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Prepotenze contro i piccoli

Language columnCome stiamo a lingua
AuthorLeo Pestelli
Date 19 settembre 1953
NewspaperLa Nuova Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column6-9


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Lo strazio delle particelle - Disgrazie dell´a - Quello che piacerebbe al di - Il Manzoni e orecchio da mercante - Si dica: la tale ha di gran belle braccia, e non udendo il marito saremo a posto
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Tutte le prepotenze dispiacciono; ma più quelle commesse contro i piccoli.
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Lo strazio che oggi si fa delle particelle, è di quelle cose che il linguista non si sente di perdonare.
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Si veda la preposizione a, che anche come prima lettera dell´alfabeto meriterebbe un certo riguardo.
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forse la voce più maltrattata del vocabolario, il «souffre-douleur» del cattivo parlar moderno.
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Passi in casa propria, dove ciascuno è re; ma che in molti ristoranti e trattorie (anche toscane!) si continui a dire: uova al burro, all´olio, al prosciutto; spaghetti al sugo; bove alla casseruola: bistecca ai ferri o alla gratella, dopo il tanto che ne hanno scritto il Fanfani, il Rigutini e cento altri, è grave, e bene farebbe quel trattore che non desse ascolto a codeste barbare ordinazioni e volesse prima rovinarsi la clientela che udito.
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Le uova si chiedono italianamente col burro, gli spaghetti col sugo, il bove nella casseruola, la bistecca sui ferri o sulla gratella; e chi si ficca a, ruba dal francese.
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Ma le disgrazie di questa particella sono appena cominciate.
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Si abusa di essa adoperandola ora invece di da o per: sacca a pane; terreno a vendere; ora invece di per o di o della preposizione articolata: il tale a nome Giuseppe; a mezzo del tale riceverete ecc.; a richiesta, a proposta, a suggerimento di Tizio; a teatro e a messa (per al teatro e alla messa); al galoppo, al trotto, al passo (per di galoppo ecc.); ora in cambio di secondo o nel: apprezzare al suo giusto valore.
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Usandola innanzi a un infinito retto dai verbi vedere, udire e simili: ho visto a discorrere col tale; e innanzi al modo avverbiale gratis (orrendo «a gratis» che spesso risuona nelle fiere rinforzato dall´«altoparlante»); tacendola, come da troppo si fa, davanti a quelle maniere avverbiali composte di due termini identici: corpo a corpo, parte a parte, uno a uno.
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Ma poi non sta bene neanche dopo insieme che preferisce con; e nelle locuzioni: al di qua, al di del
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(di qua, di dal); al mattino, alla sera (il mattino, la sera); cento lire all´ora (ora); alla Pompadour, alla Luigi XIV, alla Capri (per alla maniera di); animale a sangue caldo (di); con la spada alla mano (in); alla svelta (in fretta, rapidamente); uno alla volta (uno per volta): insomma se le togliamo anche i gelati (di e non alla crema; con e non al pistacchio), non si sa dove questa proposizione possa più trovare da sostentarsi.
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Da.
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un po´ meno perseguita, ma passa anch´essa le sue.
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Su festa da ballo si è tanto picchiato che ormai è chiaro a molti le feste, son feste di ballo, e da ballo son le sale, costrutte e ornate perchè ci si balli.
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Ma resta che si dice con faccia fresca: carta da ballo (per con bollo o bollata); messa da requiem (per di requiem), e macchina da scrivere e da cucire, invece che per scrivere e per cucire (mentre se il secondo termine è un sostantivo, non è nulla da ridire: carta da disegno, veste da camera).
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Che nelle maniere da solo, da soli si tace malamente il pronome personale (da solo, da loro soli); che da troppi si apostrofa da come se fosse di (affittare, abbasso) o usa dal in luogo di con (la bella fanciulla dalla piccola bocca, dalle bionde trecce e sim.); e che finalmente tanto si dice fare orecchio da mercante quanto di mercante, quasicchè tornasse il medesimo.
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Ma la differenza è, e meglio ogni altro ha spiegata il vecchio filologo Costantino Arlia.
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Il primo modo è offensivo, perchè se ne potrebbe inferire che i mercanti abbiano abitualmente orecchio diverso dagli altri: che non è.
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Da mercante, vale quello che naturalmente è proprio del mercante; di mercante, quelle ch´egli adopra quando gli occorre.
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Nella nota espressione proverbiale, significante il modo talvolta tenuto dai mercanti quando fingono di non capire, non è dubbio che ci voglia la preposizione di.
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E contro i tentennamenti del Manzoni (aveva scritto «orecchio da mercante» e poi nell´edizione definitiva del romanzo corresse «orecchio del mercante») sta esempio di Michelangelo (Lettere): «Fate orecchi di mercante e basta».
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In quanto alla preposizione di, le piacerebbe esser messa nelle date innanzi al nome del mese e dell´anno: il 27 di agosto del 1875; ma quasi nessuno se ne ricorda, è un´omissione ormai uso, e pace.
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Quel che invece non tollera è il raddoppiamento della consonante della parola con cui si compone: diffilato, diggià (difilato, di già), e meno ancora di venire articolata, alla francese, in modi come il seguente: la tale ha delle braccia bellissime, quasi che avesse più braccia, tra le quali due o tre bellissime.
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Vogliamo spassionarci su quelle braccia senza nel medesimo tempo offendere la lingua?
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Si dica: la tale ha di gran belle braccia e, non udendo il marito, saremo a posto.
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Su per cadono due gallicismi marchiani: quando usa in corrispondenza di troppo o abbastanza: troppo astuto per essere ingannato (tanto astuto da non poter essere ingannato, o che è impossibile ingannarlo), e quando usa dopo incominciare e finire (incominciò per fargli le sue scuse, finì per prenderlo a pedate).
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In lingua nostra, si comincia da e si finisce con.
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Il quale con non può logicamente stare con certe parole di significato per così dire espulsivo.
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Pare impossibile si possa dire: si per certo il divorzio di Tizio con Caia; eppure si legge.
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E tra e fra, volendoli ricevere tra le preposizioni propriamente dette, saranno davvero identici, non ci passerà un capello?
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Tra, dal latino inter; fra da infra: questo ci un po´ meno respiro di quello, ci è più addosso.
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Tra due anni, fra due minuti.
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E moralmente il Tommaseo: «vivere tra le cure, tra i piaceri, se questi o quelle circondino ma non opprimano: vivere fra, se ci mettono proprio sotto».
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Ma è tempo uscire dal ginepraio delle particelle, e di correre da un lettore che avendo letto proprio in questo giornale, a proposito una moglie che uccise il marito, la parola uxoricidio non sa più quel che pensare.
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Come può ussoricidio, che vuol dire uccisione della moglie, applicarsi così alla rovescia?
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un fatto che la nostra lingua, a tutto, proprio a tutto, non ha pensato.
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Si il caso che una povera donna ammazzi suo marito e non abbia una voce.
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meglio di lei stanno il padre e la madre che uccidano il figliuolo adulto: la lingua ha un istinto morale: abborre da certe idee e fa loro mancare le parole.
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Ma almeno per la moglie, che uccide spessino, ci si è dovuti aggiustare, ed ecco quel latinismo pigliare nell´uso il senso lato di uccisione del consorte, buono quindi per tutti e due.
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Del resto come si dice «amore dello zio», che può essere tanto quello che lo zio sente per i nipoti quanto quello che nipoti sentono per lui, così uccisione della moglie può essere presa dal grammatico in senso sia oggettivo sia soggettivo, lasciandosi ai giornalisti di appurare da che parte è scappato il morto.
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Leo Pestelli

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