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Spesso la grammatica fa sudare per niente

Language columnCome stiamo a lingua
AuthorLeo Pestelli
Date 19 dicembre 1953
NewspaperLa Nuova Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column5-7


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Questioni grosse che anche la donnetta di mercato, senza saperlo, risolve - I traini burocratici: il vicesottocapoprefetto - Utili le regole, ma anche chi non le sa, se la cava
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Anche in grammatica, molto spesso «can che abbaia non morde».
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Ci sono questioni che soltanto a formularle mettono i brividi addosso, e che pure anche la donnetta di mercato, senza saperlo, risolve e bene.
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Si veda la cosidetta questione della «prostesi dell´i» così minacciosa in vista.
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Mettiate o no una i innanzi alle parole che cominciano con esse impura, quando sono precedute dalle preposizioni in e per; diciate in iscuola oppure in scuola, per ischerzo o per scherzo, in nessun caso potete sbagliare: una e altra forma sono buone, e la regola è il «fate vobis».
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(Ma i teneri orecchio e ligi alla tradizione classica preferiranno la prima; e i seguaci dell´uso moderno che tira a sveltire, la seconda).
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Viceversa altre, di suono modesto e aspetto piano, si richiudono come trabocchetti sull´incauto che se ne fida.
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Ecco la questione del plurale dei nomi composti, di gran momento in questo nostra vita moderna, che dal complicarsi delle cose è tratta a moltiplicare i casi di più nomi appiccicati in uno.
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Essa dapprima incoraggerebbe un fanciullo; poi la vediamo stancare e confondere barbuti linguisti.
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Dopo le prime lusinghe del pellirossa e del pescecane (pl. pellirosse e pescecani), i casi si fanno tanti e tante le regole e le eccezioni, che la mente rifiuta; e ciascuno preferisce regolarsi da , come «ditta dentro», o chiedere consiglio, caso per caso, al più vicino.
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Ma intanto le giornaliere imprecazioni a questi disgraziati nomi i cui incerti plurali fermano la penna, nessuno le potrebbe contare.
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La prima è di scomporli e analizzarli grammaticalmente.
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Quando risultano composti di un aggettivo e di un sostantivo, nell´ordine, se ne fa il plurale mutando la desinenza soltanto nel secondo: vanagloria, vanaglorie; francobollo; francobolli; purosangue, purosangui; scapolandone mezzaluna, mezzatinta e mezzanotte, che per antico previlegio mutano la desinenza in tutti e due gli elementi: mezzelune, mezzetinte, e per quanto paia duro, mezzanotti.
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Se invece il sostantivo precede aggettivo, come nei casi di piazzaforte, caposaldo, cartapesta e simili, la regola è che uno e altro abbiano la desinenza in plurale (piazzeforti, capisaldi, ecc.), chiudendo un occhio per il solo palcoscenico, cui si permette uscire in palacoscenici.
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Ma poi può essere che si facciano compagnia due sostantivi; e allora bisogna distinguere.
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Ove siano dello stesso genere, muta desinenza soltanto il secondo (capolavoro, capolavori; madreperla, madreperle); ove di genere diverso, soltanto il primo: capistazione, pescispada, capilista.
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Fanno la solita eccezione i boccaporti e le bancanote.
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Il pomodoro, per formazione, starebbe a , ma circa la questione del plurale è piaciuto collocarlo nella prima serie, accanto a capolavoro, facendone il plurale in pomodori.
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E lo stesso riguardo è stato esteso a capodanno, pl. capodanni.
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Ma ecco più perverse combinazioni: una forma verbale con un sostantivo plurale (cantastorie, portalettere, cavadenti e sim., i quali sono in variabili sia nel caso di uno come di molti); una forma verbale o un avverbio con un sostantivo singolare di genere maschile (passaporto, grattacapo, sottaceto, nei quali il sostantivo assume regolarmente la desinenza del plurale: passaporti, ecc.), e finalmente una forma verbale o un avverbio con un sostantivo singolare femminile: cavalcavia, retrobottega, retroguardia; che è la serie di nomi composti che più pensiero perchè a formarne il plurale bisogna guardarli a uno a uno nel genere.
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E allora si avrà nuova conferma della parzialità con cui la grammatica tratta il maschile, risparmiandogli, sempre che può, disturbo e fatica.
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Se infatti maschili sono questi nomi così composti, dal singolare al plurale non cambia niente; e il portavoce fa pigramente i portavoce; lo scioglilingua, gli scioglilingua; e persino il voltafaccia (i voltafaccia) non si muove.
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Ma i femminili trottano: la retrovia, le retrovie; la guardaroba (nei due sensi di luogo e di persone) le guardarobe; la sottoveste, le sottovesti.
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Avanzando lena, resterebbero i nomi composti un verbo e un avverbio, o di due forme verbali: il buttafuori e il dormiveglia, fortunatamente invariabili.
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E la voci composte di più voci, i traini burocratici, come il vicesottocapoprefetto.
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Ma fra tante distinzioni la testa gira.
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Utile tuttavia è imparare le regole che qui si sono appena accennate.
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Anche perchè, durata la fatica, si vedrà che coloro che non le sanno, sanno però dire benissimo, per grazia di orecchio, biancospini, capoluoghi, parafanghi, capisquadra, lungarni, reggicalze e molte altri nomi composti che ci hanno tanto intrigato.
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Così fanno spesso gli studi grammaticali: accalorano, fanno sudare per niente.
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Leo Pestelli

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