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Vecchio errore endemico delle provincie subalpine

Language columnCome stiamo a lingua
AuthorLeo Pestelli
Date 10 aprile 1954


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Lo scambio di ci per gli - amico si affeziona all´amico; ci si affeziona quando, sotto sotto, tira alla moglie di lui
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Quando usavano fidanzamenti lunghi, uomo aveva più agio di conoscere la donna, e questa quello, anche sotto il rispetto della lingua; e grammaticalmente i matrimonii meno somigliavano, di quel che facciano ora, a salti nel buio.
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Ma perché il mondo va come vuole, a quei fidanzati che nei limiti del possibile pur desiderassero cautelarsi, ripeteremo qui la solita avvertenza di voler fare soprattutto caso all´uso delle particelle, che come piccole sfuggono; ma che dànno veramente il polso grammaticale della persona.
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E si cominci dalla più importante di tutte, avverbiale ci.
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Nel «parlato» dei film ode da qualche tempo dire, forse a studio di squisitezza, glie ho fatta nel senso indeterminato di ce ho fatta. 
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abominazione in cui è giustamente tenuto lo scambio di ci per gli (vidi un cane e ci buttai un osso), vecchio errore endemico delle provincie subalpine Italia, non deve far dimenticare gli usi legittimi e ben toscani della particella avverbiale ci adoperata in senso pronominale.
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Conforme al suo primo significato locale (ci = qui, costi, , quivi ecc.), essa conserva un valore indeterminato che accosta al neutro, e pertanto differisce dalle forme determinate personali gli, lo, loro, vuol essere confusa con quelle.
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Nelle frasi pensarci, rifletterci, nel senso di pensare ad alcuno ecc., il ci non corrisponde a gli: non si direbbe infatti pensargli, riflettergli.
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Nelle frasi parlarci (parlare con alcuno), affezionarcisi (affezionarsi ad alcuno), innamorarcisi (innamorarsi di alcuno), il ci non corrisponde a gli, ma include il senso di certa unione e comunanza locale (parlare con alcuno, prendere affezione con alcuno, ben differente da affezionarsegli, cioè divenire affezionato ad alcuno).
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amico si affeziona all´amico; ci si affeziona quando, sotto sotto, tira alle moglie di lui.
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Nelle frasi sperarci, confidarci e sim.
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(sperare in alcuno), ognuno vede che il ci non ha che far nulla con gli le loro.
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E accostarcisi non è accostarsi ad una persona, ma al luogo dove essa si trova, e differisce quindi da accostarglisi od accostarlesi.
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Per tornare all´esempio donde abbiamo preso le mosse, farcela vorrà dire sfangarla, spuntarla in un´impresa o qualcosa di simile, senza riferimento a persona; fargliela, giocare un tiro a Tizio o a Caio.
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All´uomo che non ce la fa, la donna crudele prima o poi glie la fa; benché non è detto che ci riesca sempre, ossia che sempre ce la faccia a fargliela.
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Resta dunque che all´eroe cinematografico reduce da qualche impresa, il complimento va rivolto nella forma indeterminate: «Bravo! Ce hai fatta».
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Ci locale ha poi un bellissimo uso pleonastico che purtroppo si va perdendo; bellissimo, a considerare che una parola tanto piccola possa esser fatta capace dell´immenso mondo.
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Accanto ai verbi nascere, vivere e simili, codesto scricciolo fa appunto ufficio di Atlante, venendo a dire in questo modo.
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«Natural ragione è di ciascuno che ci nasce, la sua vita conservare e difendere» (Boccaccio).
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E più pleonasticamente ancora, e con maggior vaghezza, Leon Battista Alberti: «Et così, figliuoli miei, chi più ci vive più ci piange in questo mondo».
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Ci piangono anche alcuni verbi che uso moderno indiscretamente capovolge.
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Apprendere (imparare, comprendere), accade di udirlo e di leggerlo nel senso di insegnare, fremendone negli avelli le ossa dei puristi.
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«Il maestro apprende la lezione» sta, ma sempre nel senso proprio che la impari prima di insegnarla il vero ufficio suo resta quest´ultimo, e lo scambio di apprendere con insegnare è grave gallicismo.
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Lo stesso è affittare (dare in affitto) usato per prendere in affitto.
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Anzi qui errore è spesso doppio, perché dovendosi serbare quel verbo e i suoi derivati ai fondi rustici, non essendo proprio di casa, bottega e sim., le quali richiedono appagionare, e meno proprio che mai di oggetti mobili, i quali si dànno a nolo, pure vi ha chi usa affittare una casa, per prenderla a pigione; sguaiataggine appena scusata, in chi parla, dall´affanno in cui mette la crisi degli alloggi.
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Finalmente è del linguaggio estetizzante, usare imprestare a, non nel senso proprio di dare una cosa in prestito a uno, ma bensì in quello contrario di farsenela prestare; onde «un film che impresta i proprii motivi all´opera tale», generandosi così gran confusione, nella mente di chi legge, tra il dare e avere.
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E anche su ripugnante e usatissimo participio ripugnante, come oggi vengono scialacquati nel senso di incutere ripugnanza, incutente ripugnanza, qualcosa ci sarebbe da dire.
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Ripugnare, dal latino aureo repugno, è propriamente il resistere che fa uomo con più o men forza o sforzo ad accogliere un´impressione, un´idea, a dare o dire tale e tal´altra cosa.
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Ripugnare alle tentazioni; ripugnante a un´opinione; e assolutamente: la moglie non ripugnando, uscì di casa.
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«Ma adesso abusa, osservava già ai tempi suoi il Tommaseo, del reciproco, che la persona, la cosa, il da credere o da farsi o da dirsi ripugna a noi».
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E pareva a quel severo che i modi «quell´uomo mi ripugna», «codesta parte ripugna a chi sente la propria dignità» e sim., fossero «meri gallicismi».
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Il codice Zanardelli aveva «ubriachezza sconcia e ripugnante».
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Quello tuttora in vigore evita lo scoglio e parla di ubriachezza «manifesta» e di ubriachezza «abituale».
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Leo Pestelli

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