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In astratto sono brevi componimenti di genere descrittivo - In concreto, ecco qui: «Pettinatrice manicure anche aria offresi» - Un «sì appigiona» citato dal Tommaseo - L´assillo della parola esatta - È difficile tradurre «parvenu»
La «piccola pubblicità» è, in astratto, un´eccellente occasione di lingua, come quella che riposa sul principio, fondamentale ad ogni scrittura, di dire il molto il più chiaramente e brevemente possibile. E, sempre in astratto, gli «annunzii economici» sono brevi componimenti di genere descrittivo, che in quattro ben aggiustati colpi non solo rappresentano l´oggetto ma ne danno il desiderio.
In concreto… è un altro discorso, come si può giornalmente vedere. La concisione, perchè scompagnata dalle altre parti del bello scrivere, vi diventa oscurità; la lingua, gergo. E invece che una lettura profittevole per tutti, quasi palestra di proprietà, evidenza e snellezza del dire, codesti anunzii riescono intelligibili soltanto a un pubblico di «iniziati», i quali generalmente li leggono non per studio di lingua ma per trovarci casa, impiego o altro utile loro. Che piacere mi può dare un´«inserzione come questa: «Bellissima indipendente (persona sola) Martinetto», inarticolata, oscura? E salvo l´ansia di stringere il negozio, che cosa mi fa vedere quest´altra: «Affarone albergo caffè, cittadina dintorni Torino, rimettiamo volendo muri»? Leggo: «Pettinatrice manicure anche aria offresi»; «Dentista tecnico, 40enne, presenza, attivo, praticissimo poltrone, offresi»; e niente sento, sono di marmo.
Anche in questo campo meglio adoperavano i nostri vecchi. Il solo annunzio economico entrato nell´immortalità, è questo rimorchiatoci dal Tommaseo che molto lo ammirava; comparso nel numero 38 della Gazzetta Fiorentina, l´anno 1869: «In questa città di Firenze ed in via Maffia si appigiona una vasta e comoda scuderia lastricata e in volta, per ventiquattro cavalli, lunga braccia 44, larga braccia 15, circondata di mangiatoje, colonnini, battifianchi, pila grande di pietra, e sua tromba di piombo; due stanze, e stanzini per i finimenti e biada, con comoda pietra che serve per salire al fienile, e con ribalta, puleggia, e burbera per comodamente portare sopra il fieno». E´ un modello di agiata e sorridente descrizione, dove non manca e non abbonda niente; frutto di tempi in cui anche gli indotti sapevano guardarsi attorno e atteggiare e rilevare le cose chiamandole col loro proprio nome.
Perchè il nerbo della «piccola pubblicità» ha da essere il vocabolario, la nomenclatura. Il buon affare, per chi vuol sbolognare un biliardo, non è di accendere i petardi dell´Arcioccasione o dell´Occasionissima e di dare poi l´indicazione della cassetta postale, ma di saperci parlare dei colonnini, della fascia, delle mattonelle, della battuta, del prato, delle bilie (cioè le buche), delle palle col pallino, del conduttore, delle varie specie di stecche, dei brilli, e di cento altre cose biliardesche, di cui generalmente s´ignora il nome. E chi poi sapesse mentovare anche la cartellina, «assicella bucherata e manicata sulla quale il pallajo (garzone che è come il ministro della bisca) segna con un bischerello i punti che van facendo i giocatori», poi invoglierebbe il compratore moderno.
Ma per questi lussi bisognerebbe sentire, come sentivano i nostri padri, l´assillo del «come si dice?»; un insetto che ha perduto il pungiglione da poi che la lingua non fu più considerata una raccolta di utensili, che quanto più uno ne mette insieme tanto più è beato. Un giorno che il Fucini era sul partire per una scampagnata con alcuni amici, uno di questi uscì fuori a domandare come si sarebbe potuto chiamare, con un nome collettivo, il totale degli involti, pacchi, panieri, fagotti, portafiaschi ecc., che ammontati su una tavola aspettavano il barrocciaio che li caricasse. Erano fior di gente, nessuno seppe rispondere, si fece un gelo. Entra il barrocciaio, e voltosi al padrone di casa, accennando a quella roba: «Che è questo il bagaglino da portarsi a Vinacciano? ». Il bagaglino! Urlio, feste a non finire. E trovata la parola, l´allegria tornò in quegli onesti cuori.
Il De Amicis braccò per anni e anni la parola che dice il «rumore del pan fresco» e ne promosse pubblico dibattito nelle colonne del Giornale d´Italia. Il Moretti assicura che la trovasse da vecchio a Firenze; altri opinano che morisse con quel desiderio in corpo.
«Fissazioni linguaiole», come le chiama il Croce, di cui oggi non soffre più nessuno. C´è bensì in taluni ogni tanto il prurito di sapere come si dica la tal cosa; ma non diventa mai piaga, la prima perifrasi fa da rinfrescante. Si vive bene anche senza sapere che la sospensione spasmodica dei bambini che hanno preso un picchio e or ora scoppieranno a piangere, si dice la tira; con tutto che è un momento di gran passione per i genitori giovani. O che quel sollazzevole modo onde due portano un ragazzo seduto sulle loro mani intrecciate, dicesi portare a predellino (o a predellucce). Che ruote matte sono quelle quattro girelle di legno sulle quali letti, tavole, poltrone, scorrono agevolmente in tutte le direzioni; e servo muto, quel tavolino a due o più palchi collocato presso gli angoli della tavola a comodo dei commensali, dove non sia donna di servizio o non la si voglia incomodare.
Un lettore domanda come tradurre parvenu. Sapesse che tasto tocca, quante fatiche hanno durato i puristi per trovare o meglio per non trovare l´equivalente italiano di questa parola francese. Furono proposti villan rifatto, asino risalito, pidocchio riunto, ma nessuno dei tre, perchè tutti bassi e ontosi, coglie nel segno. Restano arrivato, pescecane, rilevaticcio: ma anche questi lasciano a desiderare. Nel parvenu mise il dente anche il Rigutini, senza però riuscire a una conclusione positiva. Tacciò bensì d´asineria l´affinità vista da alcuni tra il parvenu dei Francesi e «la gente nuova» di Dante; in quanto quel nuova è usata dal Poeta non già nel senso di «addivenuta da poco tempo ricca e potente», ma di «venuta ad abitare da poco tempo dal contado a Firenze». E finì col suggerire, a mezza bocca, nuovo ricco.
Leo Pestelli
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