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Lo strazio delle particelle - Disgrazie dell´a - Quello che piacerebbe al di - Il Manzoni e l´orecchio da mercante - Si dica: la tale ha di gran belle braccia, e non udendo il marito saremo a posto
Tutte le prepotenze dispiacciono; ma più quelle commesse contro i piccoli. Lo strazio che oggi si fa delle particelle, è di quelle cose che il linguista non si sente di perdonare.
Si veda la preposizione a, che anche come prima lettera dell´alfabeto meriterebbe un certo riguardo. E´ forse la voce più maltrattata del vocabolario, il «souffre-douleur» del cattivo parlar moderno. Passi in casa propria, dove ciascuno è re; ma che in molti ristoranti e trattorie (anche toscane!) si continui a dire: uova al burro, all´olio, al prosciutto; spaghetti al sugo; bove alla casseruola: bistecca ai ferri o alla gratella, dopo il tanto che ne hanno scritto il Fanfani, il Rigutini e cento altri, è grave, e bene farebbe quel trattore che non desse ascolto a codeste barbare ordinazioni e volesse prima rovinarsi la clientela che l´udito. Le uova si chiedono italianamente col burro, gli spaghetti col sugo, il bove nella casseruola, la bistecca sui ferri o sulla gratella; e chi si ficca l´a, ruba dal francese.
Ma le disgrazie di questa particella sono appena cominciate. Si abusa di essa adoperandola ora invece di da o per: sacca a pane; terreno a vendere; ora invece di per o di o della preposizione articolata: il tale a nome Giuseppe; a mezzo del tale riceverete ecc.; a richiesta, a proposta, a suggerimento di Tizio; a teatro e a messa (per al teatro e alla messa); al galoppo, al trotto, al passo (per di galoppo ecc.); ora in cambio di secondo o nel: apprezzare al suo giusto valore. Usandola innanzi a un infinito retto dai verbi vedere, udire e simili: l´ho visto a discorrere col tale; e innanzi al modo avverbiale gratis (l´orrendo «a gratis» che spesso risuona nelle fiere rinforzato dall´«altoparlante»); tacendola, come da troppo si fa, davanti a quelle maniere avverbiali composte di due termini identici: corpo a corpo, parte a parte, uno a uno. Ma poi non sta bene neanche dopo insieme che preferisce con; e nelle locuzioni: al di qua, al di là del… (di qua, di là dal…); al mattino, alla sera (il mattino, la sera); cento lire all´ora (l´ora); alla Pompadour, alla Luigi XIV, alla Capri (per alla maniera di…); animale a sangue caldo (di); con la spada alla mano (in); alla svelta (in fretta, rapidamente); uno alla volta (uno per volta): insomma se le togliamo anche i gelati (di e non alla crema; con e non al pistacchio), non si sa dove questa proposizione possa più trovare da sostentarsi.
Da. E´ un po´ meno perseguita, ma passa anch´essa le sue. Su festa da ballo si è tanto picchiato che ormai è chiaro a molti le feste, son feste di ballo, e da ballo son le sale, costrutte e ornate perchè ci si balli. Ma resta che si dice con faccia fresca: carta da ballo (per con bollo o bollata); messa da requiem (per di requiem), e macchina da scrivere e da cucire, invece che per scrivere e per cucire (mentre se il secondo termine è un sostantivo, non c´è nulla da ridire: carta da disegno, veste da camera). Che nelle maniere da solo, da soli si tace malamente il pronome personale (da sè solo, da loro soli); che da troppi si apostrofa da come se fosse di (d´affittare, d´abbasso) o s´usa dal in luogo di con (la bella fanciulla dalla piccola bocca, dalle bionde trecce e sim.); e che finalmente tanto si dice fare orecchio da mercante quanto di mercante, quasicchè tornasse il medesimo. Ma la differenza c´è, e meglio d´ogni altro l´ha spiegata il vecchio filologo Costantino Arlia. Il primo modo è offensivo, perchè se ne potrebbe inferire che i mercanti abbiano abitualmente orecchio diverso dagli altri: che non è. Da mercante, vale quello che naturalmente è proprio del mercante; di mercante, quelle ch´egli adopra quando gli occorre. Nella nota espressione proverbiale, significante il modo talvolta tenuto dai mercanti quando fingono di non capire, non c´è dubbio che ci voglia la preposizione di. E contro i tentennamenti del Manzoni (aveva scritto «orecchio da mercante» e poi nell´edizione definitiva del romanzo corresse «l´orecchio del mercante») sta l´esempio di Michelangelo (Lettere): «Fate orecchi di mercante e basta».
In quanto alla preposizione di, le piacerebbe esser messa nelle date innanzi al nome del mese e dell´anno: il 27 di agosto del 1875; ma quasi nessuno se ne ricorda, è un´omissione ormai d´uso, e pace. Quel che invece non tollera è il raddoppiamento della consonante della parola con cui si compone: diffilato, diggià (difilato, di già), e meno ancora di venire articolata, alla francese, in modi come il seguente: la tale ha delle braccia bellissime, quasi che avesse più braccia, tra le quali due o tre bellissime. Vogliamo spassionarci su quelle braccia senza nel medesimo tempo offendere la lingua? Si dica: la tale ha di gran belle braccia e, non udendo il marito, saremo a posto.
Su per cadono due gallicismi marchiani: quando s´usa in corrispondenza di troppo o abbastanza: troppo astuto per essere ingannato (tanto astuto da non poter essere ingannato, o che è impossibile ingannarlo), e quando s´usa dopo incominciare e finire (incominciò per fargli le sue scuse, finì per prenderlo a pedate). In lingua nostra, si comincia da e si finisce con. Il quale con non può logicamente stare con certe parole di significato per così dire espulsivo. Pare impossibile si possa dire: si dà per certo il divorzio di Tizio con Caia; eppure si legge.
E tra e fra, volendoli ricevere tra le preposizioni propriamente dette, saranno davvero identici, non ci passerà un capello? Tra, dal latino inter; fra da infra: questo ci dà un po´ meno respiro di quello, ci è più addosso. Tra due anni, fra due minuti. E moralmente il Tommaseo: «vivere tra le cure, tra i piaceri, se questi o quelle circondino ma non opprimano: vivere fra, se ci mettono proprio sotto».
Ma è tempo d´uscire dal ginepraio delle particelle, e di correre da un lettore che avendo letto proprio in questo giornale, a proposito d´una moglie che uccise il marito, la parola uxoricidio non sa più quel che pensare. Come può ussoricidio, che vuol dire l´uccisione della moglie, applicarsi così alla rovescia? E´ un fatto che la nostra lingua, a tutto, proprio a tutto, non ha pensato. Si dà il caso che una povera donna ammazzi suo marito e non abbia una voce. Nè meglio di lei stanno il padre e la madre che uccidano il figliuolo adulto: la lingua ha un istinto morale: abborre da certe idee e fa loro mancare le parole. Ma almeno per la moglie, che uccide spessino, ci si è dovuti aggiustare, ed ecco quel latinismo pigliare nell´uso il senso lato di uccisione del consorte, buono quindi per tutti e due. Del resto come si dice «l´amore dello zio», che può essere tanto quello che lo zio sente per i nipoti quanto quello che nipoti sentono per lui, così l´uccisione della moglie può essere presa dal grammatico in senso sia oggettivo sia soggettivo, lasciandosi ai giornalisti di appurare da che parte è scappato il morto.
Leo Pestelli
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