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I raccomandati di ferro

Language columnCome stiamo a lingua
AuthorLeo Pestelli
Date 20 ottobre 1954


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etimologia della parola «amore» - Origini di «cancan», il vorticoso ballo che faceva rimescolare i nostri nonni - Curiosa spiegazione di «celibe» - Calcisticamente parlando

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Caro ai verseggiatori di canzoni e ai fini dicitori che vi sdraiano la voce, caro ai titolai cinematografici e, generalmente, alle anime romantiche, avverbio qualificato in -mente è fastidito, perchè lungo e pesante, dagli scrittori orecchio fine; o per meglio dire, essi ne dannano abuso: giacchè (come le parole, per prese, non sono belle brutte) ci sono casi in cui ingombrante avverbio in -mente torna a capello, come quando in Leopardi «Olimpo piove malinconicamente e i campi lava».

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Si sa che quest´avverbio ci venne da un costrutto del latino popolare, dove mente, che per noi è una semplice particella avverbiale, un suffisso appiccicato alla forma femminile dell´aggettivo (chiaramente), era ablativo del sostantivo mens, mentis, mente, animo, modo di sentire (clara mente). E poichè detto sostantivo è femminile, si spiega il perchè della forma femminile dell´aggettivo o del participio in funzione aggettivale che sempre precede nel nostro avverbio il suffisso -mente (freddamente, perdutamente ecc.); sempre, eccetto che nella forma discordante altrimenti (che è già in Dante), la quale ha dato e molti filo da torcere ai linguisti.

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La comparita che sulla carta fa avverbio in -mente (e è chi li versa a coppie e a terne) ne spiega la fortuna in tempi dove anche nelle cose di lingua si osserva la legge del minimo sforzo, ma non ne scusa certi usi impropri, certe arbitrarie estensioni, quali si commettono da chi snaturando avverbio di maniera, parla di acque batteriologicamente pure; di lesioni microscopicamente visibili; di convenzioni trattati o altro geograficamente importanti, e così via; per non dir nulla nell´ormai frase fatta «calcisticamente parlando».

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Ma anche dove cade proprio, l´avverbio in -mente, chi abbia a noia, può in molti casi essere facilmente sostituito in più modi. O elegantemente con la sola forma maschile dell´aggettivo: gridare alto, veder giusto, amare forte. O coll´aggettivo, sempre nella forma maschile, preceduto dalle preposizioni di o in (di recente, in breve) e più raramente a e da (a lungo, da ultimo). O col mutare avverbio qualificativo in un complemento di modo, ricorrendo al sostantivo corrispondente con la preposizione con: parlare con rabbia, invece che parlare rabbiosamente. Come si vede, avverbio in -mente è parecchio insidiato; sennonchè nell´uso dei più esso è di quei «raccomandanti di ferro» che non possono mai temere di perdere il posto.

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A un´altra e più graziosa questioncella ci richiama la lettura di un interessante articolo di G. Gougenheim, stampato nell´ultimo numero della rivista francese Le langage et la vie. Tratta dell´uso delle preposizioni nei complementi di luogo. Sanno anche gli scolaretti che coi nomi geografici è di regola in: sto in Francia; scappo in Egitto; ma che si deve poi adoperare a con i nomi di città, luoghi piccoli e piccole isole: studio a Napoli, vado a Ponza. Il punto è intendersi su questa piccolezza. Come osserva il Gougenheim, mentre nessuno adoprerebbe la preposizione a parlando, poniamo della Corsica, moltissimi di noi ci pigliamo questa confidenza con Cuba, Madagascar, Borneo, Haiti, Costa Rica, Siam, Perù e altre isole e terre di notevole vastità. La ragione datane dal linguista francese, non sarebbe dispiaciuta al Leopardi. La nostra mente non vuol considerare vasti i luoghi remoti e li riduce come a un punto sulla carta. Però gli Antichi, a cui ciò che per noi è lontano era lontanissimo, estendevano uso della preposizione a nei complementi di luogo, anche ai continenti, e il La Fontaine ha un «aller a Amerique» e il Voltaire un «voler à la Chine».

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Alle allegre etimologie.

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Infiniti ci si son messi, ma nessuno ha mai saputo dare un´etimologia soddisfacente per la parola amore. Partì bene, ma non passò oltre la radice, Giuseppe Manno, per il quale a di amore non è altro che il lungo e ben aspirato Ah! pronunziato da Adamo allorchè fece la prima conoscenza di Eva. Un´altra etimologia arrenata è quella di celibe, che un etimologista citato da Quintiliano faceva derivare da celite, perchè la sola beatitudine che godesi dagli Dèi in cielo gli pareva sufficiente ad esprimere la beatitudine di chi non ha moglie.

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Non ha invece più misteri origine della voce francese cancan, designante il vorticoso ballo («french cancan») che faceva rimescolare i nostri nonni. Presso gli studenti della Sorbona, quamquam valeva per ischerzo «orazione universitaria in latino», certo dal quamquam con cui oratore soleva esordire. In progresso di tempo quamquam, storpiato dal popolino in cancan, venne a significare genericamente pappolata, discorso noioso, e, fatto ancora un passo, disputa chiassosa su cose di nessuna importanza. Quindi è che verso il 1836 quest´antica parola dei sorbonicoli potè passare a designare la frenetica danza. E forse non ci sarà vocabolo che abbia fatto più lungo e curioso viaggio: dalle barbe professorali ai pizzi delle ballerine.

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Leo Pestelli


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