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Parole “parvenues„ e parole decadute

Language columnCome stiamo a lingua
AuthorLeo Pestelli
Date 21 agosto 1954


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Fra quanti ebbero il ticchio delle etimologie, il barone Giuseppe Manno, fiorito nella prima metà del secolo scorso alla corte dei re di Sardegna ove tenne onorifici uffici, fu dei pochi che drizzassero a fini certi e ameni una scienza che ha in tanto di imperfezione e di noia, facendosi a considerare i vocaboli non tanto per origine loro, che così spesso è tenebre, quante per la sorte che ebbero a godere o sopportare nel corso del tempo. Intriso di filosofici salì e di brio settecentesco, il libro del Manno, La fortuna delle parole, è di quelle operette di lingua benaffette dai nostri nonni, che incuria moderna ha intombato nelle biblioteche, facendole, per così dire, morire per forza.

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Non altrimenti che le persone le famiglie le città le nazioni, anche le parole sono soggette all´imperio della volubile Dea; la quale con la stessa inconsiderazione talune di esse ha innalzato sopra la lor carica etimologica e talaltre abbassato. Notata imperfezione di quasi tutte le parole denotanti virtù, come Virtù, Affabile, Umile Modesto, Illibato, Onesto, Discreto, Sobrio, Prudente Cauto, ciascuna delle quali in se stessa significa meno di quello per cui è intesa, e per contro ipocrisia delle parole esprimenti vizio, come Difetto, Traditore, Calunniare, Incesto (che appena vuol dire non casto), Ambizione (un volgersi in giro, un andar attorno). Invidia, Improperio, Prevaricare, Affettazione, Perverso, il Manno argutamente divide due grandi famiglie di parole che hanno sentito la ruota della Fortuna: Parole ignobili, diventate nobili, e Parole nobili degenerate.

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Nella prima, la voce più nobile di tutte, Nobile, guardata controluce non altro senso che di conoscibile (nobilis, sincope di noscibilis), onde il Manno dirittamente osserva che «le etimologie giovano qualchevolta a sgonfiare alterigia di chi fa sonar alto alcuni paroloni». Così ad Adobbare, parola oggi compagna della grandezza o della vanità mascolina e femminina, diedero vita (chi lo crederebbe?) quegli assi delle botti chiamati doghe, e dai Francesi douves, i quali allorché furono stretti insieme per formar la botte diedero occasione di nascere ai verbi adouver e adouber; e la Balia che a cagione dell´i accentato guarda con tanto disprezzo all´umile Balia, le è pur sorella carnale, essendo ambedue queste voci nate nel letto del bajulus, che dapprima facchino e portatore di fanciulli, passò poi anche a significare maestro o istitutore o pedagogo di adolescenti, e quindi tutore, onde Balia per podestà, autorità, comando, e Balio per chi amministrava la giustizia. «Considera, rincalza il Nostro, che la sorte di molte parole a più sensi è una sorte simile a quella della giornea del Piovano Arlotto, la quale gli serviva al medesimo tempo per zimarra, per dalmatica, per piviale, per coperta da letto».

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Barone, è un altro di questi vocaboli «risaliti»; che mutato il primo senso di balordo, gnoccolone, in quello di birbone (da cui baronare, baronata e baroncello) si aggiunse poi maliziosamente quello di signore, esteso a quasi tutte le classi dei grandi, talché si dissero baroni anche i capitani di eserciti e i capitani delle famiglie (ossia i mariti), i cortigiani, i magnati, e fino i Santi del Paradiso, se il Boccaccio fa dire a fra Cipolla: «i poveri del barone messer Santo Antonio».

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meno cospicua è la famiglia delle nobili parole decadute, delle quali basterà qui ricordare la nobilissima voce Corno, spiritosamente introdotta dal Manno a muovere in persona prima una lunga e dolorosa lamentazione. Corno, per lasciare della luna, chiamarono gli Antichi arco (il corno partico e la tromba guerriera (le virgiliane aerea cornua): corno, il dente dell´elefante e la punta nasale del rinoceronte. Corna ebbero presso quei magnanimi i fiumi, e di un corno spezzato fecero essi il simbolo dell´abbondanza (cornucopia). Corna i cacumi dei monti, le braccia dei porti e le punte dei promontori; corna le ali degli eserciti e i sedili estremi di una panca (onde Tito Livio fa sedere il tribuno della plebe C. Servilio Casca sopra un corno). Gli stessi Dei erano rappresentati con le corna sul capo, da che un furore imitazione nei regnanti che inserivano corna nei loro diademi e nei guerrieri che ne caricavano a più palchi i loro cimieri. Costumava Pirro re degli Epiroti, secondo si legge in Plutarco, portare sull´elmo due corna di becco.

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Dalle corna materiali passando poi alle figurate, non vi era virtù maschia che non si mettesse le corna per comparire più rispettabile. Orazio, tra gli stupendi effetti di certo vino vecchio, annovera che per mezzo di esso aggiungevansi al povero le corna, cioè ardire contro mutrie e armi minacciose; e Ovidio, gran poeta amore, non si peritò di portarci le corna come sinonimo di coraggio e prontezza di spirito. In un punto dove si fa coraggio a francarsi dalla passione, «Ho vinto già, egli canta, e conculcato sotto ai piedi il mio tiranno. Mi vennero finalmente, benché un po´ tardi, le corna» (Venerunt capiti cornua sera meo). Dove appare in tutta evidenza come possano mutare nel corso dei secoli le sorti una stessa parola: giacché quale amante rinsavito oserebbe oggi esprimersi alla maniera di Ovidio?

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Molto si sono affaticati gli studiosi per stabilire dove e quando la parola corna cominciasse a pigliare il senso infamante che tuttavia conserva nell´uso, e dal quale appena si salvano i sillogismi e i dilemmi, cornuti senza pericolo. Fu, secondo alcuni, nella città di Costantino, al tempo dell´imperatore Andronico Comneno; il quale per gloriarsi dei suoi forse esagerati trionfi sul minor sesso, facesse appendere nei luoghi più frequentati della sua capitale, teste di cervi da lui uccisi in caccia. Ma la questione è tutt´altro che decisa, e molte fronti di filologi, in ogni parte Italia, vi sudano ancora.

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Leo Pestelli.


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