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Insidiosissima fra tutte le particelle, la pronominale lo, usata in altri casi che l´accusativo singolare cui solo appartiene (Prendi l´ombrello? Lo prendo), è occasione a due peccati di lingua: l´uno mortale, che il lettore conosce bene, ed è il famigerato lo usato come soggetto in proposizioni passive (lo si sa, lo si vede e sim.); l´altro veniale, difendibile con molti esempii di buoni scrittori, tollerato (è tutto detto) dallo stesso Fanfani, commesso quattordici volte dall´autore di Promessi sposi e direttamente, a tutta valvola, da noi moderni. Intendiamo lo usato col verbo Essere e riferente un predicato, lo per Tale: Tu sei ricco ed io non lo sono; Vi credono sincero, ma vedo che non lo siete.
Levate le poche volte che sembra richiesto dalla chiarezza, questo lo può esser lasciato nella penna senza che il senso ci soffra; sempre poi si può agevolmente sostituire. Si eserciti il lettore; ché migliore occasione di riuscire elegante a buon mercato, solo togliendo, non troverebbe mai. «Siete già padre – (Lo) Sono».
Il Manzoni non era uomo da scrollarsi per censure di puristi, e, come s´è detto, recidivò sul lo, impropriamente definito «proaggettivo» (giacché esso può richiamare anche un predicato sostantivo) da uno dei suoi più fieri avversari. «I quali – scrive il D´Ovidio – furon mossi da quest´unica cagione, ch´ei non si trova in Dante, Petrarca e Boccaccio e nei loro più rigidi seguaci. Ma non è estraneo al parlar toscano, e se ne hanno esempii in scrittori di ogni età, come d´ogni regione e grado, dal Berni, dall´Ariosto, dal Galilei, dal Redi, al Salvini, all´Alfieri, al Niccolini… Inoltre ha le sue precise corrispondenze nel francese antico e moderno, nello spagnolo e nelle altre lingue neolatine; e spesso è poco men che indispensabile, giacché vi son casi da cui il sopprimerlo fa l´espressione incerta e asciutta, mentre il surrogarvi tale, tal o ciò la renderebbe pesante…».
Al che il pur manzonianissimo Petrocchi, che riporta il succitato passo del D´Ovidio nel suo prezioso commento ai Promessi Sposi: «Le ragioni sono belle e buono; e può anche darsi che questo lo entri nell´uso; ma sta il fatto che se non è dell´uso generale dei classici, per ora non è neanche veramente toscano. L´adoperano quelle persone cui non dispiace parlare un poco forestiero.» Da che si deduce che don Alessandro avrebbe per certe cose risciacquato troppo, e per altre troppo poco, i pani in Arno. Ecco come il Petrocchi, reverentemente, in parentesi quadra, per alcuni di quei molti esempii di lo, pone accanto alla locuzione manzoniana quella che gli pare più conforme si genio toscano: «Gertrude avrebbe potuto essere una monaca santa, comunque lo fosse diventata [comunque ci fosse riuscita]»; «Sono superiore: indegnamente; ma lo sono appunto per correggere [ma se sono, è appunto per correggere]»; «Sua ora (Lucia, dell´Innominato) in un senso così diverso da quello che lo fosse il giorno avanti [da quella del giorno avanti]».
Difese invece Policarpo il suo Manzoni a viso aperto, nell´uso del verbo Sovvenire per Venire in mente (il quale ricorre in un esempio della prima edizione del romanzo), e quel ch´è più, nell´uso del sostantivo Sovvenrie per Memoria, che ancor oggi è avuto per una delle non poche imperfezioni di lingua che macchiano (nel concetto dei pedanti) il Cinque Maggio, al famoso luogo: «Stette, e dei dì che furono l´assalse il Sovenir».
Sovvenire si dice per aiutare, e poichè il venire in mente è un aiuto, l´uso accetta il verbo anche in questo significato. E chi volesse esempii di classici: il Caro: «Mi sovvenne l´amata mia Creusa…»; intransitivamente e passivamente, Dante: «Che mi fa sovvenir del mondo antico» e Petrarca: «Non ti sovvien di quell´ultima sera?»; sostantivamente, il Salvini: «Un grato sovvenire delle prime aure di vita».
Dunque, si dirà. Sovvenirsi per Ricordarsi non è un francesismo come avevano insegnato? E´ (avverta il lettore che non abbiamo scritto lo è); e così pure Sovvenire per Ricordo. Ma anche nei francesismi si guarda all´età, e mentre ai giovani nessuno porta rispetto, i vecchi sono ricevuto e onorati, appunto perché vecchi.
Leo Pestelli
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