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I puristi che conducono alla nera disperazione

Language columnCome stiamo a lingua
AuthorLeo Pestelli
Date 20 marzo 1954


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Questi demonii non sbagliavano mai? - Sbagliavano certamente, e nell´amore pel Due e Trecento, davano in strani fuori - ombra severa del Ranalli, quello che per Descartes diceva il Signor delle Carte

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Come correttivo all´odierna licenza nelle cose di lingua non è forse malfatto andare a stuzzicare, siccome promettemmo, ombra severa di quel Ranalli, che per soverchio rigore era fastidito dai più arrabbiati pedanti. Condiscepolo del De Sanctis, cui porse occasione di scrivere il famoso saggio sul Puoti, alla scuola del marchese della quale non tolse che amaro, nei quattro fitti libri dei suoi Ammaestramenti di lingua (oggi, per nostra buona sorte, introvabili) ridusse per retorica lo scrivere a vera tortura.

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Viveva Ferdinando tutto nei primi secoli, in spirituale conversazione coll´Anonimo dei Fioretti, col Cavalca, il Passavanti, Guidi da Pisa e il poco noto alle folle Zucchero Bencivenni. introduzione una parola nuova gli cagionava, peggio che a Cicerone, uno sconvolgimento intestino; come fu quando vide odiosa e afforestierata voce polizia sostituirsi a quella cara di buongoverno. Sosteneva che nei classici nostri era tutto o quasi tutto di quel che occorre a noi moderni; e che il preteso bisogno di parole nuove a cose nuove, era o sogno ignoranti o pretesto ai maligni per guastare il patrio sermone. Si vuole che pronunziasse il Voltaire, il Nieburre, e dicesse il Signor delle Carte per il Descartes; che parlasse di Enea e dei primi tempi di Roma (sarebbe unico suo tratto carino) «con la stessa fede e sicurezza che dei fatti del giorno avanti». Poco perdonava ai moderni e niente all´autore dei Promessi Sposi, cui trovava da dire quasi in ogni pagina.

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La Provvidenza, che manda il freddo secondo i panni, non ha voluto che il Ranalli nascesse ai tempi nostri, dove non solamente corrono insospettati umanità per universalità degli uomini, convengono per ritrovo o posta, armata per esercito, truppe per milizie, genio per ingegno, sacrifizio per privazione o patimento, partito per fazione o setta o parte: contro i quali scambi egli metteva in guardia i contemporanei; ma non ha attecchito nessuna delle sostituzioni da lui proposte: erario per finanza, ufficiali per funzionarii, perdono per amnistia, assegnamento per appannaggio, cattura per arresto, compilazione per redazione, riscossioni per incassi, camerlingo per ricevitore, e altre moltissime.

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Quel che pensasse dei gallicismi, è presto immaginato; più interessante è sapere che proseguiva dello stesso odio grecismi e latinismi, che noi moderni abbiamo invece in delizie, quasi fossero un distintivo di superiorità. Ora le foresterie, ci vengano da lingue madri o da lingue sorelle, son sempre foresterie, ossia maniere fatte e non nate, che guastano la naturalezza, e a lasciarle fare riducono la parola a intelligenza di pochi e quasi a mistero. Qui il noiosissimo Ranalli e i suoi simili un po´ di ragione avevano, se pensiamo alla tante tòppe greche e latine di che senza necessità, e quasi senz´accorgersene, vestiamo non soltanto il parlare scientifico, ma quello famigliare e fin amoroso; se pensiamo alla straordinaria fortuna di parole come fobia, euforia, ustione (coi derivati ustionare, ustionamento), cremare (crematojo, crematorio), che non ci riuscirebbe di lasciare per le tanto più schiette paura, benessere o serenità, bruciatura e bruciare, incenerire o colombario.

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Ma peggio interviene quando grecismi e latinismi «ci piovono come di seconda mano dalle oltramontane favelle; che ridotti alla foggia di quelle ancor meno all´eloquio nostro tornano appropriati; come sono i seguenti» e qui il Ranalli attacca un elenco che ci fa più paura un libro giallo perchè vi si trovano parole che per noi giornalisti sono oro di zecca, come catastrofe, flagrante, simpatia, latitante, tellurico, iniziativa, ingente, influire, dolo, proselitismo, tecnico, categoria, incombere, ambulanza, ubicazione, dinastia e troppe altre su cui sarà meglio «stendere un velo».

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Quel rigoroso ragionava con le teoriche del suo tempo: credeva cioè che nella lingua ci fosse un bello (che per noi è soltanto convenienza pratica e consuetudine orecchio); e che il bello proprio una lingua non si potesse portare in un´altra senza guastarlo. E anche commetteva errore di combattere uso con quel sicuro perdente che è la ragione; onde dava per spropositi massicci, la nostra economia pubblica (perchè il greco economia è propriamente e soltanto il governo della famiglia, ossia amministrazione domestica) e per la stessa ragione la medesima economia usata per parsimonia o masserizia; il nostro neutralizzare (perché non rispondente al nome neuter o neutralis latino, che significa indifferenza e non distribuzione o incorporamento una sostanza in un´altra si che ognuna cessi di essere); la nostra aulica corte (perché aulico da aula significa latinamente di corte); e aveva per goffaggini, come li usiamo noi, intedescata recensione, il verbo redigere, che usato bene dai Latini per ridurre uno scritto piuttosto in una forma che in un´altra (redigere in versi ciò che era in prosa) noi adoperiamo per dire in significato assoluto ogni compilazione; demagoghi, che appo i Greci non erano di necessità sempre rei, ceto (latinamente congiungimento, adunanza) per ordine, grado, condizione; egemonia e autonomia (inutili) e, per chiudere, barometro (insufficiente).

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Così, per un verso o per altro, i puristi conducono alla disperazione. E non basta rigettarli, bisognerebbe non averli mai abboccati; giacchè in lingua, come in morale, la conoscenza, anche vaga, dell´errore, basta a disturbare uno stato felice. E non si vede che lo scrivere è facile per chi non sa e difficilissimo per chi sa?

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Sorge spontanea una domanda: questi demonii non sbagliavano mai? A modo loro sbagliavano anche loro. Li buggerava di tanto in tanto lo smoderato amore per il Due e pel Trecento. E perché il padre Cesari fu dei più infiammati, fu anche quello, lui o i suoi scolari, che prese più clamorosamente fischi per fiaschi. Così, letto nella Cofanaria dell´Ambra: «Ma chi è qual che viensene - In qua con far del seco?», quel far del seco, sviscerato con amore e quindi spiegato come parlare da solo, sollucherò lungamente abate. Finché non saltò fuori la vera lezione, non svisata dal copista: fardel (e non far del) troncamento di fardello. Un altro atroce disinganno lo procurò espressione andar del corpo, che dapprima finemente intesa nel senso arcaico di morire, si trovò poi essere nient´altro che la volgarissima operazione di sempre. E finalmente Ferdinando Martini ha raccontato da par suo abbaglio di quel canonico purista, che imbattutosi in un ormare, riempì Toscana delle sue discettazioni, finché mutata in i la prima gambetta dell´emme e questo mutato in enne, dal restauro risultò un altro acerbo vero.

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Così le cantonate ci son per tutti, a nostra umana consolazione.

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Leo Pestelli


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