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I fiori parlano d´amore

Language columnCome stiamo a lingua
AuthorLeo Pestelli
Date 10 luglio 1954
NewspaperLa Nuova Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column3-5


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Il loro linguaggio cominciò in Oriente dove fiori e donne si avevano per nulla - Nell´Ottocento si arricchì di simboli preziosi A «giunchiglia» («languisco amore!») le rigide rispondevano «pa pavero» («imbecille») Gran lavoro, per un marito, cogliere tutte le sfumature di un grosso mazzo
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Da una parte il rincaro della materia prima, dall´altra il prosaicismo di questo nostro vivere moderno, hanno quasi cancellato, non che dall´uso, dalla memoria degli uomini, il Selam ovvero linguaggio dei fiori.
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Ma mettiamo che ci sia ancora qualche canuto e facoltoso amante che tuttavia selamizzi a pieni periodi senza guardare a spese: troverà egli ai di nostri donna capace di leggergli il mazzo? intenderne, senza grammatiche e vocabolarii, odorosa sintassi?
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Vogliono i selamisti che esso linguaggio cominciasse in Levante dove fiori e donne si avevano per niente; e di tanto prima dell´arte dello scrivere, di quanto amore ebbe colà precedenza su ogni altra sorta affari.
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Floreali corsero i primi viglietti, i primi madrigali; e tra le significazioni più antiche, si sa che «io sono» era espresso da una foglia alloro torta intorno al mazzetto; «io ho» da una foglia edera ripiegata; «io vi offro» da una foglia di virginia rampicante.
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Un fiore che venisse offerto rovesciato pigliava senso opposto al suo proprio; per modo che lo stesso mazzo che ritto aveva fatto la felicità di una fanciulla, poteva, se capovolto, precipitarla nella disperazione.
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In quanto alle risposte «» e «no», termine fisso di qualsivoglia parlare amore, la prima era data toccando con le labbra il fiore ricevuto; la seconda, strappando un petalo e gittandolo via.
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Il Selam piacque ai gentili Ottocento, che ne arricchì la simbologia sino al preziosismo.
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Allora un marito doveva stare molto attento ai fiori che gli capitavano in casa, e se non voleva che troppi significati gli sfuggissero, provvedersi uno di quei cifrarii floreali che per enorme richiesta erano quasi sempre in ristampa.
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Il fiore della chetmia, difficile a trovare, nonchè dai fiorai, nella Treccani, significava il semplicissimo «siete bella!»: tano i galanti si erano ammalizziti!
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Poteva la sinora rispondere con del giacinto («non dite amenità!»), o con dell´erica («sciocco!»), o con della centaurea (confusione); scussi o ammazzolati insieme.
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Abbastanza compromettente era anche la giunchiglia («languisco amore!»)l che le rigide ricambiavano con papavero («imbecille!») e ortensia (freddezza); le impedite con semplice lavanda («silenzio!»); le ipocrite con malva (tenerezza materna) e siringa (amicizia di sorella). Alcuni mazzolini compositi e di lezione difficilissima, pur riflettevano la psiche femminile: entro un giro di felce (mistero) trovavi maritate la cicuta (perfidia) con la edera (fedeltà), la sensitiva o la reseda (pudore, inesperienza, virtù) col nasturzio e la tuberosa (fiamma amore, ebbrezza sensuale). Alle coppie dannunziane dicevano bene il cipresso (dolore) e lo stramonio (depravazione); amante respinto si spiegava economicamente con ortica (crudeltà), il forte con la quercia (robustezza), adultera pentita col mughetto («torno al bene»). E il ribes, così innocente? Inguaiava le maritate dell´Ottocento assai più che non faccia il visione con quelle del nostro secolo: «voi formerete la mia letizia».
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Ma ecco qualche testo rimastoci dal Segretatio Galante del Selam, Garofano, licnide, sorbolo, mazza oro, tamarisco: «Provo per voi un´invincibile simpatia, il mio amore è puro; siate prudente, ma proteggetemi, imploro il vostro appoggio».
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Giunchiglia, rose gialle, veronica ipomea purpurea: «Languo amore per voi, e vorrei sposarvi. Vi offro il mio cuore. Contate sulla mia divozione».
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Non sempre si poteva sire tutto quello che si voleva; a certe sfumature soltanto i grandi signori che tenevano serre, potevano arrivare; ma ecco, fuori di Eros, un mazzolino democratico per la festa della mamma.
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Camelia bianca, camelia rossa, cineraria, erba amara, erba medica: «Il mio primo pensiero e il mio inteso amore è per te, che sei la mia guida; e però ti auguro vita lunga e felice».
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Come entra, dirà il lettore, il linguaggio dei fiori con questa rubrica?
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entra, perchè secondo il severissimo epperò dimenticatissimo Arlia, la parola linguaggio estesa ai fiori, alle piante, alle pietre e sim., è un grosso sproposito, e tale rimane anche se entrato nell´uso.
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Linguaggio è il complesso dei suoni, e avendo riguardo ai mimi e ai sordomuti, anche degli atti, die quali uomo si serve per esprimere i propri pensieri ed affetti.
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Ciò posto, forse che i fiori parlano o atteggiano in modo da fare intender altrui quel che vogliono dire? non siamo noi che a un dato fiore, sia per suo colore, sia per qualche sua particolarità, attribuiamo un´idea, un sentimento?
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Or dunque, continua quel guastafeste, se i fiori parlano gestiscono, ma ciascuno di essi, per convenzione, rappresenta un sentimento, una da noi attribuitagli, «la parola propria che ciò esprima, non è lingua o linguaggio, modo francese, ma significato; come dissero e scrissero i nostri vecchi che curvano la proprietà delle parole, affinchè fosse esatta espressione del pensiero».
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E infatti non mai linguaggio, ma significato hanno quanti scrissero in antico sulle piante, sui fiori, sulle pietre preziose, sui doni, sugli animali e simili: da Dino Compagni (se è suo il poemetto Intelligenza) a Lodovico Dolce, fa Franco Sacchetti al priore fiorentino Marco Lamberti, autore un lepido capitolo sul significato dei colori.
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I pedanti hanno sempre vinta: ma coi poeti, o anche soltanto con le persone di animo gentile, questa volta i loro argomenti non attaccano.
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Per esse fiori e piante ancora parlano e sempre parleranno.
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Leo Pestelli

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