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Un tale morendo lasciò la famiglia sul “pavimento„

Language columnCome stiamo a lingua
AuthorLeo Pestelli
Date 8 maggio 1954
NewspaperLa Nuova Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column6-8


[1]
Una stigliata del Rigutini al Municipio di Firenze - Abuso scandaloso: mi omaggi la signora La donna esige il visione - Il marito potrà poi dire ha eseguito? - Non ci creda che questo lo consolerebbe; si dica semplicemente ha voluto (con una punta di sospiro)
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«Il vile Rigutini» scappò detto al Carducci in uno dei suoi momentacci; ma vile Giuseppe non era, e certo non fu quando alla voce pavimentare del suo Neologismi buoni e cattivi, libro non più ristampato ma tuttavia passante in tutti i nuovi e novissimi prontuari incertezze lessicali, seppe dare una così forte strigliata al Municipio fiorentino.
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Che i Municipii siano generalmente pazienti, e come il Collodi diceva dei pubblici teatrali, non mandino i padrini a casa del giornalista e tanto meno del grammatico che li attacchi, scema di poco il coraggio civile onde il filologo di Lucignano diè prova, scrivendo, diffuso e pungente oltre il costume suo:
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«Pavimentare e pavimentatura. Uno dei modi, per cui si introducono via via nuovi e inutili vocaboli nella lingua, o si sciupano quelli che già vi sono, eccolo qui. Un ingegnere municipale, che ha studiato su libri francesi arte sua, deve far la perizia dei lavori di lastrico per una strada o per una piazza. Egli, dimenticata la voce italiana, e storcendo per imitazione del francese paver i vocaboli nostri pavimentare e pavimento, li trasporta dalle stanze o dagli edifizi alle vie e alle piazze, e in luogo di lastricare e di lastrico, parla di pavimentare, di pavimento e di pavimentatura».
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Questo sarebbe antefatto; ecco ora i drammatici sviluppi.
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«Il sindaco o la Giunta approvano la perizia, e le sullodate voci appariscono negli avvisi asta. I concorrenti a quel lavoro le leggono e vi si abituano, e accollatario le consegna poi alle labbra degli scalpellini, i quali naturalmente le consegnano ad altre labbra. Così le nuove parole riusciranno col tempo a dar lo sfratto alle vecchie, finchè saremo costretti da ultimo a cambiare una maniera assai comune ed efficace; e invece di dire che Il tale morendo ha lasciato la famiglia sul lastrico, diremo che ha lasciata sul pavimento. Sarà questa una nuova gloria degli ingegneri del Municipio fiorentino, e un pochetto anche del Municipio stesso, che aire a siffatti vocaboli, quando dovrebbe esser geloso custode di un patrimonio che da quasi sei secoli gli venne consegnato».
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Abbiamo riportato questo sfogo rigutiniano perchè buono anche oggi, che a lastricare, selciare, acciottolare essendosi aggiunto il nuovo asfaltare, in tanta dovizia di termini proprii per significare i varii modi di coprire strade e piazze, pur diciamo e scriviamo ancora, qua e , pavimentare, pavimentatura, e peggio che mai, pavimentazione.
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Un altro abuso che ha stancato la pazienza die puristi, è quello della parola omaggio, che non solo continua e prospera fra persone beneducate (gradisca i miei omaggi; omaggio dell´autore ecc.), ma per comodo di chi ha fretta ha dato luogo, un po´per celia e un po´per far morire i suddetti puristi, a un omaggiare reggente il quarto caso, che di solito è una donna: mi omaggi la signora.
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Omaggio, che è il francese hommage, derivato di homme, è voce della feudalità oltramontana non mai radicata molto profondamente in Italia e ignota al nostro popolo; e indicava all´origine «atto con cui il vassallo, ponendo le proprie mani fra quelle del signore, e stando ginocchioni e a capo scoperto, gli si professava uomo, cioè soggetto».
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I Francesi ne estesero il senso a significare onore, dono, ossequio, rispetto secondo i casi; e noi dietro, spendendola per le più vili persone e cose.
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Il Tommaseo, lo stesso Rigutini, il Panzini e altri infiniti che ci spararono contro, dicendola iperbole sgarbata e difforme al genio della nostra lingua, sprecarono la polvere; e dove sarebbe anche troppo porgere i saluti, continuiamo a presentare i nostri omaggi, dove appena cadrebbe donare (un libro, un mazzolino di fiori), facciamo omaggio.
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Le stesse folgori spuntate investono il tenacissimo modo avverbiale in omaggio a per in conformità, per rispetto conforme in onore, rendendo onore e simili.
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Il lettore parmigiano E.
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B. ha dato del naso nelle questioni del participio passato del verbo esigere; il che accade a tutti gli Italiani, prima o poi, nella vita.
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Il punto è di vedere come uno reagisce, e il nostro lettore ha reagito così.
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«In uno scritto apparso su un giornale cittadino ho rilevato si è esigito che loro... Ritengo che in tal senso esigito sia esatto, sebbene consultando diversi dizionarii non ho trovato codesta forma: ho trovato, invece, esatto, derivante dal latino exactum e che sta per lo specifico verbo esigere riscuotere, cioè esatto riscosso. Io credo che dove esigere significhi volere con forza e autorità, sia più elegante porre esigito».
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Tutte le opinioni son rispettabili, e come diceva il Lippi: «Ognun può fare della sua pasta gnocchi».
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Ma ahimè, esigito ci sembra faccia il paio con esigiuto, cioè che sia una birichinata.
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Esigere appartiene ai verbi irregolari della seconda coniugazione appunto e soltanto per via del participio passato esatto, che però si usa solo nel senso di riscosso, riferito a denaro.
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Per altra accezione, onde il verbo esigere ha gran fortuna tra le donne, bisogna aver pazienza, ricorrere al participio un verbo affine.
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Ha voluto, ha preteso il visone.
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Dove, parlando, basterà aggiunta un sospiro, a far sentire la forza di quel volere, di quel pretendere; scrivendo, un qualche avverbio intensivo o anche soltanto una sottolineatura.
[23]
Si dicono irregolari quei verbi che appunto costringono a qualche privazione.
[24]
Esigito sarebbe forse comodo; ma non è leale.
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Leo Pestelli

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