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Wandissima e altri issimi

Language columnCome stiamo a lingua
AuthorLeo Pestelli
Date 9 gennaio 1954
NewspaperLa Nuova Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column2-5


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avversione per il superlativo assoluto - Una cosa è uso, un´altra abuso Molto altissimo, diceva il Cavalca - La moglie, col marito, risolvette, è modo realistico - Se proprio si vuol far credere che anche uomo contò nella deliberazione, si può dire: risolvettero
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Una cosa è uso, un´altra abuso.
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Nella loro avversione per il superlativo assoluto, per issimo, i moralisti della lingua non sempre osservano questa distinzione; e sciorinatoci esempio del Seiscento coi suoi padroni colendissimi e servitori umilissimi, dimenticano poi di dire che uso di questa forma è assai gagliardo presso tutti i Classici, cominciando dai Verecondi Trecentisti.
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Questo è anzi il punto in cui la lingua viva si è presa nei secoli più gioco della Grammatica, aggiungendo issimo, non solo all´aggettivo, ma a un avverbio, a un nome, a un pronome e persino a una voce di verbo; e usandolo, nonostante il divieto di quella, in compagnia ora di complementi («La natura umana è perfettissima di tutte altre nature di qua giù», Dante), ora di avverbi di accrescimento («Un monte molto altissimo», Cavalca; «Così ottimo parlatore», Boccaccio).
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Coloro che spiritano udendo poltronissima (la poltrona insatirita delle prime file negli spettacoli di rivista); Wandissima; compionissimo e altre moderne forme coatte di superlativo, sappiano che ben altre capestrerie (o «errori con ragione» come li chiamava il Tommaseo) si trovano presso i buoni scrittori.
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austero Davanzati ha giureconsultissimo; Iacopo Nelli, nella commedia «La moglie in calzoni»: lui, luissimo.
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Nella Bucchereide dell Bellini troviamo: «poema arcifattapposissimo», nell´Arlecchino del Guerazzi: «lo vogliam dire, dirissimo».
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Dove appare veramente che la lingua è fantasia.
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Del resto i nemici dell´issimo hanno molte maniere evitarlo.
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La più piana è usare aggettivo semplice accompagnato da un avverbio di accrescimento: molto bello, invece di bellissimo.
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Ma possono anche ripetere due volte aggettivo stesso: bello bello.
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O usare due aggettivi sinonimi: sano e salvo; ubriaco fradicio.
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O servirsi di brevi similitudini: bello come un angelo, pulito come una mosca.
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E anche si può premettere alla qualificazione di´, dite o dica: un pezzo di giovanotto ma dite bello!; o il semplice articolo uno, una: un appetito, una polvere!
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(sull´innanzi del dantesco: «facevano un tumulto, il qual aggira»); e buone scappatoie sono anche: me ne impipo: una donna che me ne impipo, e più modernamente che lévati, cioè bellissima; non vedersene un altro (una suocera cattiva come quella, non se è vista un´altra); bisogna veder come (uno scenario bisognava veder come); numero uno; un pozzo; un gran (un gran brutta cera); che mai (più ciuco che mai); a buono; ottocentesco bada davanti (una camicetta bada davanti) e altressimili locuzioni esaltatrici del parlare famigliare.
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Come non bisogna spaventarsi dell´issimo (dove casca, casca) così quel lettore che scrive di stare dubitoso tra le forme cotesto e codesto; temendoci una gran differenza, si rassicuri, e canti come il Duca di Mantova del Rigoletto «questa o quella per me pari sono».
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La prima forma è appena un po´meno popolare e toscana della seconda.
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Lo stesso faccia con la questione, soltanto in apparenza spinosa, della concordanza del predicato con due soggetti, di cui il primo, singolare, sia unito al secondo per mezzo della congiunzione con; se cioè sia da dire: il capitano, coi soldati si mosse, o non invece si mossero.
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Molte penne vi rimangono sospese; e accade che chiedendo lume ai prossimi, questi facilmente accapigliano, non trovandosi accordo sulla soluzione.
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Ma è anche questo un casi in cui la Grammatica si lascia cogliere in un momento di buonumore, e concede sia una sia altra forma.
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La differenza se mai la trova orecchio, o più animus dello scrivente.
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La moglie, col marito, risolvette è modo realistico, veridico.
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Ma non si dimentichi che se anche in codesta deliberazione uomo ha contato quanto il due a briscola, egli ha pur sempre diritto grammaticale entrare nel predicato, e di farci dire: la moglie col marito, risolvettero
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Cauto invece ha da essere lo scambio di figlio con figliuolo, due voci che uso odierno ha indebitamente promiscuato.
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notabile, e assai bello, che le voci che in italiano significano i vincoli e la carità del sangue, siano, chi ben guardi, dei diminutivi.
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Mentre il francese ha frère e lo spagnolo hermano, dal latino frater e germanus, nomi positivi, la nostra lingua per maggior tenerezza affetto ha derivato fratello dal diminutivo e vezzeggiativo fratereulus, e medesimamente sorella da sororcula, lasciando, come dice il Rigutini, il frate e la suora ai poeti a ai conventi.
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Così figliuolo e figliuola ci vengono dai teneri filiolus e filiola, e dette forme, come sono più affettuose, così sono anche più italiane di figlio e figlia, le quali per molti secoli si trovano soltanto in poesia.
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Senz´arrivare a dire che sia male usare in prosa figlio per figliuolo, è certo che questa parola ha sopra altra il vantaggio dell´affetto, e pertanto, dove affetto sia, è da preferire.
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Chi non sente che il famoso Et tu, Brute, fili mi?
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E per converso che non si potrebbe mutare la secca lezione: figlio un cane?
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Leo Pestelli

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