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Va esclusa la pedanteria dalle tenerezze famigliari

Language columnCome stiamo a lingua
AuthorLeo Pestelli
Date 11 dicembre 1954


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Mammà sa di lezioso, ma si dica pure Papà e Mamma che vengon dal cuore - I nomi di parentela e articolo determinato - Si può dire Mia suocera ma sempre ha da dire La mia socerina

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Babbo e Mamma, Papà e Mammà: vecchia questione intorno alla quale si è tanto disputato. Da una parte il Fanfani e Arlia, cerberi della pura italianità, e lo stesso Tommaseo che non le ha volute nel suo Dizionario, affermano Papà e Mammà essere voci scimmiottate dal francese in cambio delle tanto più nostre e care e affettuose di Babbo e Mamma; dall´altra il Pascoli, con quella sua passione per le onomatopee, in una nota del Fior da Fiore, ha licenziato tutti i bambini Italia a dire Papà e Mammà, «voci della lingua universale». In mezzo sta il conciliativo Panzini, che nel Dizionario moderno: «Mammà e Papà non piacciono ad alcuni puristi e sono ritenuti per gallicismi. Storicamente ciò è sicuro; ma queste voci hanno tal valore onomatopeico da diventare accettabili dappertutto». E ancora, sotto Papà: «probabilmente suggerito dal francese papa; ma il confronto col greco pappas, voce infantile per padre, mostra che può esser spontanea dei bambini, fiorita su le loro labbra per semplice duplicazione di una facile sillaba». Di qui il tendersi dei puristi quando i loro nati scandiscono le prime sillabe, e loro dispetto o esultanza seconde che esse siano pa pa (radicale di Papà) o ba ba (radicale di Babbo).

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Anche a recarla sul terreno della toscanità, non se esce chiari. Perché è vero che Pinocchio, il bambino nazionale, ha sempre Babbo e non mai Papà; ma è altrettanto vero che Pappà affettuosamente addimandano nella Lucchesia il genitore.

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A nostro modesto avviso, i puristi hanno ragione in quanto a Mammà (che anche uso moderno lascia ai leziosi), ma si devono dichiarare sconfitti in quanto a Papà, accettando di conseguenza, per quanto sia duro. Paparino Papalino Papalotto e i più recenti Papino e Papi, tutti quanti coperti dal greco pappas. Del resto nella lingua delle tenerezze famigliari dispiace vedersi levare la bacchetta del pedante.

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Molti, parlando dei proprii genitori, usano dire assolutamente Mamma Babbo Papà, senza premetterci articolo il possessivo. La cosa è secondo grammatica; ma sa un po´ di prepotente se le persone con cui parliamo non son intimi nostri. Abusano di questa forma snella specialmente le signorine di buona famiglia. uso del possessivo porta con quello dell´articolo: la mia mamma, il suo papà: chi omettesse (mia mamma, suo papà) gallicizzerebbe. Eppure diciamo, senza gallicizzare: mio padre, sua madre, mio nonno, tua cognata, suo zio ecc., si vorrà dire che gallicizzi Dante al verso: «Mio figlio ov´è, o perché non è teco?»

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Da quante perplessità uscirebbe se si entrasse un po´più spesso nelle grammatiche! Esse ci dicono che Padre e Madre sono i soli nomi di parentela che nel numero singolare rifiutano rigorosamente articolo determinato davanti al pronome possessivo: che Figlio Figlia Nonno Nonna Fratello Sorella Zio Zia Nipote Marito Moglia Cognato Cognata Cugino Cugina Suocero Suocera Genero e Nuora, hanno facoltà di ricusarlo o di conservarlo; che tutti quanti, quando siano alterati o seguiti da un aggettivo, e così pire le forme più tenere Figliuolo Figliuola Babbo Papà Mamma, lo conservano. Esemplificando, diremo dunque: Mio padre, Il mio padre amoroso; Mia suocera o La mia suocera (a piacere); La mia socerina, sempre (caduto u per la legge del dittongo mobile): e sempre Il mio babbo e La mia mamma.

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Un´altra regola che può esser utile rinfrescare, specie per gli uomini affari che sogliono scrivere affollato, è quello della concordanza del predicato con più soggetti di persona o di genere diverso. Nel primo caso (soggetti di persone diverse), il predicato regolarmente si accorda colla prima persona a preferenza della seconda, e colla seconda a preferenza della terza. Tre esempii di classici, allegati dal Fornaciari, spiegano molto bene: «Lo duca ed io per quel cammino ascoso Entrammo» (Dante); « tu io non possiamo intender la cagione» (Leopardi): «Tu dall´un lato e Stecchi dall´altro mi verrete sostenendo» (Boccaccio). Se per altro i soggetti fossero separati da od o, e la terza persona fosse messa in ultimo, il predicato può concordare con questa: «Me degno a ciò io altri crede» (Dante).

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In quanto al caso dei soggetti di genere diverso, o essi consistono in uomini, cose personificate od animali, e allora il predicato nominale si accorda sempre col maschile anziché col femminile (Il conte e la contessa rimasero soli), o i soggetti sono cose inanimate od astratte ed anche allora si per lo più la preferenza al maschile (il giglio e la rosa sono odorosi). Facile, nevvero? Peraltro se i soggetti significassero cose affini tra loro o riguardate come tali (per esempio, pianti e lagrime), oppure se un soggetto fosse nettamente separato e distinto dagli altri, anche qui, come nel caso precedente, si può addivenire a quello che i grammatici francesi chiamano accord de proximité, cioè, accordo del predicato col soggetto più vicino.

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Leo Pestelli


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