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Il “descomolle„ del signor Cardinale e l’equivoco di due fiorentini Tavole vergini - Il più volgare dei sensi riceve oggi più onore di tutti
C´è chi ci aizza; e vorrebbe cogliessimo in fallo grammaticale scrittori e giornalisti della forza di Monelli e Gorresio; il primo dei quali linguista emerito per giunta. E perché? Perché in queste colonne hanno scritto e pervicacemente riscritto gli per loro.
L´indignazione per lo scambio di queste forme pronominali procede da quella mezza sapienza, che in grammatica, come in ogni altra disciplina, è forse peggio di un´ignoranza intera; e dalla smania, che le è propria, di razionalizzare tutto quanto le capita sotto. Chi dalle grammatiche spicca soltanto le regole in grassetto, si gonfia di vento; e piglierà nella vita molte arrabbiature di lingua, che non hanno ragione.
Se gli per le è sempre dannabile, posto che le è breve e spedito quanto gli, ed è forma congiuntive né più né meno, gli per loro ha un buon motivo per sostenersi: cioè che loro nel senso di a loro non è congiuntiva, e per quanto la si accorci in lor promesso al verbo, è pur sempre una forma assoluta e pesante, insopportabile quando poi si scontri con uno o più altri loro. Il Crescenzio, un autore più lodato che conosciuto, specie dalle donne ha in un luogo del suo trattato d´agricoltura: «E allora gli s´accosti (ai vitelli) il bifolco con dolci lusinghe, e porgendo loro dilettevoli cose ecc. gli brancichi dolcemente le nari…». Metteteci tutti i loro che i pedanti vorrebbero, e avrete un guazzabuglio. Loro urta male anche coi pronomi lo, la, le: conosciuta la fanciulla chiamai i parenti e la restituii loro; molto meglio: … e gliela restituii. In molti casi si può dunque usare gli per loro, massime nel linguaggio famigliare o quando il buon suono o la naturalezza del costrutto lo chiedano; e in nessuno mai l´usarlo è vergogna.
Non sappiamo invece che cosa rispondere a chi vuol sapere donde sia nato il moderno taccheggiare (coi derivati taccheggiatore e taccheggiatrice) per rubare con destrezza dalle botteghe senza che il padrone se ne accorga. In attesa che qualche erudito, fra i nostri lettori, ce lo dica, non potrebbe essere che questo taccheggiare si richiami al greco tacùs, che vuol dire veloce? O, posto che oltre a un´accezione tipografica, taccheggiare vale anche stacchettare, a tacco e a battere il medesimo? Tengono il campo fra i ladruncoli di bottega, le donne, che i tacchi hanno alti e sonanti. Ma si fa per dire. E se fosse vera questa etimologia, le veneri vaganti avrebbero ragione di protestare, ché il taccheggiare sarebbe andato benissimo per loro. Ma hanno già tante voci queste figlie della notte! Benchè una delle più belle, autenticata dal Gozzi, cantoniera, sia caduta in disuso coll´avvenimento delle strade ferrate, a contemplazione dell´onorabilità delle mogli dei cantonieri. Così spesso una voce scaccia l´altra.
Soltanto le forestiere non c´è forza che le sloggi; molte delle quali si possono sostituire senza sudore, non valendo per esse l´argomento che le cose significate sono affatto nuove o importate.
Se bow window è un osso duro (con poca fortuna il Monelli suggerì meniano dal lat. moenianum, corridoio coperto corrente lungo le mura), e lo dirai terrazza o balcone chiuso, oppure bauindo (ma senza guardarti allo specchio), blasé trova subito scetticone; cachet, cialdina. E´ famoso l´equivoco in cui caddero due fiorentini, i quali avendo letto che in via Micheli si dava l´alchermesse di beneficenza, ci corsero, e dove speravano di bere a macca di quel liquore, trovarono l´olandese kermesse (fiera di beneficenza). Intraducibile non è neppure il giapponese gimkana: corsa di destrezza, o bizzarra, o faceta; e l´inglese garden party che cos´è altro che una festa, un divertimento, un trattenimento campestre?
Buffet, come mobile, è ora credenza o armadino, ora tavolino o deschetto; come luogo; stanza dei rinfreschi o simili; come pasto di roba fredda che si dà nelle feste di ballo o altri simili ritrovi, rinfresco. Ma la nostra generosa lingua ha, per quest´ultimo significato, anche la voce descomolle: «una spezie di colazione o di cena senza apparecchio formato, o tale che non può dirsi né cena né desinare». Così il Tommaseo; e la signora d´oggi che invitasse gli amici a un «descomolle» in casa sua, la riempirebbe di curiosi. Il ritrovato di mangiare in piedi o col piatto sulle ginocchia, a ore bruciate, è antico: «dopo finito questo commedione, con un descomolle il signor Cardinale convitò quelle nobili persone… e fu una colazione che veramente avrebbe fatto anche per due cene» (G.B. Fagiuoli, sec. XVII). Ma son cose da signori, e per il democratico Petrocchi, descomolle è scherzosamente l´erba, quando ci si mangia sdraiati.
Talvolta di italiano non c´è che il suono; e per rimanere in casa e in bucolica, si ricordi che tavola è un brutto provincialismo che non ha gambe per reggersi. Si domanda: e il tavolino? Se è voce lecita, come infatti è, avrà bene un padre; il quale non può essere che tavolo. Errore. Uno dei misteri della nostra lingua è che ci nascono figliuoli di mamma vergine. Tavola, senza ammogliarsi a nessuno, ci dà tavolino, a quel modo che seggiola e nacchera scodellano da sé, senza seggiolo né nacchero, seggiolino e naccherino.
Si vuol vedere copule, sensualità, dappertutto: è la moda. E già della voce fondamentale senso si fa quello spreco che sapete. A senso dell´articolo tale per: secondo il tenore dell´articolo; rispondere in senso affermativo o negativo, per affermativamente o negativamente; senso vietato, per direzione; l´albionico non senso per assurdità o sciocchezza; il gallico controsenso per sbaglio, errore, corbelleria. E non diciamo nulla di sensibile per notevole, notabile, né di sensibilmente per notevolmente. Basti che mentre un´infinità di malati migliorano sensibilmente, la lingua va sempre peggio.
Più di onore di tutti gli altri insieme riceve oggi il più volgare dei sensi, il tatto. Disgraziati i genitori che cercano per genero un giovane di molto tatto; non si lamentino se poi le figliuole, vedendosi trascurate per altre donne, imprecheranno contro il matrimonio. Lo cerchino bensì di giudizio, di garbo, o prudente o delicato od oculato, e magari anche di mondo; ché molte volte noi parliamo al figurato, e la vita ci risponde nel proprio.
Leo Pestelli
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