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Lo scambio di ci per gli - L´amico si affeziona all´amico; ci si affeziona quando, sotto sotto, tira alla moglie di lui
Quando s´usavano fidanzamenti lunghi, l´uomo aveva più agio di conoscere la donna, e questa quello, anche sotto il rispetto della lingua; e grammaticalmente i matrimonii meno somigliavano, di quel che facciano ora, a salti nel buio. Ma perché il mondo va come vuole, a quei fidanzati che nei limiti del possibile pur desiderassero cautelarsi, ripeteremo qui la solita avvertenza di voler fare soprattutto caso all´uso delle particelle, che come piccole sfuggono; ma che dànno veramente il polso grammaticale della persona. E si cominci dalla più importante di tutte, l´avverbiale ci.
Nel «parlato» dei film s´ode da qualche tempo dire, forse a studio di squisitezza, glie l´ho fatta nel senso indeterminato di ce l´ho fatta. L´abominazione in cui è giustamente tenuto lo scambio di ci per gli (vidi un cane e ci buttai un osso), vecchio errore endemico delle provincie subalpine d´Italia, non deve far dimenticare gli usi legittimi e ben toscani della particella avverbiale ci adoperata in senso pronominale. Conforme al suo primo significato locale (ci = qui, costi, là, quivi ecc.), essa conserva un valore indeterminato che s´accosta al neutro, e pertanto differisce dalle forme determinate personali gli, lo, loro, né vuol essere confusa con quelle.
Nelle frasi pensarci, rifletterci, nel senso di pensare ad alcuno ecc., il ci non corrisponde a gli: non si direbbe infatti pensargli, né riflettergli. Nelle frasi parlarci (parlare con alcuno), affezionarcisi (affezionarsi ad alcuno), innamorarcisi (innamorarsi di alcuno), il ci non corrisponde a gli, ma include il senso di certa unione e comunanza locale (parlare con alcuno, prendere affezione con alcuno, ben differente da affezionarsegli, cioè divenire affezionato ad alcuno). L´amico si affeziona all´amico; ci si affeziona quando, sotto sotto, tira alle moglie di lui. Nelle frasi sperarci, confidarci e sim. (sperare in alcuno), ognuno vede che il ci non ha che far nulla con gli né le né loro. E accostarcisi non è accostarsi ad una persona, ma al luogo dove essa si trova, e differisce quindi da accostarglisi od accostarlesi.
Per tornare all´esempio donde abbiamo preso le mosse, farcela vorrà dire sfangarla, spuntarla in un´impresa o qualcosa di simile, senza riferimento a persona; fargliela, giocare un tiro a Tizio o a Caio. All´uomo che non ce la fa, la donna crudele prima o poi glie la fa; benché non è detto che ci riesca sempre, ossia che sempre ce la faccia a fargliela. Resta dunque che all´eroe cinematografico reduce da qualche impresa, il complimento va rivolto nella forma indeterminate: «Bravo! Ce l´hai fatta».
Ci locale ha poi un bellissimo uso pleonastico che purtroppo si va perdendo; bellissimo, a considerare che una parola tanto piccola possa esser fatta capace dell´immenso mondo. Accanto ai verbi nascere, vivere e simili, codesto scricciolo fa appunto l´ufficio di Atlante, venendo a dire in questo modo. «Natural ragione è di ciascuno che ci nasce, la sua vita… conservare e difendere» (Boccaccio). E più pleonasticamente ancora, e con maggior vaghezza, Leon Battista Alberti: «Et così, figliuoli miei, chi più ci vive più ci piange in questo mondo…».
Ci piangono anche alcuni verbi che l´uso moderno indiscretamente capovolge. Apprendere (imparare, comprendere), accade di udirlo e di leggerlo nel senso di insegnare, fremendone negli avelli le ossa dei puristi. «Il maestro apprende la lezione» sta, ma sempre nel senso proprio che la impari prima di insegnarla il vero ufficio suo resta quest´ultimo, e lo scambio di apprendere con insegnare è grave gallicismo.
Lo stesso è d´affittare (dare in affitto) usato per prendere in affitto. Anzi qui l´errore è spesso doppio, perché dovendosi serbare quel verbo e i suoi derivati ai fondi rustici, non essendo proprio di casa, bottega e sim., le quali richiedono appagionare, e meno proprio che mai di oggetti mobili, i quali si dànno a nolo, pure vi ha chi usa affittare una casa, per prenderla a pigione; sguaiataggine appena scusata, in chi parla, dall´affanno in cui mette la crisi degli alloggi. Finalmente è del linguaggio estetizzante, usare imprestare a…, non nel senso proprio di dare una cosa in prestito a uno, ma bensì in quello contrario di farsenela prestare; onde «un film che impresta i proprii motivi all´opera tale», generandosi così gran confusione, nella mente di chi legge, tra il dare e l´avere.
E anche su ripugnante e l´usatissimo participio ripugnante, come oggi vengono scialacquati nel senso di incutere ripugnanza, incutente ripugnanza, qualcosa ci sarebbe da dire. Ripugnare, dal latino aureo repugno, è propriamente il resistere che fa l´uomo con più o men forza o sforzo ad accogliere un´impressione, un´idea, a dare o dire tale e tal´altra cosa. Ripugnare alle tentazioni; ripugnante a un´opinione; e assolutamente: la moglie non ripugnando, uscì di casa. «Ma adesso s´abusa, osservava già ai tempi suoi il Tommaseo, del reciproco, che la persona, la cosa, il da credere o da farsi o da dirsi ripugna a noi». E pareva a quel severo che i modi «quell´uomo mi ripugna», «codesta parte ripugna a chi sente la propria dignità» e sim., fossero «meri gallicismi».
Il codice Zanardelli aveva «ubriachezza sconcia e ripugnante». Quello tuttora in vigore evita lo scoglio e parla di ubriachezza «manifesta» e di ubriachezza «abituale».
Leo Pestelli
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