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Rose e secondini

Language columnCome stiamo a lingua
AuthorLeo Pestelli
Date 10 ottobre 1953


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Un appellativo «medioevale» e una protesta dal reclusorio di Padova - abuso del verbo «sfruttare»: una splendida applicazione figurata del Redi a proposito una balia - Il segno di un bacio

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Ci fa, falla. Sbaglia il prete all´altare, sbagliamo anche noialtri giornalisti. Dalla casa di reclusione di Padova ci giunse una lettera di quel direttore, nella quale si muoveva accorata lagnanza dell´aver noi qualificato, a proposito del «caso Tacconi», secondino, un agente di quello stabilimento penale. Appellativo «medioevale», così è detto nella lettera, menomante la dignità del corpo degli agenti di custodia, i quali «portano le stellette, fanno parte delle forze armate dello stato, e sono soldati come tutti gli appartenenti agli altri corpi militari e specificatamente come i carabinieri, gli agenti di pubblica sicurezza, di finanza ecc.». Fu un errore, e ne chiediamo pubblicamente venia.

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In Francia, dove amore della lingua non fa parole ma fat*, esce ogni mese coi tipi del Larousse una rivista da portarsi in tasca, Vie e langage, ricca di associati che vi trovano soddisfatta ogni loro curiosità di lingua, e trattate, in modo sempre piacevole, convivo riguardo alla storia e all´uso, questioni lessicali, sintattiche, ortografiche, etimologiche e altre ancora. ultimo fascicolo reca un articolo di Gaston Esnault, uno specialista dell´argot, intorno al vocabolario delle antiche galere; dal quale si rileva che gli antichi galeotti osservavano, meglio che non abbiamo fatto noi, le differenze dall´una all´altra voce carceraria.

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La nostra lingua conosce due secondini: un aggettivo e un sostantivo. Lasciando fuori il primo, che si dice del dente del cavallo che viene dopo la prima dentizione, il secondo designa, per universale consenso dei vocabolaristi, colui che nelle carceri serve sotto il capocarceriere. Senza detrarre niente alla rispettabilità dei secondini (non vorremmo, per chiudere una piaga, aprirne un´altra), è certo che questo vocabolo in cui non entra nulla di marziale, sinonimo di guardiano, non adattava al nostro agente di custodia, sebbene in senso lato fosse e sia anche lui un guardiano. Lo stesso sarebbe chiamare pappino, un infermiere ospedale. Pappino, che la pappa ai malati; può essere che infermiere faccia anche questo, ma certo il suo decoro e la sua ambizione non sono . Non si potrà mai stare abbastanza attenti ai nomi che esprimono la qualità delle persone; che è la cosa, dopo la vita e la roba, alla quale tengono di più. Lo stesso Pinocchio, che era un brattino, a sentirsi chiamare «granchio» dal Pescatore Verde che nella confusione della preda lo aveva scambiato per tale, si risentì fieramente: ed era alla morte! Vero che il Tommaseo fa discendere secondino dall´aureo secundarius (il soldato della seconda legione): ma è una consolazione magra. Per contro Totò: due secondini fanno un quartino, e tre un mezzo litro.

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Ma piacesse al Cielo che tutti i nostri mancamenti di lingua pestassero i calli alle persone, si che dallo strillare di quelle ne fossimo avvertiti. Purtroppo la maggioranza degli errori e della improprietà battono sulle cose, che non protestano; o se anche toccano i vivi, hanno spesso un che di lusinghevole, che induce quelli a succiarsele come caramelle.

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Ci sono molte rose. Una anzitutto, coll´o stretto, disusatissima, che vuol dire prurito: chi ha rosa si gratti. altra, coll´o largo, è il frutice spinoso col suo bel fiore; e questa ha infinite applicazioni. In meteorologia: la rosa dei venti; in architettura: la finestra rotonda o rosone, in musica: apertura della cassa di certi strumenti a corda; in balistica: la rosa di tiro; in caccia: la rosa dei pallini; in storia ecclesiastica: la rosa oro, che i papi mandavano in regalo ai principi la quarta domenica di quaresima; in politica e in piazza: la coccarda. E per tacere della «rosa ogni mese» (il titolo una vecchia rivista), anche si il nome di rosa al segno che un bacio, un fermaglio di giarrettiera, un´appinzatura di insetto, lasciano sulle pelli delicate; e finalmente (ma proprio finito non sarebbe) rosa salutavano i vecchi poeti (allora girava molto) la verginità.

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Una pioggia di rose: ma in nessun secolo, presso nessuno scrittore buono, si sarà mai trovata la rosa dei candidati, la rosa dei partenti e simili, che odorano su dai libri e dai fogli di questo disavventurato secolo. Pazienza i partenti, che sono «una massa amorfa», ma i designati dalla volontà del popolo a rappresentare il popolo, gente scelta, dovrebbero rifiutare questa metafora e pretendere in suo luogo, caso per caso, lista, elenco, gruppo, novero e simili; oppure una circonlocuzione. Per chi parla bene, la rosa dei candidati non potrà essere che pianta o fiore; o fattaci sentire la maiuscola, amica o governante, che essi candidati si godano in comune.

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Passando poi dai fiori ai frutti, ha ragione un lettore a definire stucchevole, insopportabile, abuso che oggi si fa del senso figurato del verbo sfruttare e dei suoi derivati: quasi il mondo fosse un orto solo abitato da milioni di ortolani. Si sfruttano anche i deserti, anche le donne sterili; e le scarpe prima di mandarle a risuolare. Lo sperpero del senso figurato ha portato alla carestia del proprio: il sudiciume sfrutta il campo; o riflessivamente (divenire infruttuoso): il terreno non fatto riposare, si sfrutta e stanca: tutti modi bellissimi, rimasti secchi nei vocabolari. Cozzano oggi in questo vocabolo l´épuiser e exploiter francesi, confusi uno con altro, che esso è malamente adoperato e per trarre partito e per esaurire e per abusare. Non che non debba mai uscire dal campo, che non si possa assolutamente fare un traslato: ma con parsimonia e buon gusto, e sempre che entri, più o meno traversa, idea di frutto. Così, ogni tanto, sfrutteremo una cava, una greggia di pecore; rarissime volte, proprio tiratici per i capelli, una donna ricca.

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è poi un´applicazione figurata di questa voce che ha il crisma dei classici, ed è splendida: quella di dire sfruttato il petto una nutrice, il seno di una cortigiana stanca. Francesco Redi ha in una sua relazione, a proposito una balla del serenissimo principio Ferdinando di Toscana, «poppe smunte e sfruttate»: così messe nel periodo, che ci par proprio di vederle.

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Leo Pestelli


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