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L´eufemismo che insudicia ossia le ragazze-squillo

Language columnCome stiamo a lingua
AuthorLeo Pestelli
Date 13 marzo 1954


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orecchio italiano non gode dell´accoppiamento di sostantivi: donna crisi, treno lampo
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- Metafore: perchè una donna può allettare - Tempo di quaresima: si affaccia la figura del tremendissimo Ranalli
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A coloro che ci chiedono delle «ragazze-squillo» risponda per noi quel finissimo oracolo di lingua che è Bruno Migliorini: il quale proprio in questi giorni, dalle colonne di un giornale fiorentino, ha dato parere su questa locuzione oggi tanto di moda.
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E appena che non dicemmo: ha fatto il punto, tanto questa metafora marinaresca, uscita dai debiti cancelli delle metafore, è divenuta uso comune; benché da taluni annoiati siasi cominciata a sostituire col nuovo verbo puntualizzare.
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Va bene che il mondo è un mare instabile; ma appunto abuso di farci il punto, per determinare gli sviluppi una qualsiasi questione, come quelli di silurare, per colpire nascostamente un´istituzione, una persone e sim. e di varare, per finire, pubblicare, rappresentare e sim., finiranno, anzi hanno già finito, col farci perdere quel poetico nesso.
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«La metafora, diceva il Monti, occupando più vivamente e con più diletto lo spirito, a poco a poco caccia di seggio il senso proprio, insignorisce della parola, che è abito dell´idea, e di quell´abito spogliando idea legittima e primitiva, indossa ad un´altra, la quale col tempo, non per diritto ma per forza di continuato possesso, ne rimane assoluta e sola dominatrice».
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E questo diceva a proposito del verbo allettare, che dapprima creato ai soli servigi del corpo (dar letto, apprestare il letto, e anche mettersi a letto) passò poi per metafora a quelli dell´animo (attirare colla speranza di godimenti e vantaggi), estinto quasi del tutto il suo primo significato.
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Quasi, giacche nell´applicazione che di questo verbo fa il linguaggio galante, parlandosi di donna che con la propria bellezza alletta, qualche favilla ne rimane.
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Ma tornando in via, le ragazze-squillo non sono, osserva il Migliorini, farina nostra: ma un calco dell´espressione inglese call-girl, eufemismo a designare ragazze equivoche che si possono facilmente convocare per telefono.
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Dove è da notare che per non ledere onore delle telefoniste, così inglese come italiano attaccano al telefono indirettamente senza nominarlo, quello col generico call (chiamare), questo con azione, che fra le molte che accompagnano la comunicazione telefonica, richiama più imperiosamente attenzione (lo squillo).
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Osserva ancora il filologo che sorte di molti eufemismi essendo insudiciarsi lunghesso abuso che se ne fa (e opportunamente ricorda cortigiana, mondana, traviata e altri termini tolti a denotare «quelle signore», i quali in origine non avevano troppo mal senso, e il francese fille, divenuto ormai infame senza aggiunto jeune), potrebbe darsi che le ragazze-squillo finissero col nuocere alla reputazione del secondo sostantivo, e che dovesse venire un giorno che tra persone bene educate squillo non si potesse dire che sottovoce.
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Ma, come egli stesso conclude, non ci sarà pericolo, «ci vogliono altri visi a far untore», e non starà molto che anche le ragazze-squillo, esalato lo scandalo da cui hanno avuto origine, andranno con altre capestrerie di lingua di questo dopoguerra, nel dimenticatolo.
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(Tra le quali segnaliamo il termine proposto dalla lettrice Isabella T. di Novara per designare quella pelliccia di visione cui le casalinghe come lei devono contentarsi di vedere di lontano: televisone, dal greco tele, che appunto vuol dire di lontano, e il sostantivo visione).
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Ma se non nel lessico, le ragazze-squillo fanno non poco danno in grammatica, dove compaiono quali figlie della donna-cannone e sorelle (chi lo crederebbe?) del ragazzo-modello.
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Vogliamo dire che rientrano nel pessimo vezzo, affatto contrario all´indole della nostra lingua, di appoggiare un sostantivo sull´altro in funzione di aggettivo.
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Da che quel parlare e scrivere per «etichette» che ha tanta parte nel corrompimento della lingua: donna crisi, treno lampo, casa Rossi e simili.
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(Giustapposizioni che non hanno niente a vedere, è quasi inutile avvertirlo, con certe maniere scorciate degli aurei secoli, come «in casa i Frescobaldi», su che il compianto Giorgio Pasquali dissertò squisitamente in una delle sue Conversazioni di lingua, o quell´ardita ellissi di cui ritrovi moderno esempio in Luigi Fornaciari, che avendo parlato di alcuni «saccentuzzi» avversi al padre Cesari, così ripiglia: «Ora di questa razza uomini non è scarso il numero»).
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Il ragazzo modello, con o senza stanghetta, è per il grammatico un modello di ragazzo ammalato alle articolazioni; e uomini lampo e città giardino, forme efficaci quanti si vuole, ma atrofiche, nelle quali la lingua non fluisce.
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E perchè siamo sul rigoroso, come ha voluto monna Quaresima, aggiungeremo che orecchio italianissimo non gode dell´accoppiamento dei sostantivi neppure quando ci cade in mezzo il verbo essere; quei modi denotanti identità o somiglianza tra cose, che piglian forma di giudizio, come volere è potere (per volere e potere sono tutt´uno): il tempo è moneta (il tempo è prezioso come moneta); lo stile è uomo (lo stile rivela uomo) e via dicendo.
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Tolga Iddio che ci vogliano dare per errati questi usitatissimi modi di dire; ma in lingua, oltre che pigliare delle stecche (delle quali prima o poi qualche caritatevole ci avverte), si possono anche commettere lievissime stonature; e da questo è assai più difficile trovare oggi chi ci guardi.
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La superiorità linguistica del passato sul presente secolo era che di questo «stonicchiare» il fratello avvertiva il fratello, e con maniere spesso tutt´altro che fraterne.
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Che cosa avrebbe detto Ferdinando Ranalli delle ragazze-squillo pur così dolcemente trattate dal Migliorini?
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Ma di questo pedante che faceva spavento ai pedanti, e delle smanie in cui avrebbe dato udendoci parlare, diremo, a titolo di correzione quaresimale, la prossima volta.
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Leo Pestelli

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