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Calze velatissime e un “sogno„ per chi paga

Language columnCome stiamo a lingua
AuthorLeo Pestelli
Date 21 novembre 1953


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Un cerotto francese per la piaga delle sigle - Far fronte: quando si deve e quando non si deve - Scapaccioni imparatiti a figlio unico - Fare una bella figura
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Un fiorentino della seconda cerchia (Borgo Pinti) ci scrive aver fatto un salto trovando in una lettera commerciale: «e Vi rimettiamo pertanto qui alligato, in simplo, schema di richiesta ecc.».
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Si curi le giunture, perchè se ama la lingua, più camperà e più dovrà saltare.
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Simplo è conseguenza di duplo, e aggiunge un tocco a questo nostro novissimo linguaggio che sembra venarci da un altro pianeta.
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Linguaggio esoterico, suo elemento sono le «sigle», ossia parole composte iniziali o di mozzature di parole; piaga talmente estesa, che in Francia si è pensato di applicarle un cerotto legale.
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Il signor Ernest Pezet, vice-presidente del Senato, è fatto promotore una disposizione in forza della quale, nei documenti ufficiali, le sigle francesi debbano essere sciolte nell´espressione piena, aggiuntevi in parentesi le sigle stesse; e che le straniere abbiano accanto la traduzione francese in chiare lettere.
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Uomini ogni partito hanno battuto le mani; e non ci sarà una fava bianca.
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industria e la politica (e da un pezzo in qua più questa di quella) hanno sulla coscienza le sigle, di cui assurdo è questo: che mentre vorrebbero essere sintesi chiare di cose che si vogliono far sapere di colpo, ci vuole oggi un dizionario per spiegarle.
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In Italia la decana di esse, è anche la sola bella: perchè equivoca, ed espunti i puntini, è al tempo stesso sigla industriale e parola, la più antica che risuonasse, e passata in proverbio come sinonimo di rapidità.
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Ma che concerto facciano tutte le altre, lo sentite: Nato, Ced, Cepes, Erp, Urss, Usa, Tbe, Tv, Cac, Cica, Unipede, Occe, Enasarco, Anepeo, Anfiaa e la mistica Fedegas.
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Congelata peraltro nel suo orrido, la sigla potrebbe ancora essere sopportabile.
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Il male è quando si combina, non con un linguaggio razionale e secco, ma col fiorito e molle che usa oggi: quando si scontra con odierno abuso della metafore.
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Allora hai Assofan (Associazione nazionale delle famiglie numerose) che a ogni nuova mandata di figliuoli «fa la voce grossa»; Upu (Unione postale universale) che sotto le feste «si frega le mani»; la Cac (Centro arte e cultura) che per certe sue ragioni, «bolle».
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E siccome una delle espressioni oggi più in voga è venire e andare incontro (per favorire, sovvenire, aiutare e simili), nasce che un´infinità di impazienti ingombrano il traffico per voler aspettare a mezza strada, enti e istituti, i quali neppure sognano di muoversi.
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Ma non solo Fata (Fondo assicurativo tra agricoltori) si chiede che ci venga incontro; anche al pizzicagnolo perchè non lesini sul peso: al maestro perchè non ci interroghi.
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di quelle locuzioni bieche che lusingano amor proprio del bisognoso.
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Come far fronte, un´altra delle più fortunate, sembra mettere un saporino eroico in ogni nostra più umile faccenda.
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Così fa o non fa fronte alla spesa di poche lire, chi potrebbe più semplicemente provvederci, sopperirci o no; lasciando quel modo a più fiera occasione.
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Si fa fronte a un leone, a un marito.
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Questo fa fronte alla moglie, e se glie ne avanza, anche alla madre di lei.
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Qui è vera grandezza.
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Ma cose da poco, come topi o chiavette che sgocciolano, non meritano questo traslato guerresco: e molto meno certi astratti, che pur essendo uso famigliare, hanno con la fronte tutt´altri attacchi: quali infedeltà, adulterio e simili.
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Il pomposo aver luogo (per continuare a dire di parole e modi comuni, malamente usati), è un francesismo che si combatte con gli italiani accadere, avvenire, seguire, se detto di fatti, moti, rivolgimenti e sim.: con farsi, compiersi, *nersi e sim. se detto di recite, spettacoli, adunanze.
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Dello stesso conto è figurare, sia usato assolutamente in luogo di fare una bella figura o comparsa sia e peggio invece di essere, esistere, trovarsi, apparire e simili.
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Una signora che vi preme, non figura sull´elenco telefonico?
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Datevi pace, è uno sproposito.
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è poi chi, sordo a quello che le parole dicono, impartisce ordini a una persona sola, oppure scappellotti a figlio unico.
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Impartire (da parte) vuole gente; epperò il sacerdote impartisce la benedizione ai fedeli, ma assoluzione al penitente singolo, la o accorda.
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Impiegare per metterci tempo, è purtroppo di grande impiego; e amante che dice all´amato: troppo impiegasti a venire, è appena scusata dalla passione.
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Anche si espia la pena invece della colpa: si denunziano i trattati invece di disdirli; si parte in guerra.
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Da tutti (vergogna!) si dice napoletano invece di napolitano: e da molti cotoletta per costoletta, magazzeno per magazzino, decina per diecina.
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Ma il più sguaiato degli errori comuni, è ebbimo per avemmo: accettato il quale, converrà lasciar passare anche fécimo e stéttimo.
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Torniamo alla posta onde ci siamo troppo dilungati.
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Un quesito strano, è questo che ci muove una lettrice.
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Di una donna che si vela il volto diciamo che è velata; se poi i veli sono parecchi o spessi, per modo che della sua faccia con si veda più niente, diciamo che è velatissima.
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Or com´è che velate e velatissime si dicono oggi anche le calze, e proprio quando sono più trasparenti e meglio ci si vede attraverso?
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Cercati con la lente tutti i lessici, domandati tutti i fabbricanti di calze da donna, la risposta è che velato è di quelle parole di cui si possono fare due applicazioni in senso contrario.
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Nel caso della donna col velo, velato denota la copertura: quanto più è di velo, meno la vediamo; una provvidenza, se è brutta.
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Nel caso invece delle calze, velato è un neologismo che sta per sottile, trasparente, fatto co fiato; velatissimo poi sarà ineffabile nel campo delle calze leggiere, quello che le commesse, interrogate dall´uomo che deve pagare, dicono: un sogno.
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una spiegazione di poco sugo, ma non ne sappiamo altre.
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Leo Pestelli

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