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Il “latino„ patrimonio di tutti

Language columnCome stiamo a lingua
AuthorLeo Pestelli
Date 4 gennaio 1955
NewspaperLa Nuova Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column4-7


[1]
Si racconta che un Padre Gesuita, maestro Umanità, dettasse ai suoi scolari la seguente storiellina, proposto un premio a quello di loro che la mettesse in meno versi latini.
[2]
Rimasti un giorno soli in casa due fratellini, il più grandicello, alla cui custodia avevano i genitori lasciato il minore, ancora in fasce, per chetarlo gli presentò un coltello; che da quello scagliato, andò a ficcarsi nella gola un capretto, che era la ricchezza della famigliuola.
[3]
Il capretto, sentendosi ferito, furiosamente cozzando nella culla, arrivò con le corna infante, che morì; al che il fratello, disperato, aprì una finestra che riusciva in un pozzo, e vi si gettò dentro.
[4]
Torna a casa la madre, ci trova questo spettacolo, fa un laccio, e impicca.
[5]
Sopravviene il padre e veduta questa strage, la passione lo uccide all´istante.
[6]
In quanti versi credete voi stringesse tutta questa materia lo scolaro che vinse il premio?
[7]
Otto? sei? quattro?
[8]
Gli bastò un distico:
[9]
Hircus cum puero, puer [alter, sponsa, maritus, Cultello, limpha, fune [dolore cadunt.
[10]
Tanto può per la lapidaria concisione, la nostra lingua materna, che anche quelli che non hanno studiata se ne servono al bisogno, e che il nostro latinetto, di seconda terza o quarta mano, lo abbiamo tutti.
[11]
Considerato con quanto poca fatico uno può far bella figura in questo campo, slatinando appena un po´ più dello stretto necessario, ci sia consentito di dar qui qualche avvertenza.
[12]
è un latino, più o meno puro, che è di tutti; da tutti pronunziato o scritto senza esitazione.
[13]
Tali le forme Conquibus, per Soldi; Latinorum, ironicamente per Frasario latino; Busillis, per Imbroglio, nelle locuzioni proverbiali « un busillis».
[14]
«Questo è il busillis» e simili.
[15]
(Circa la formazione di Busillis, i dotti ormai attengono alla faceta spiegazione datane dal Panzini nel suo «Dizionario moderno»).
[16]
E è un latino che è di moltissimi, moneta corrente fra uomini di pur piccola cultura; il quale non importa tradurre e molte volte nemmeno sottolineare: le formule, all´origine diplomatiche o legali e di poi estese a tutti gli usi, Modus vivendi e Statu quo.
[17]
Sine qua non e Mutalis mutandis; i motti o sentenze Vae victis!
[18]
Veni vidi vici.
[19]
In vino veritas, il giovenalesco, da noi allargato nel senso.
[20]
Mens sana in corpore santo, lo scolastico In medio stat virtus ecc.; il sostantivo Pro memoria; Motu proprio, che da solo ha messo al mondo più cavalieri di Re Artù; il proverbiale Lupus in fabula; il cautelativo e così spesso illusorio Inter nos; il virgiliano Parce sepulto! oraziana Aurea mediocritas e infiniti altri latinucci.
[21]
Molte espressioni latine corrono tronche sulle labbra dell´universale: il compierle è una cosa da niente, e pur consente di fare un figurone.
[22]
Rara avis, per cosa rara, un merlo bianco, lo dicono tutti; ma l´intero, in Giovenale che allude a Lucrezia e a Penelope, rari uccelli di castità e di fede coniugale, è Rara avis in terris.
[23]
Così emistichio virgiliano, tanto in uso fra gli impresari dei grandi teatri, Rari nantes (rari naufragi), di fa più peregrino con aggiunta in gurgite vasto (sull´immenso mare).
[24]
Dove entrino particelle correlative, non si starà mai abbastanza attenti: Quot capita, tot sententiae; Qualis pater, talis filius (vero, purtroppo, soltanto per i difetti).
[25]
La grafia sia quale volle il poeta, non la si muti a capriccio: Nil admirari, non stupirsi di nulla; Sat prata biberunt; è assai, lasciamola , finiamola.
[26]
La fanciulla, anche bella, non esageri in citazioni latine, ma nemmeno non se ne disavvezzi al punto da perdere, dopo sposata, stupende occasioni: Quantum mutatus ab illo!
[27]
(Virgilio); Hoc volo, sic jubeo (Giovenale), io lo voglio, io lo comando.
[28]
Finalmente, il latino raro, festivo, a cui è imprudente accedere per imparaticci; il latino quintessenziato delle meridiane e dei professori.
[29]
Cotesto è un miele da lasciare, con motivata invidia, a coloro che veramente conoscono la lingua di Orazio; e intrattenerne il lettore è fuori del nostro proposito, che fu soltanto di guidare gli orecchianti ad una più salda conquista, a un uso più franco, di quei proverbiali modi latini che ancora oggi inchiodano il discorso e fanno comparire uomo in società.
[30]
Leo Pestelli

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