Powered by <TEI:TOK>Maarten Janssen, 2014-
Disgrazie che si voltano in fortune: da Cleofe, vien fuori un modernissimo e invidiatissimo Cleo, da Petronilla, Nilla - Tre forme che indicano il progresso della famigliarità: dove comincia l´articolo finisce il mistero - Quando il nome promette troppo
La difficoltà di rendere felici i figliuoli comincia dal battesimo, con la scelta del nome. O per corto o per lungo, si sbaglia quasi sempre: Marie e Giorgi ci rimprovereranno il vietume; Reginaldi e Tecle, l´affettazione. Coi figli buoni preserva dai rinfacci l´aver loro messo un nome di famiglia, destinato a ricordare cari defunti: dai rinfacci; ma quanta melanconia nelle tante Giuseppine che stridono pel mondo! Guai poi al genitore che si fosse tenuto sull´ala inclinata della politica (Benito), o su una caldana letteraria (D´Annunzio, i russi e sim.), passata la quale, desse a noia a lui per il primo avere tra i piedi degli Aligi e delle Natasce. (E anche in questo Giosue ci è maestro, che volendo battezzare le figliuole con nomi di predilezione, si tenne altissimo: Beatrice, Laura e Libertà).
Un´altra cosa da badare è che il nome non prometta troppo né quanto al fisico (Bella) né quanto al morale (Onesto); che non si presti a facili ironie, doppi sensi, consonanze pericolose (Fortunato, Cornelio, Taddeo): che non disdica al soggetto quando non sarà più tanto giovane ed olezzante (Fior di Loto). Del resto, lasciando che nomi di questa sorta oggi non si mettono quasi più a che il gusto dei genitori si è straordinariamente affinato, anche l´arte del restauro ha fatto tali progressi negli interessati, che persino in questa faccenda dei nomi proprii di persona si deve parlare di disgrazie che si voltano in fortune.
Il nome di Cleofe nessuna donna moderna se lo darebbe; ma avendolo avuto, le basta di apocoparlo per levarne un modernissimo e invidiatissimo Cleo. E così un Camilla, usando dell´aferesi, si salva in un ghiotto Milla; Petronilla in Nilla; Dorotea in Tea.
Anche per i nomi troppo comuni, la vanità trova rimedio. Spesso basta un niente perché cambino facci. La Paola, cui la soverchia compagnia offende, con un semplice cambiamento di vocale, si tira fuori dal paolame: Paula, e la contrazione della doppia esse in x fa la peregrina Alexandra. Lidia e Ugo non hanno che consolazioni grafiche: Lydia e Hugo; ma Caterina svaria in Cate Rina e Rita; Rosa in Rosi e Rosée, e Maria ha arricchito la lunga collana delle sue varianti col nuovo chicco di Marilina. L´esotico entra per molto in questa gara a distinguersi; e tali che al fonte battesimale s´erano presentati per Maddalena, Rodolfo e Giovanna, si sono poi cambiati per istrada in Magda, Raoul e Jenny.
Ma a proposito dei nomi proprii d´individuo femminile, un lettore ci domanda se sia ben fatto usarli coll´articolo determinativo: la Piera, la Gemma; e, se è ben fatto, perché allora non sia anche lecito dire il Giovanni, l´Andrea ecc. Si tratta di un´eccezione, fatta per i nomi di donna soltanto, alla regola per cui i nomi proprii d´individuo umano o di animale o di cosa inanimata, quando sono in numero singolare e non preceduti da un aggettivo, rifiutando l´articolo. Ed è un´eccezione che non si applica a tutte indifferentemente le donne, ma a quelle di non troppo elevata condizione, con cui e di cui si parli in confidenza. La signorina Francesca, Francesca, la Francesca: le tre forme dicono il progresso della famigliarità, e dove comincia l´articolo finisce il mistero francescano. Anche Renzo, una volta sposato, avrà forse detto la Lucia.
A Firenze si largheggia nell´uso dell´articolo innanzi al nome di donna, che quando comincia per labiale ne riceve addolcimento: la Bice, la Peppa; mentre le province settentrionali ci fanno non poca resistenza, serbandolo a casi di confidenza eccessiva (E´ occupata la Lisetta?) e quasi soltanto a nomi di battaglia (la Tosca, la Fanny). Bisogna poi aver sempre presente l´avvertimento del Fornaciari, che codesto uso non s´adatta assolutamente alle donne illustri, alle donne della storia per cui al minimo segno che la donna che trattiamo sia per diventare storica, la prima cosa è di levarle l´articolo. Il Boccaccio, fine in tutto, dà l´articolo alla Giannetta, ma non mai a Pampinea, a Filomena, a Neifile; non alla stessa Griselda, che pure era una stracciona, ma aveva lo splendore dei costumi.
Debbono però tutti i nomi proprii prendere l´articolo, quando stanno in senso traslato, come il Dante per l´opera di Dante, un Raffaello per un quadro di Raffaello, l´Amleto per il personaggio rappresentato dallo Shakespeare. Un coi nomi proprii fa doppio gioco. «Un Giovanni non mi doveva fare questo», importa che di questo Giovanni noi facciamo gran conto. Viceversa, «ha sposato un Giovanni» viene a dire che ha sposato un tali di cui non sappiamo che il nome.
Leo Pestelli
Text view