l´incubo, massime il notturno, è effetto di ripienezza di stomaco; più poeticamente gli Antichi fecero degli Incubi rustiche divinità, una specie di Genii, cui si attribuiva dalla superstizione popolare il potere di opprimere, col loro peso, di nottetempo, i dormienti, spaventandoli.
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E perchè non annoiassero e avessero con chi ruzzare, li mandarono accompagnati dai Sùccubi demoni, fantasmi anche questi, ma di genere femminile.
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Le rispettive positure degli Incubi e dei Succubi erano indicate nei prefissi in (sopra) e sub (sotto); e del resto, anche senza prefissi, si potevano facilmente immaginare.
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invenzioncella ha avuto fortuna, e scivolando dall´erotico, incubo è venuto a dire allucinazione terrifica, e poi pensiero ossessionante (il francese cauchemar) e finalmente, presso i moderni stazzonatori di vocaboli, si è indebolito fino a significare ogni persona o cosa tenacemente fastidiosa, e anche una mosca si può sentir dire che è un incubo; e di un libro noioso e un conto da pagare.
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Di carattere grafico è invece la disavventura toccata al singolare dei Succubi.
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Si era cominciato bene: sùccubo, nome maschile per indicare persona ambo i sessi interamente sottomessa a un´altra.
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Poi, sembrando strano dire: la signora Tal dei Tali è sùccubo del marito, si preferì trattare quel sostantivo come un aggettivo, e di quella stessa signora si fece una sùccuba.
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Intanto quella parola diventava ogni giorno più utile, in questo mondo per metà abitato da prepotenti; e per spicciarne uso, a evitare la noia di distinguere il sesso, si coniò, da chi la prima volta non si sa, un invariabile sùccube, ugualmente buono per il marito e per la moglie, per il genero e la nuora.
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Oggi sùccube trionfa tutto solo, ma sia ben chiaro che è una forma piovutaci dalla luna, a cui grammatici e lessicografi negano il placet.
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Vero è che di questo si può far senza; troppe altre parole, che non saprebbero dar conto di , corrono felicemente Italia.
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Un altro lettore, ing.
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F.
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M., incoraggiato dall´esempio del vecchio Rigutini rimbrottante il municipio della sua Firenze a proposito del pavimentare (vedi nostra noterella del giorno 8 e del corrente mese), ci ricorda che altri e più moderni municipii sogliono far buono, anche in documenti ufficiali, il termine, balaustra, nel significato di parapetto o ringhiera ornata o sostenuta da balaustri, ossia in quello di balaustrata.
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Balaustra (o balausta), è propriamente il fiore del melagrano (da cui balaustro, colonnetta lavorata in quella forma), e pertanto, in edilizia, non sufficiente garanzia di solidità.
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Balaustra per balaustrata non ha che un esempio nel poco aureo Algarotti, ed è della stessa farina di bonifica (bonificamento), qualifica (qualificazione), rettifica (rettificazione) e altre simili parole mutilate.
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Leo Pestelli

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