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Meglio che dai grossi strafalcioni in cui tutti possiamo cadere, gli orecchianti della lingua si conoscono dal continuo scambio ch´essi fanno di voci che si somigliano. Eccone per esempio due intorno alle quali si fa oggi molta confusione (oggi e ieri, se già ne brontolavano gli autori del «Lessico dell´infima e corrotta italianità», il Fanfani e l´Arlìa): Metà e Mezzo.
Metà è una delle due parti uguali di checchessia, le quali, unite insieme, compongono un tutto; Mezzo, quel punto che è egualmente lontano dagli estremi. Il lettore ci perdoni il ricordo pedantesco; ma importava rinfrescare che Metà non è Mezzo. Abbiamo fatto una metà del cammino, è dunque ben detto; non così, come purtroppo si dice: Siamo a metà del cammino, perché essendo nel punto che segna le due metà della strada, siamo A mezzo del camino o A mezzo il cammino. Così, rettamente: Vi attendo a mezzo febbraio, e non alla metà di febbraio.
Fermo dunque che A mezzo vale il punto egualmente lontano dagli estremi, veda il lettore che conto è da fare delle seguenti, pur usitatissime espressioni: A mezzo del procaccia vi mando il libro, A mezzo della Posta ricevetti la vostra lettera, e simili; le quali a ben guardare, vengono a dire che il libro si manda nel Punto di mezzo del procaccia, e la lettere si ricevette nel Punto di mezzo della Posta. Quei puristi avevano ragione di ridere. La preposizione A non si può scambiarla con Per, che denota l´azione di trasmissione; e dovremo dunque dire Per mezzo della cameriera, Per mezzo della Posta.
Donde poi venga questo modo errato, è presto detto: «dalla solita stortura d´andare sulla falsariga francese, traducendo au moyen per a mezzo, senza badare all´indole diversa delle due lingue e senza fare attenzione che per noi Mezzo ha un doppio significato secondo la preposizione con la quali si unisce: il francese esprime quei due significati con Au moyen (Per mezzo) e con Au milieu (Nel o In mezzo), e non li confonderebbe mai».
Meno grave, perchè non ci passa che una sfumatura di significato, è lo scambiare il verbo Capire col verbo Intendere; ma chi sa che nelle sfumature consiste molte volte la creanza, se ne guarderà lo stesso. In tempi di forte suscettibilità linguistica (non sono i nostri), il dire a uno, dopo avergli parlato, Capisce? potrebbe anche fruttare un ceffone, quando quell´uno fosse un personaggio con cui non siamo in confidenza. Insomma non è un complimento, e il perchè spiega da par suo il Tommaseo nel Dizionario dei Sinonimi, dove pone Capire come più famigliare e però, in certi casi, men reverente di Intendere. «Quando, assolutamente, diciamo non capisce, neghiamo a quel tale capacità di mente a ricevere qualsiasi cosa, almeno di quel genere di cui si ragiona; non intende riguarda segnatamente tali o tali parole o senso di quelle. Ed è men biasimo e spregio anche per questo, che nell´intendere ha parte l´azione, cioè la volontà; onde negare l´intendimento di tale o tal cosa non è sempre un negare l´intelligenza; dove il negare che altri capisca è un dire che il vaso angusto e mal formato, un fare quasi disperata la cosa».
Per questo meglio di Capisce? è dire Intende? che può riguardare non la capacità di mente di chi ascolta ma il senso quasi corporeo delle parole, onde non è insolenza domandare se siano intese. E per questo (vedi finezza) è più modesto rispondere Capisco, Ho capito, che Intendo; più modesto Ho inteso (perchè pare riguardi più il suono che il senso) di Intendo.
Seguono poi le varianti Capisce lei? Intend´ella? Capisce ella? Intende lei? ciascuna della quali aggiunge o toglie, e che a lor volta non si potrebbero assolutamente scambiare e il modo Le torna? Il più compito di tutti. Ma la mente si perde, e il già detto ci manda persuasi che molto è da riflettere prima d´aprir bocca.
Leo Pestelli
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