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L´avversione per il superlativo assoluto - Una cosa è l´uso, un´altra l´abuso Molto altissimo, diceva il Cavalca - La moglie, col marito, risolvette, è modo realistico - Se proprio si vuol far credere che anche l´uomo contò nella deliberazione, si può dire: risolvettero
Una cosa è l´uso, un´altra l´abuso. Nella loro avversione per il superlativo assoluto, per l´issimo, i moralisti della lingua non sempre osservano questa distinzione; e sciorinatoci l´esempio del Seiscento coi suoi padroni colendissimi e servitori umilissimi, dimenticano poi di dire che l´uso di questa forma è assai gagliardo presso tutti i Classici, cominciando dai Verecondi Trecentisti. Questo è anzi il punto in cui la lingua viva si è presa nei secoli più gioco della Grammatica, aggiungendo l´issimo, non solo all´aggettivo, ma a un avverbio, a un nome, a un pronome e persino a una voce di verbo; e usandolo, nonostante il divieto di quella, in compagnia ora di complementi («La natura umana è perfettissima di tutte l´altre nature di qua giù», Dante), ora di avverbi di accrescimento («Un monte molto altissimo», Cavalca; «Così ottimo parlatore», Boccaccio).
Coloro che spiritano udendo poltronissima (la poltrona insatirita delle prime file negli spettacoli di rivista); Wandissima; compionissimo e altre moderne forme coatte di superlativo, sappiano che ben altre capestrerie (o «errori con ragione» come li chiamava il Tommaseo) si trovano presso i buoni scrittori.
L´austero Davanzati ha giureconsultissimo; Iacopo Nelli, nella commedia «La moglie in calzoni»: lui, luissimo. Nella Bucchereide dell Bellini troviamo: «poema arcifattapposissimo», nell´Arlecchino del Guerazzi: «lo vogliam dire, dirissimo». Dove appare veramente che la lingua è fantasia.
Del resto i nemici dell´issimo hanno molte maniere d´evitarlo. La più piana è d´usare l´aggettivo semplice accompagnato da un avverbio di accrescimento: molto bello, invece di bellissimo. Ma possono anche ripetere due volte l´aggettivo stesso: bello bello. O usare due aggettivi sinonimi: sano e salvo; ubriaco fradicio. O servirsi di brevi similitudini: bello come un angelo, pulito come una mosca. E anche si può premettere alla qualificazione di´, dite o dica: un pezzo di giovanotto ma dite bello!; o il semplice articolo uno, una: un appetito, una polvere! (sull´innanzi del dantesco: «facevano un tumulto, il qual s´aggira…»); e buone scappatoie sono anche: me ne impipo: una donna che me ne impipo, e più modernamente che lévati, cioè bellissima; non vedersene un altro (una suocera cattiva come quella, non se n´è vista un´altra); bisogna veder come (uno scenario bisognava veder come); numero uno; un pozzo; un gran (un gran brutta cera); che mai (più ciuco che mai); a buono; l´ottocentesco bada davanti (una camicetta bada davanti) e altressimili locuzioni esaltatrici del parlare famigliare.
Come non bisogna spaventarsi dell´issimo (dove casca, casca) così quel lettore che scrive di stare dubitoso tra le forme cotesto e codesto; temendoci una gran differenza, si rassicuri, e canti come il Duca di Mantova del Rigoletto «questa o quella per me pari sono». La prima forma è appena un po´meno popolare e toscana della seconda. Lo stesso faccia con la questione, soltanto in apparenza spinosa, della concordanza del predicato con due soggetti, di cui il primo, singolare, sia unito al secondo per mezzo della congiunzione con; se cioè sia da dire: il capitano, coi soldati si mosse, o non invece si mossero. Molte penne vi rimangono sospese; e accade che chiedendo lume ai prossimi, questi facilmente s´accapigliano, non trovandosi d´accordo sulla soluzione.
Ma è anche questo un casi in cui la Grammatica si lascia cogliere in un momento di buonumore, e concede sia l´una sia l´altra forma. La differenza se mai la trova l´orecchio, o più l´animus dello scrivente. La moglie, col marito, risolvette… è modo realistico, veridico. Ma non si dimentichi che se anche in codesta deliberazione l´uomo ha contato quanto il due a briscola, egli ha pur sempre diritto grammaticale d´entrare nel predicato, e di farci dire: la moglie col marito, risolvettero…
Cauto invece ha da essere lo scambio di figlio con figliuolo, due voci che l´uso odierno ha indebitamente promiscuato. E´ notabile, e assai bello, che le voci che in italiano significano i vincoli e la carità del sangue, siano, chi ben guardi, dei diminutivi. Mentre il francese ha frère e lo spagnolo hermano, dal latino frater e germanus, nomi positivi, la nostra lingua per maggior tenerezza d´affetto ha derivato fratello dal diminutivo e vezzeggiativo fratereulus, e medesimamente sorella da sororcula, lasciando, come dice il Rigutini, il frate e la suora ai poeti a ai conventi. Così figliuolo e figliuola ci vengono dai teneri filiolus e filiola, e dette forme, come sono più affettuose, così sono anche più italiane di figlio e figlia, le quali per molti secoli si trovano soltanto in poesia. Senz´arrivare a dire che sia male usare in prosa figlio per figliuolo, è certo che questa parola ha sopra l´altra il vantaggio dell´affetto, e pertanto, dove affetto sia, è da preferire. Chi non sente che il famoso Et tu, Brute, fili mi? E per converso che non si potrebbe mutare la secca lezione: figlio d´un cane?
Leo Pestelli
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