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Modi contrari al parlar di Firenze - L´ausiliario «essere» coi verbi celesti - Consolazione per lo «statale» moderno: «Ne piglio pochi ma non ci piove sopra»
Or fanno sei noterelle, parlando delle preposizioni e dell´abuso che oggi se ne fa, ci sfuggì, non sapremmo di come, in. Non c´è ragione d´averle riguardo, e la riacciuffiamo qui. In è malissimo usata in luogo di di, per indicare la materia di cui è composta una cosa: statua in bronzo; muro in mattoni: libro legato in cartapecora e magari, per far peggio, qua e là segnato in rosso. E´ l´en francese, ripreso dai grammatici di quella lingua, ma divenutovi comunissimo e indi passato nella nostra, che suole accogliere, oltre ai proprii, gli errori altrui. E bravo chi oggimai riuscisse a spiccicare l´in dal verbo lavorare (in alabastro, in borsanera e simili), dove gli Antichi rettamente dicevano: lavorare di marmo, d´argento e così via.
Sconcio neologismo è pure in come compimento del verbo vestire. Anzi l´uso moderno lo fa stare da sé; e nelle cronachette mondane girano, assolutamente, signore in nero, in rosso, purtroppo anche in «beige» (gittati ai cani il nocciola, il lionato, l´avana), signorine in rosa, giovanotti in grigio: il tutto su di uno sfondo relativo di mariti e di genitori al verde. La buona italiana veste di bianco; il buon soldato, quando ne abbia licenza, da borghese.
E facciano il piacere gli amici dell´in di non allegare l´Alighieri, dove dicendo: «in porpora vestite» sembra dar loro ragione. Li «porpora» è preso dal Poeta non come colore ma come panno o veste purpurea; ma dove intende colore, dà ragione a noi: «vestite di color di fiamma viva».
Rimessici dal lieve turbamento, finiamola con questa preposizione. Sta male innanzi a certi avverbi che si sanno reggere da sé, senza puntelli: in allora, in riguardo, in oggi, invece dei semplici allora, riguardo, oggi; e molto peggio sta in, in luogo della preposizione articolata, in quelle maniere che si risolvono in un gerundio, come in attesa per nell´attesa, in risposta e sim.; e in quelle locuzioni temporali che denotando un tempo determinato richiedono appunto l´articolo determinativo: in giornata, in serata, invece che nella giornata, nella serata.
Perchè qualcuno dice che arzigogoliamo e cerchiamo i fichi in vetta, ecco parole e modi tra i più usati dall´uomo della strada. Piove, tutti son capaci di dirlo, con o senza estensione al Governo; ma quando spiove, si urta negli ausiliari e cominiano le dissensioni. E´ piovuto o ha piovuto? E´ tonato o ha tonato? I verbi impersonali vogliono l´ausiliario essere: «ma il concetto d´una causa assoluto da cui derivano la pioggia e le altre vicissitudini atmosferiche», nota con un filo di mestizia il Fornaciari, «ha portato l´uso di avere: ha diluviato, ha balenato ecc. modi contrarii al parlar di Firenze». Se di là quel caro grammatico ancora ci vede, perchè non consolarlo adottando tutti quanti, con questi verbi celesti, l´ausiliario essere! Che del resto non si potrebbe mai sostituire con avere nelle espressioni: è aggiornato, è raffreddato, è riscaldato e simili. Piovere ha anche una bella espressione: non piovere sopra una casa, per dire che questa cosa è certa, sicura. Lo «statale» moderno, che ha così pochi motivi di sorriso, potrebbe ricrearsene, sostituendo alla vieta espressione: «pocheti ma sicureti»: «ne piglio pochi ma non ci piove sopra».
E se per la strada un purista senza orologio ci chiedesse che ora è, siamo certi di fare una buona figura? Le due e mezza! L´aggettivo mezzo, posposto al nome per indicare dopo una quantità intera una metà della stesa, è sempre neutro: una mela e mezzo, un´ora e mezzo; e prende natura di avverbio quando s´unisce a un altro aggettivo per attenuarne il significato: mezzo vestita, e non mezza vestita come dicono molti libertini della lingua.
Sedere o sedersi? Il Tommaseo non fu mai così in vena come nella lettera S del suo dizionario dei sinonimi. Nel si è idea di comodità: sedere in gogna (non sedersi). «Siede in cattedra chi ci va e ci sta per insegnare con cura e fatica; non pochi vi si seggono per sdraiarsi e far dormire a scosse». Segga per «si accomodi» è un po´ asciutto, non promette cuscino; né il sedere a certi crocchi e pranzi è un vero accomodarsi. In Parlamento taluni seggono anche e soprattutto per rizzarsi (li conosciamo); alcuno (non li vogliamo conoscere) seggono per «guadagnare un posto dove sedersi a bell´agio tutta la vita». Il grande filologo continua con questa grazia e distingue chi sta seduto, chi si sta seduto (più agio), e chi se ne sta seduto (solo o in disparte, e in pensiero); e a far sentire l´importanza di un semplice si anche privato d´accento, ci ricorda che nelle votazioni per alzata e seduta il deputato dice di sì o di no col sedersi: col sedere, la forma semplice, non sarebbe bello. E finalmente che mettere uno a sedere, maniera ancora viva per «togliergli l´ufficio che aveva», non si dirà metterlo a sedersi, ché anzi il meschino si disagia di là dove già si sedeva.
La morale d´oggi sono due. Anche le parole più semplici e comunemente usate celano insidie grammaticali. Gli Italiani che non leggono i Sinonimi del Tommaseo, non si vogliono divertire.
Leo Pestelli
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