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„Di tutto e´ mi ragiona, ma di sposarci mai„ - Lo diceva il popolino per quando * [si?] tarda a venire a una conclusione - L´Arlia avrebbe desiderato che si dicesse “Il Celere„
Soltanto la bomba atomica può dare un´idea dell´effetto di sconturbo e di fracasso che la introduzione del tramway nelle città italiane, circa l´anno 1877, produsse sui puristi: discussioni, diatribe, liti intorno al modo di denominare italianamente il nuovo veicolo, che da giornali e riviste, da caffè e circoli filologici, passando a lambire la Camera dei deputati (tornata del 10 febbraio del 1892), finirono col metter capo alla Crusca, che nel «Rapporto dell´anno accademico 1895-1896» si dichiarò in favore della voce tranvai: il parere di Perpetua, ché già il popolo di Firenze se l´era cucinata da sé, il secondo giorno dopo l´inaugurazione del tramway, leggendo a modo suo nei fianchi delle carrozze quel nome esotico. (E altrettanto per tempo ci aveva attaccato il modo di dire: è la storia del tranvai, per quando si tarda a venire a una conclusione:
Sposare? Gli è la storia del tranvai. Di tutto e mi ragiona, ma di sposar (ci mai.)
Non si era d´accordo nemmeno sulle origini della voce inglese, che taluni facevano composta di way, via, e tram, carro da trasporto (via per carri); altri di way e tram, trave (via di travi); altri ancora di way e tram, aferesi del nome dell´inventore, l´ingegnere Beniamino Outram. Circa l´equivalente in buona lingua italiana, mentre il tram durò a essere soltanto a cavalli, fu proposto ippovia e più elegantemente ancora ipposiderodo (cavallo-ferro-strada); sottentrato il vapore e quindi l´elettricità, guidovia e dai gallicizzanti tramvia (tramvole). L´Arlia, che all´argomento dedicò lo scritto «Un nuovo veicolo, una nuova parola», mise avanti Ombnibus celere, confidando che il popolo lasciando cadere il primo termine, avrebbe poi detto semplicemente il Celere, a quel modo che dice il diretto, il direttissimo, il lampo invece dell´espressione piena treno diretto, treno direttissimo eccetera. Ma com´egli stesso riconosce in suo linguaggio, fece fico.
(Chi dice Arlia dice Fanfani, il quale non si lascia trovare nel vivo di queste polemiche trammistiche, forse perché ancora disgustato che essendo tra i deputati alla compilazione del Novo vocabolario del Circolo filologico fiorentino, dopo aver avuto ampie garanzie che i francesismi azzardo e azzardare non ci sarebbero entrati, qualcuno, in sua assenza, giocando di raccomandazioni, ve li aveva fatti scivolare).
Accettate per forza le voci popolari tram, tramme e tranvai, i puristi si accapigliarono a proposito delle forme tramvai e tranvai, riuscendo vincitori, coll´ausilio della Crusca, i sostenitori della seconda. «A dir vero si legge nel citato Rapporto, il v essendo una spirante labiodentale, potrebbe nella pronunzia e nella grafia essere preceduto tanto dalla nasale labiale m, quanto dalla nasale labiale n; ma poiché in italiano il v è sempre preceduto da n e non da m nella lingua parlata e nella scritta la forma tranvai fu preferita dall´Accademia.» (Dunque anche Decenviro e non Decemviro, Triunvirato e non Triumvirato…)
Tranvai e tram (o tramme, pl. trammi), secondo i più rigorosi dovevano bastare; il primo a designare, genericamente, «il servizio dei veicoli tirati da´ cavalli o da una macchina a vapore, ovvero spinti da forza elettrica sopra verghe di ferro o di acciaio fissate lungo la via», il secondo «la vettura, chiusa o aperta, che fa le gite da un luogo all´altro. E rigettavano tramvia, che pure era stato difeso alla Camera dal Ministro dei Lavori Pubblici, on, Branca; e con esso l´aggettivo tranviario, detto per ironia «caro e armonioso», il quale non si regge, sia perché viario vale descrizione, indicazione delle vie d´un paese o d´una città, sia perché la terminazione in ario suol dare significato collettivo alla parola che si aggiunge, come vedesi in diario, calendario, vocabolario ecc. Allo stesso modo, per ragioni di desinenza, volevano trammista e tranvaista in luogo di tranviere, e citavano i muri di Firenze durante gli scioperi: Viva i trammisti! A morte i tranvaisti!
Si rifacevano sui particolari, incrudelivano sui derivati, perché la posta principale era perduta: il tram aveva avuto ragione della guidovia. Il purista non può che andare a piedi: non pure l´automobile, ma anche «la carrozza di tutti» gli è linguisticamente un supplizio. Non ci trova nulla di sano: non la piattaforma (italianamente terrazzino), non il trolley (asta da presa), non il bigliettario (fattorino o tutt´al più bigliettinaio), non le rotaie (più propriamente binari o verghe). E non diciamo niente del controllare (ispettore, riscontratore, verificatore), perché la piaga di questo francesismo è ormai incancrenita. Appena si salva nel suo mutismo il manovratore, volendo menar buono l´abuso che oggi si fa di manovra (fr. manoeuvre) e dei suoi derivati, il quale non è però da tollerare quando sconfina nel figurato e manovra stia per raggiro, operazione, cabala e simili. Un´altra stilettata è lo scambio invece che il baratto; e lo scambista in luogo del barattaio, parola che in mancanza d´altro riempirebbe esse la bocca dell´umile che esercita quel mestiere.
Che più? Non suona italianamente schietta neppure la magnetica espressione: «Abbonato!».
Leo Pestelli
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